A proposito dell’ultimo discorso pubblico di Paolo Borsellino

29 Lug

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Nel quartiere palermitano di Ballarò, proprio a fianco alla Chiesa del Gesù (nota anche come Casa Professa), si trova la Biblioteca Comunale.

Fu qui, esattamente nell’atrio di questa Biblioteca, che Paolo Borsellino tenne il suo ultimo discorso pubblico.

Era la sera del 25 giugno 1992, un mese prima c’era stato l’attentatuni di Capaci, un mese dopo ci sarebbe stata la bomba di via D’Amelio.

Quella sera, nel suo discorso, Paolo Borsellino ricordò più volte che Giovanni Falcone, suo amico prima ancora che suo collega, aveva cominciato a morire nel gennaio 1988 e non, come da molti sostenuto con superficialità, dopo la famosa intervista del Corriere della Sera a Leonardo Sciascia, dal titolo “I professionisti dell’antimafia”.

Come quella sera ricordò Paolo Borsellino, Giovanni Falcone aveva cominciato a morire quando il CSM aveva bocciato la sua candidatura alla guida dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, preferendogli un altro magistrato.

E quella sera Paolo Borsellino, ricordando quella notizia, disse, in tono amaramente ironico, che quello era stato il regalo che il CSM gli aveva fatto per il suo compleanno.

Per di più in quel gennaio del 1988 ebbe inizio la disgregazione del pool antimafia, la struttura organizzativa ideata all’inizio degli anni ’80 da Rocco Chinnici, un magistrato che sperava, purtroppo invano, in una mobilitazione delle coscienze dei palermitani, dei siciliani.

E a questo riguardo, a 33 anni esatti da quel 29 luglio che vide Palermo diventare come Beirut, va fatta una considerazione.

Troppo spesso, quando si parla di mafia, si commette un grave errore, che considero decisivo: ci si concentra solo sull’aspetto criminale del fenomeno, ignorando, tralasciando (volutamente, per ignoranza o per convenienza), un aspetto centrale: quello del coinvolgimento di larghi strati della società siciliana.

Si guarda sempre e solo alla superficie, a ciò che appare, e lì ci si ferma.

Si dice, per comoda ipocrisia: il fenomeno mafioso riguarda solo una piccola minoranza di siciliani, forse poche migliaia, a fronte di una maggioranza che è vittima innocente.

Mai che si cerchi di vedere cosa c’è sotto la superficie, mai che si cerchi di analizzare la vasta rete di relazioni che caratterizza il fenomeno mafioso.

Non si tratta di collegamenti occasionali, contingenti, ma di relazioni “storiche”, profonde, inestricabili, tra il mondo mafioso propriamente detto e rappresentanti del mondo economico, del mondo imprenditoriale, del mondo delle istituzioni.

Evidentemente si ignora (o si vuole ignorare) che è proprio questa fitta rete di relazioni che ha fatto della mafia qualcosa di molto più potente, e molto più pervasivo, di una semplice organizzazione criminale.

Ma come si fa a voler spiegare un fenomeno storico come quello mafioso in termini esclusivamente criminali?

Perché si evita, accuratamente, di andare a vedere cosa c’è sotto la superficie?

Forse perché andare sotto la superficie significherebbe chiamare in causa larghi strati della società siciliana, forse perché si scoprirebbe che molti di quelli che passano o vengono fatti passare per vittime sono in realtà complici, diretti o indiretti, gente che approfitta del lato violento del fenomeno mafioso per trarre, servendosi di questo, concreti benefici.

Ed è proprio questa mancanza di volontà di andare sotto la superficie che impedisce a quella speranza di Rocco Chinnici di diventare realtà, che fa della mobilitazione delle coscienze della quale parlava quel giudice galantuomo solo un sogno, che frena quei cambiamenti nei comportamenti quotidiani che sono la base di una reale, concreta, manifestazione di quella volontà di contrastare realmente il potere mafioso, volontà che troppo spesso viene invece surrogata con banali, e spesso ridicole, manifestazioni esteriori.

A proposito del Salone del libro di Torino

29 Lug

Nel maggio del 1988 ero presente alla prima edizione del “Salone del libro” di Torino, la manifestazione che ha dato un grosso contributo alla riconversione della prima capitale d’Italia da città-fabbrica a città di servizi.

Quell’edizione si tenne a Torino Esposizioni (dal 1992 il “Salone” si sarebbe poi spostato al Lingotto).

Di quella prima edizione ricordo l’atmosfera di novità che si respirava, il senso di apertura al futuro che c’era dietro quella scommessa fatta dai due organizzatori.

Ma soprattutto ricordo l’intervento di Umberto Eco.

Già allora in Italia ci si lamentava del basso numero di lettori (a maggior ragione quella del “Salone” fu un’idea coraggiosa).

A questo proposito Eco osservò, con quell’ironia che lo ha sempre accompagnato, che il senso di frustrazione che nasceva osservando la posizione che l’Italia occupava nella classifica relativa al numero dei lettori di libri si sarebbe potuto superare se, anziché guardare a chi stava prima di noi, si fosse guardato a chi, in quella classifica, stava sotto (ricordo che Eco citò, quale Paese da prendere come riferimento, il Ghana).

Come non mettere in relazione quell’ironico invito di Eco con quello che è uno dei più grandi difetti di questo Paese, quello di voler costruire paragoni prescindendo dalla storia, dalla cultura, dalle tradizioni, dei Paesi che vengono presi a riferimento?

Paragoni velleitari, impossibili, ma prima ancora ridicoli.

Chi può mai essere rappresentante in una società di mediocri?

4 Lug

Da diversi anni ormai la democrazia sta dimostrando sempre di più il suo carattere illusorio, il suo essere fondamentalmente un ideale, un’idea irrealizzabile.

Un’utopia, qualcosa che non esiste e che quindi non si può realizzare.

Ma, soprattutto, quello che la democrazia sta rivelando di sé è il suo essere incapace di rimediare alle sue degenerazioni.

Emerge quella che è una semplice verità, nota da sempre e nello stesso tempo da sempre ignorata: la democrazia non è uno strumento efficace per tutte le situazioni, in tutti i tempi, sempre e comunque.

Sempre di più ci si sta rendendo conto che quello che promette non sono che sogni, risposte teoriche a bisogni concreti.

In particolare, quello che in questi anni si sta dimostrando illusorio, ingannevole, è il concetto di democrazia rappresentativa.

L’idea cioè che alcune centinaia di individui possano effettivamente rappresentarne milioni si sta rivelando pura immaginazione.

Ma prima di tutto sta dimostrando di essere una cosa priva di senso, una cosa illogica.

Cos’è che in questi anni sta rendendo evidente la finzione, l’illusione, l’inganno, su cui si basa, fin dall’antichità, il concetto di democrazia rappresentativa?

Sicuramente il dilagare della corruzione, l’evidenza degli incredibili privilegi della classe politica, la totale disattenzione dei rappresentanti verso i reali bisogni dei rappresentati.

Ma, soprattutto, a smascherare l’inganno è il fatto che le persone si stanno sempre di più rendendo conto che i loro problemi reali non solo non sono stati risolti da parte dei loro rappresentanti ma anzi, col passare degli anni, sono aumentati, di numero e d’intensità.

In molti, sia in Italia che in altri Paese europei, hanno reagito a questa mancanza di rappresentatività dando vita a nuovi movimenti politici, il cui seguito popolare sembra però nascere più dal bisogno di un cambiamento, comunque, che non da quello di una reale, effettiva, alternativa nel modo d’intendere la “cosa pubblica”.

A questo proposito c’è da dire che però, al di là delle sigle, queste “novità” si sono rivelate delle semplici forme di protesta, una protesta fine a se stessa, capace solo di proporre banali slogan anziché soluzioni concretamente praticabili.

E per di più queste “novità democratiche” hanno manifestato un netto rifiuto di un concetto fondamentale della democrazia, il compromesso.

Ignorando in tal modo che in democrazia, della quale pure parlano, non si può fare a meno del compromesso: è necessario infatti che ciascuno, nell’interesse generale, rinunci a qualcosa.

La democrazia non può essere ridotta, banalizzata, ridicolizzata, ad un segno su una scheda elettorale o ad un clic.

L’inganno sul quale si basa la democrazia rappresentativa è stato svelato anche dalla sua impotenza di fronte ai problemi reali: è davanti agli occhi di tutti l’assoluta inutilità dei cosiddetti rappresentanti.

Il dato che emerge con evidenza, a riprova dei limiti della democrazia rappresentativa, sta per l’appunto nel fatto che in definitiva questi “rappresentanti”, prima ancora che incapaci, incompetenti, sono sostanzialmente inutili.

L’aspetto paradossale è che possono risultare inutili anche se competenti.

È la loro inutilità, prima ancora della loro incompetenza, che dovrebbe preoccupare di più, soprattutto quei cittadini con problemi da risolvere.

A rendere infernale la situazione non è infatti soltanto la presenza di rappresentanti incompetenti ma la combinazione di questa presenza d’incapaci con la foresta inestricabile di norme che rendono impossibilitati ad agire, e quindi inutili, anche eventuali rappresentanti competenti.

Ad essere però prioritaria, in una comunità di persone, è la capacità di risoluzione dei problemi (almeno per quelle persone che non traggono benefici proprio dall’esistenza dei problemi).

Affidarsi, se si vuole che i problemi vengano risolti, a dei “rappresentanti”, pensando che questi, solo in quanto “rappresentanti”, siano in grado di risolverli, è una cosa semplicemente priva di senso, assurda.

Forse che in presenza di un grave problema di salute non si va alla ricerca del medico più competente, più capace, che dà maggiori garanzie di risoluzione del problema?

E cos’è una comunità di persone se non un organismo vivente?

In Italia si vive come all’interno di un’enorme giara, dalla quale è impossibile uscire

2 Lug

La condizione nella quale ormai da tempo si vive in Italia, dove è praticamente impossibile uscire da situazioni che pure, a parole, vengono riconosciute essere assurde, grottesche, ricorda tanto quella descritta da Luigi Pirandello in una delle sue novelle più famose, “La Giara”.

Don Lollò Zirafa aveva imposto all’artigiano Zi’ Dima, al quale si era rivolto per riparare la sua giara che si era rotta, di adottare una tecnica che vedeva l’artigiano costretto a lavorare all’interno del grosso contenitore di terracotta.

Una volta che era risultato chiaro che Zi’ Dima era rimasto bloccato in quella che era diventata una vera e propria trappola, Don Lollò, che pure era stato l’ideatore di quella bella trovata, aveva preteso che il povero artigiano dovesse comunque uscire dalla giara ricucita, senza però romperla.

Cosa ovviamente impossibile.

Il dramma italiano è identico a quello descritto da Luigi Pirandello 110 anni fa: l’impossibilità di uscire da trappole che gli stessi soggetti intrappolati hanno contribuito a creare.

Come nella novella l’artigiano Zi’ Dima resta intrappolato all’interno della giara che egli stesso aveva ricucito, senza rendersi conto di quelle che sarebbero state le conseguenze del suo agire, così i cittadini italiani vivono intrappolati in un’inestricabile foresta cresciuta nel corso degli anni, con loro dirette e/o indirette responsabilità.

La situazione che si è venuta a creare negli anni è assolutamente paradossale, proprio come quella della giara di Pirandello.

Cambia solo la materia della quale è fatta la prigione: in quella si tratta di terracotta, in questa di leggi, norme, regolamenti, procedure, create dai vari parlamenti, vale a dire dalla massima espressione della volontà popolare, nel tentativo di regolamentare qualsiasi attività di un Paese assolutamente ingovernabile.

La sola differenza sta nel fatto che nella realtà manca la soluzione umoristica pensata da Pirandello.

Di dove sei? Una domanda semplice alla quale non è semplice rispondere

6 Giu

C’è una domanda alla quale, ogni volta che mi viene posta, trovo difficile rispondere, nonostante la sua semplice formulazione.

Questa domanda è: di dove sei?

Ogni volta mi chiedo: cosa si vuol sapere di me con questa domanda?

Dove sono nato, almeno così sembra.

In realtà dietro quel di dove sei? non c’è soltanto il semplice dove sei nato?

Chi pone questa semplice domanda attribuisce infatti al luogo in cui si è nati altri significati rispetto a quello, scontato, di luogo di nascita, quali, per esempio, a quale città appartieni?, di quale città sei parte?

Il problema è che si chiede di dove sei? come se si chiedesse di quale squadra sei tifoso?

Nella convinzione, implicita, che essere nato in un determinato luogo, così come essere tifoso di una determinata squadra, escluda, in maniera automatica, la possibilità di amare altri luoghi, di apprezzare il gioco di chi appartiene ad altre squadre.

Come se essere nati in una città (fatto che per di più non ci vede come protagonisti attivi della vicenda) implichi necessariamente un’appartenenza esclusiva a quella, come se essere nati in una città significhi essere imprigionati in quella, bloccati nei movimenti, costretti ad indossare una specie di camicia di forza.

Per una grande quantità di persone la città nella quale si nasce è il mondo: non se ne allontanano mai, non conoscono nessun altro posto che quello dove sono nate.

Per queste persone il borgo natìo, piccolo o grande, famoso o sconosciuto, è il centro del mondo.

E se anche viaggiano, anche se percorrono migliaia e migliaia di chilometri, non fanno che paragonare i luoghi che visitano, anche quelli assolutamente imparagonabili con il loro borgo natìo, con quello che per loro rimane il centro del mondo, il loro ombelico.

È come se viaggiassero all’interno di un sistema chiuso, privo di scambi col mondo esterno, una specie di capsula sigillata.

Ebbene, più vado avanti con gli anni, più viaggio, e più non riesco a capire come si possa non interagire col mondo nel quale ci si muove, come si possa pensare di appartenere solo alla città dove si è nati, di sentirsi a casa solo dove (a volte solo per caso) si è nati.

Come se avesse senso pensare a Federico II come ad uno Jesino.

Proprio non lo capisco.

Sentirmi a casa, ecco qual è la sensazione che mi fa amare un luogo, che me lo fa sentire mio, che me lo fa scegliere come parte della mia casa.

E questo sentimento non è certo limitato al luogo di nascita.

Anzi, non è nemmeno detto che ci si possa sentire a casa nel luogo dove si è nati solo per il fatto di esserci nati.

Sentirsi a casa, per me, non coincide con l’essere nato in un determinato luogo.

Può accadere di sentirsi a casa anche nel luogo dove si è nati ma può anche non accadere.

Si tratta di due cose assolutamente diverse: sentirsi a casa è qualcosa che ci vede protagonisti attivi, ha a che fare con le nostre emozioni, qualcosa che differisce completamente dall’essere nati in un luogo.

E sono tanti, fra quelli che conosco, i miei luoghi del cuore, quelli dove mi sento a casa.

Enumerarli ha poco senso, anche perché la mia è una casa in continua costruzione, alimentata com’è dalla vita: ogni volta che mi capita di sentirmi a casa in un luogo che fino a quel momento non conoscevo ecco che la mia casa si arricchisce di una nuova “stanza”.

Una stanza che così va ad aggiungersi a quelle che fanno già parte dei miei luoghi del cuore: San Giovanni degli Eremiti, Casa Professa e Villa Bonanno, a Palermo; gli scivoli di Sferracavallo; i luoghi mitologici della Sicilia; le Langhe; il Collio; il prato di Sant’Orso, a Cogne; la Weinstraße; piazza Unità, a Trieste; i carruggi di Genova; punta Chiappa (sul versante occidentale del promontorio di Portofino); Camogli (soprattutto d’inverno); Carouge (nel cantone di Ginevra); il Barrio Gotico di Barcellona; Moncalieri; il centro di Padova; corso Palladio, a Vicenza; Siena; Gressoney Saint Jean; la strada dell’Alta Langa che da Montezemolo conduce ad Alba. 

Ecco allora che la domanda da porre dovrebbe essere: dove ti senti a casa? anziché la banale di dove sei?

A proposito di Cassius Clay – Muhammad Ali

4 Giu

Quello che ha caratterizzato Cassius Clay, poi Muhammad Ali, quello che lo ha reso unico, non è stato tanto il suo modo di boxare, a viso aperto, con le mani in basso, elegante (non però al livello di Sugar Ray Robinson), quanto il suo rifiuto di andare a combattere in Vietnam per gli Stati Uniti d’America.

Lo fece perché non si riconosceva negli USA di quegli anni, perché non si sentiva parte di quello Stato per il quale sarebbe potuto andare incontro alla morte.

Ci si deve sentire parte di una comunità per fare qualcosa per essa, figurarsi per rischiare di morire!

Quando Re Artù incontrò Lancillotto e gli chiese che cosa andasse cercando, quello che sarebbe diventato il più famoso dei Cavalieri della Tavola Rotonda gli rispose che era alla ricerca di qualcuno per cui valesse la pena di combattere, di qualcuno che meritasse che per lui si lottasse fino alla morte.

Nella vita è di fondamentale importanza avere un motivo per il quale valga la pena di vivere.

Voglio trovare un senso a questa vita”, canta Vasco Rossi, e questo bisogno è così forte “anche se questa vita un senso non ce l’ha”.

Nel 1977, in occasione di un famoso processo alle Brigate Rosse in corso a Torino, scoppiò una furiosa polemica tra intellettuali e politici, innescata dal rifiuto di alcuni cittadini di far parte della giuria popolare di quel delicato processo.

In quella polemica fu trascinato anche Leonardo Sciascia, al quale fu erroneamente, e superficialmente, attribuita la famosa espressione “né con lo Stato né con le Br”.

A chi l’aveva così maldestramente attaccato l’autore del “Giorno della civetta” replicò specificando che non si riferiva allo Stato in senso generale ma a quello Stato, allo Stato italiano di quegli anni.

Allo stesso modo, poco più d’una decina d’anni prima Muhammad Ali si era rifiutato di andare in Vietnam a combattere in nome di quello Stato, uno Stato che discriminava le persone sulla base del colore della pelle.

A proposito della data del 23 maggio e di Giovanni Falcone

23 Mag

Dal momento che in questo Paese l’ipocrisia e la retorica non sono mai abbastanza, ecco che il 23 maggio è diventato il giorno della legalità!

E così, dopo essere stato, in vita, oggetto di gelosia e d’invidia, dopo essere stato deriso, attaccato, isolato, umiliato, soprattutto da parte dei suoi colleghi magistrati (con poche eccezioni, una su tutte Ilda Boccassini), Giovanni Falcone, dopo essere stato ammazzato, è stato ormai ridotto, da quel 23 maggio di 24 anni fa, a ostaggio della retorica.

E allora, proprio in questo giorno, proprio in memoria di una persona che ho sempre considerato un esempio, un riferimento nel suo campo (non un santino), voglio dire una cosa molto semplice ai tanti ipocriti di questo Paese, a tutti quelli che parlano di cose che non conoscono, di cose che neanche capiscono: nella storia italiana ci sono magistrati che sono diventati famosi per le loro capacità, per il loro metodo di lavoro (penso innanzitutto a Rocco Chinnici, grazie al quale Giovanni Falcone ha potuto dimostrare le sue qualità) e ce ne sono altri invece che devono la loro popolarità solo a quella dei loro inquisiti.

La differenza tra queste due tipologie di magistrati è notevole, ed evidente.

Si tratta infatti della stessa differenza che passa tra le stelle e i pianeti: le prime brillano di luce propria, i secondi invece brillano solo di luce riflessa.

Una stella produce luce e calore, un pianeta invece viene illuminato e riscaldato dalla stella intorno alla quale gira.

E Giovanni Falcone, così come Rocco Chinnici e Paolo Borsellino, è una stella, una stella che splende e continuerà a splendere per sempre.

Tanti magistrati, per quanto possano fare per attirare su di sé l’attenzione, con certi loro atteggiamenti, con certe loro dichiarazioni, ma soprattutto con il loro modo di parlare, rimangono quello che sono: semplici pianeti.

Ripetere, per esempio, come fanno alcuni di loro, l’espressione menti raffinatissime, usata per la prima volta da Giovanni Falcone un mese dopo il giorno del fallito attentato dell’Addaura (21 giugno 1989), pensando forse in questo modo di essere considerati “simili” a chi l’aveva pronunciata, non solo ne sottolinea la diversa statura ma li rende pure ridicoli.

Ad evidenziare le differenze tra Giovanni Falcone ed altri magistrati bastano due elementi, tra i tanti: la grande differenza nella gestione dei cosiddetti pentiti e l’esito di certi processi.

Da una parte il cosiddetto maxiprocesso (avviato il 10 febbraio 1986) che, grazie al rigore professionale col quale fu istruito da Giovanni Falcone, fu in grado di reggere a tutte le verifiche (fino alla sentenza definitiva pronunciata il 30 gennaio 1992 dalla Corte di Cassazione), dall’altra processi miseramente falliti.

P.S.: ancora oggi, a distanza di tanti anni, si continua a far confusione a proposito del famoso pool antimafia di Palermo. Il suo ideatore fu Rocco Chinnici ed è pertanto a lui che ne va attribuita la paternità e non, come invece si continua a scrivere, ad Antonino Caponnetto. Quest’ultimo, una volta assunta la guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo, dopo l’assassinio di Chinnici, ne sviluppò l’idea.

A proposito della vicenda di Pino Maniaci

9 Mag

Quand’è che la si smetterà con questa moda di essere “anti” e si comincerà ad essere “per”, “per” la verità, “per” la giustizia?

In tanti commenti che ho letto in questi giorni a proposito di questa triste vicenda ho visto all’opera, ancora una volta, due abitudini tipiche di molti meridionali(sti): quella di praticare giochi intellettuali privi di rilevanza e quella di cedere al vittimismo.

Che speranze può avere una comunità che da una parte si affida, oggi come ieri, o a delinquenti o a personaggi da operetta, ad autentiche macchiette, e che dall’altra si compiace nel perdersi a spaccare il capello in quattro, e poi in quattro ancora, e così di seguito, all’infinito?

Sventurata la terra che ha bisogno di eroi, ha detto Bertolt Brecht.

Se poi gli “eroi” sono certi personaggi, allora quella terra fa anche ridere.

Alcuni, evidentemente privi della capacità di distinguere, hanno parlato, secondo la solita abitudine di mettere tutto in un unico calderone, dando vita ad una miscela in cui tutto si confonde, di un attacco alla libera informazione.

Ma l’attività della televisione “Telejato” non c’entra nulla con la vicenda che vede coinvolto il suo creatore.

Si tratta, casomai, molto più banalmente, stando agli elementi fin qui emersi, del tentativo di sfruttare l’attività giornalistica e la notorietà acquisita per avere in cambio favori.

La banalizzazione che caratterizza questi anni ha interessato anche la mafia.

Un tempo c’erano delitti di mafia che venivano mascherati da delitti passionali (emblematico a questo proposito il caso Tandoj), oggi si assiste invece al tentativo di usare la mafia per mascherare finalità che con essa nulla hanno a che vedere.

È proprio vero che per tante persone, appartenenti ai più diversi settori di attività, la mafia rappresenta, direttamente e indirettamente, una risorsa.

Per questi individui la mafia, se non ci fosse, bisognerebbe inventarla.

A tutti quelli che si professano “antimafia” andrebbe fatto capire che agire in modo che si stabilisca la verità, e quindi si affermi la giustizia, comporta logicamente essere antimafia.

E che dichiararsi invece “antimafia”, esibendo l’appartenenza a questa variegata “compagnia” come un comodo lasciapassare, come un passe-partout, non significa affatto che, solo per il possesso di questo distintivo, si agisca per stabilire la verità, per affermare la giustizia.

Succede la stessa cosa con la religione: con o senza di essa chi è buono si comporta bene e chi è cattivo fa del male.

Ma è solo con la religione che una persona buona può fare del male.

I fenomeni storici sono qualcosa di più complesso di un semplice episodio

15 Apr

Uno dei segnali più evidenti della decadenza culturale di questi anni è sicuramente la superficialità con la quale si affrontano temi dei quali non si è in grado di cogliere la complessità.

Ma, d’altra parte, com’è pensabile cogliere la complessità di una questione se non se ne ha la capacità, se si è deboli di pensiero?

Com’è ormai consuetudine si cercano sempre risposte facili ad ogni genere di domande.

Non solo, si cercano anche collegamenti immediati tra i fatti, nella convinzione diffusa che, laddove alcuni di essi siano tra di loro collegati da un rapporto di causa-effetto, vi sia sempre un rapporto di 1 a 1 (ogni effetto riconducibile solo ad una causa) e che l’effetto debba necessariamente rivelarsi immediatamente dopo il verificarsi della relativa causa.

Come se i collegamenti temporali tra effetto e causa fossero dello stesso tipo di quello tra l’accensione di una lampadina e l’attivazione dell’interruttore al quale è collegata.

Questa povertà di pensiero è apparsa in tutta la sua evidenza in occasione dei tanti commenti sul degrado di Roma, emerso a seguito dell’inchiesta “mafia capitale”, degrado da tanti collegato solo agli ultimi anni.

Per di più, si pensa di avere a che fare con un episodio, e non invece con un fenomeno, peraltro complesso, evidentemente non cogliendo le differenze tra i due.

Un conto è, per esempio, avere a che fare con la vita di una persona, un altro con il suo carattere.

Nel primo caso c’è una data d’inizio, certa, nel secondo no: il carattere delle persone è qualcosa che si forma col tempo, non nasce in un determinato momento.

E in più è il risultato dell’azione di molti elementi.

L’incapacità di distinguere “episodio” (per esempio, la fondazione di Roma) da “fenomeno” (il suo degrado) porta, tra l’altro, a pensare che si possano porre domande come “quando cominciò quel fenomeno?” come se si chiedesse “quando accadde quell’episodio?”.

Questa superficialità risulta ancora più evidente quando si ha a che fare con fenomeni storici.

La Storia è una successione di fatti, ma non a tutti i fatti è possibile associare un’esatta data di inizio e di fine.

Vi sono fatti che non sono trattabili come fossero dei segmenti, con un punto d’inizio, una lunghezza temporale ed un punto di fine.

In molti casi la Storia è un continuum, qualcosa di ben diverso, più complesso, di una semplice successione cronologica di eventi.

Pensare che per tutti gli eventi storici sia possibile individuare una precisa data di inizio è segno di debolezza di pensiero, di senso banale della realtà, significa non cogliere la complessità della Storia, non avere idea delle connessioni reciproche che esistono tra gli eventi che si susseguono.

Non si ha a che fare con la vita di un individuo, con una data di nascita ed una di morte.

Vi sono fenomeni storici che hanno origine in eventi accaduti prima che quei fenomeni risultino evidenti, in tempi più o meno lontani dal momento della loro visibilità, dal momento in cui a quei fenomeni viene associato un nome (le cose esistono prima del loro nome).

La relazione di causa-effetto che lega tra di loro alcuni eventi storici non si manifesta immediatamente dopo il verificarsi dell’evento/degli eventi causa.

Vi sono fenomeni che si manifestano dopo un lungo periodo d’incubazione, parecchio tempo dopo che sono accaduti gli eventi che hanno creato le condizioni perché accadessero e dopo che sono accaduti gli eventi che hanno creato le necessarie occasioni.

Cercare la data di origine e di fine di ogni evento storico è una cosa priva di senso, prima ancora che impossibile.

A proposito dell’intervista di Bruno Vespa a Salvo Riina

7 Apr

Il problema al centro dello scandalo suscitato dall’intervista di Bruno Vespa a Salvo Riina non dovrebbe essere chi viene intervistato ma il motivo per il quale viene intervistato e, soprattutto, chi conduce l’intervista, e come la conduce.

La domanda che ci si dovrebbe porre dopo aver sentito l’intervista di ieri sera di Bruno Vespa a Salvo Riina è una, semplice:

che cos’ha rivelato l’intervistato di così importante da giustificare l’intervista, quali sono le rivelazioni che l’evento presentato come “scoop giornalistico” ha fornito a chi l’ha visto?

C’è stata, per esempio, da parte dell’intervistato, una condanna morale del padre per gli omicidi per i quali questo sta scontando l’ergastolo?

C’è stata, sempre da parte dell’intervistato, una dissociazione dal mondo nel quale è nato e cresciuto?

E la risposta, altrettanto semplice, è una sola: nulla, nessuna rivelazione, nessuna condanna, nessuna dissociazione, né nel libro né nell’intervista.

E allora, per quale motivo Bruno Vespa ha organizzato quell’intervista?

E soprattutto, per quale motivo la Rai l’ha mandata in onda, dopo averla visionata (com’è noto Porta a Porta non va in diretta)?

Per quanto riguarda la motivazione di Bruno Vespa, credo che questa vada ricercata nella sua aspirazione ad essere considerato alla pari dei giornalisti che hanno fatto la storia della Rai (penso a Sergio Zavoli, a Enzo Biagi, a Piero Angela).

A mostrare però quanto questa aspirazione poggi su fragili basi basta poco: basta ricordare, per esempio, il primo “scoop” di Bruno Vespa, quando, nel dicembre 1969, annunciò in tv l’arresto di Pietro Valpreda quale colpevole della strage di piazza Fontana e quando, sempre in tv, disse, a braccetto con Arnaldo Forlani, che il suo editore di riferimento era la Democrazia Cristiana (ma il riferimento di un giornalista non dovrebbero essere i fatti?).

Quanta differenza con le interviste di Sergio Zavoli ai terroristi e di Enzo Biagi a Tommaso Buscetta.

E che distanza siderale, a proposito di interviste di mafiosi, con quella che considero un’intervista esemplare, quella che Ennio Remondino fece a Gaetano Badalamenti nel 1994!

Venendo poi alle motivazioni che hanno spinto la Rai a trasmettere comunque l’intervista a Salvo Riina, nonostante la mancanza di un suo reale valore giornalistico, come non considerare che il principale motivo, al di là delle dichiarazioni ufficiali, è stato semplicemente il desiderio di fare ascolti?

Pubblicità, solo pubblicità, nulla a che vedere con l’informazione.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: