Archivio | giugno, 2019

“Arabo-normanna”, un’espressione ridotta a brand.

24 Giu

La prima associazione che si fa quando si parla della città di Palermo in termini di patrimonio artistico-monumentale è quella con l’espressione “arabo-normanna”, intendendo con questa la Palermo dei primi due secoli del secondo millennio dell’era volgare.

Il complesso monumentale palermitano, conosciuto in tutto il mondo da secoli, ha ricevuto negli anni scorsi un importante riconoscimento: nel 2015 l’Unesco ha infatti dichiarato “Patrimonio Mondiale dell’Umanità” l’insieme di alcuni monumenti situati a Palermo, a Monreale e a Cefalù, tutti accomunati dal fatto di essere stati costruiti nel corso del periodo normanno.

Questo insieme è stato denominato “itinerario arabo-normanno”.

Eppure in quest’espressione, così tanto usata, c’è qualcosa che non va.

Innanzitutto quest’espressione trascura un elemento fondamentale, proprio quello che fa rimanere abbagliati quando si entra nella Cappella Palatina, o nella Sala di Ruggero, o nella chiesa della Martorana, o nel Duomo di Monreale: lo splendore dei mosaici (il sistema musivo della Sala di Ruggero è un unicum in tutto il Mediterraneo).

E l’arte del mosaico è greco-bizantina.

In secondo luogo, quando si parla della Palermo “normanna”, si dovrebbe tener conto del fatto che tutti e tre i re del Regno di Sicilia, nato nella notte di Natale del 1130 con Ruggero II (oltre a Ruggero II, Guglielmo I e Guglielmo II) sono considerabili “normanni” solo in quanto discendenti dei northmen giunti nel sud Italia agli inizi dell’XI secolo.

Non solo nessuno dei tre è nato in Sicilia (Ruggero II è nato a Mileto, in Calabria, Guglielmo I a Palermo, o forse a Monreale, Guglielmo II a Palermo), ma nessuno di loro è mai stato a nord del confine settentrionale dei territori che facevano parte del loro regno (oltre che sul territorio siciliano, il nuovo regno estendeva la propria autorità anche sulle due provincie del mezzogiorno continentale dette “principato di Capua” e “ducato di Puglia”).

Risulta pertanto quantomeno discutibile, se non errato, collocare i re Altavilla in un contesto nord-europeo, al quale l’aggettivo “normanno” rimanda.

I sovrani del Regno di Sicilia del XII secolo, specialmente i due Guglielmo, sono siciliani, e come tali vanno chiamati.

Così come ibn Hamdis (autore di alcune tra le più belle poesie sulla Sicilia, terra dove nacque e che tanto amò), nonostante il nome arabo (quando nacque, la Sicilia era araba già da due secoli).

Forse che i figli di Henry Kissinger, nonostante il nome tedesco, non sono americani?

E Fiorello La Guardia, sindaco di New York per dodici anni, non è forse un cittadino americano, nonostante il nome italiano (a lui è intitolato uno dei tre maggiori aeroporti di New York)?

E gli Ayala (si pensi al magistrato Giuseppe), i Martinez (nome di una delle più famose cantine produttrici di marsala), i Perez (Francesco Paolo Perez fu un importante politico palermitano nella seconda metà dell’800), non sono forse autentici siciliani, nonostante che i loro cognomi siano tipicamente spagnoli?

E chi penserebbe mai ai Florio come a dei calabresi, nonostante che l’iniziatore dell’era di quella famosa casa, Paolo, fosse un calabrese (Paolo Florio trasferì la propria attività di commerciante da Bagnara Calabra a Palermo nei primi mesi del 1801)?

Con la morte, nel settembre 1868, di Vincenzo Florio, figlio di Paolo, finisce l’epoca dei Florio calabresi (anche Vincenzo era nato a Bagnara Calabra) ed inizia quella dei Florio palermitani (la famosa Franca Florio fu la moglie di Ignazio junior, nipote di Vincenzo).

Vincenzo Florio, calabrese di nascita ma più palermitano di tanti palermitani, merita di essere ricordato in maniera particolare perché si tratta del primo (e forse dell’unico) vero, grande borghese che la Sicilia abbia mai conosciuto.

I Florio sono importanti anche perché rappresentano al meglio quelli che, giunti da fuori, hanno scelto di mettere le loro radici in Sicilia.

Come tanti altri, secoli prima di loro.

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