Tag Archives: 23 maggio 1992

A proposito della data del 23 maggio e di Giovanni Falcone

23 Mag

Dal momento che in questo Paese l’ipocrisia e la retorica non sono mai abbastanza, ecco che il 23 maggio è diventato il giorno della legalità!

E così, dopo essere stato, in vita, oggetto di gelosia e d’invidia, dopo essere stato deriso, attaccato, isolato, umiliato, soprattutto da parte dei suoi colleghi magistrati (con poche eccezioni, una su tutte Ilda Boccassini), Giovanni Falcone, dopo essere stato ammazzato, è stato ormai ridotto, da quel 23 maggio di 24 anni fa, a ostaggio della retorica.

E allora, proprio in questo giorno, proprio in memoria di una persona che ho sempre considerato un esempio, un riferimento nel suo campo (non un santino), voglio dire una cosa molto semplice ai tanti ipocriti di questo Paese, a tutti quelli che parlano di cose che non conoscono, di cose che neanche capiscono: nella storia italiana ci sono magistrati che sono diventati famosi per le loro capacità, per il loro metodo di lavoro (penso innanzitutto a Rocco Chinnici, grazie al quale Giovanni Falcone ha potuto dimostrare le sue qualità) e ce ne sono altri invece che devono la loro popolarità solo a quella dei loro inquisiti.

La differenza tra queste due tipologie di magistrati è notevole, ed evidente.

Si tratta infatti della stessa differenza che passa tra le stelle e i pianeti: le prime brillano di luce propria, i secondi invece brillano solo di luce riflessa.

Una stella produce luce e calore, un pianeta invece viene illuminato e riscaldato dalla stella intorno alla quale gira.

E Giovanni Falcone, così come Rocco Chinnici e Paolo Borsellino, è una stella, una stella che splende e continuerà a splendere per sempre.

Tanti magistrati, per quanto possano fare per attirare su di sé l’attenzione, con certi loro atteggiamenti, con certe loro dichiarazioni, ma soprattutto con il loro modo di parlare, rimangono quello che sono: semplici pianeti.

Ripetere, per esempio, come fanno alcuni di loro, l’espressione menti raffinatissime, usata per la prima volta da Giovanni Falcone un mese dopo il giorno del fallito attentato dell’Addaura (21 giugno 1989), pensando forse in questo modo di essere considerati “simili” a chi l’aveva pronunciata, non solo ne sottolinea la diversa statura ma li rende pure ridicoli.

Ad evidenziare le differenze tra Giovanni Falcone ed altri magistrati bastano due elementi, tra i tanti: la grande differenza nella gestione dei cosiddetti pentiti e l’esito di certi processi.

Da una parte il cosiddetto maxiprocesso (avviato il 10 febbraio 1986) che, grazie al rigore professionale col quale fu istruito da Giovanni Falcone, fu in grado di reggere a tutte le verifiche (fino alla sentenza definitiva pronunciata il 30 gennaio 1992 dalla Corte di Cassazione), dall’altra processi miseramente falliti.

P.S.: ancora oggi, a distanza di tanti anni, si continua a far confusione a proposito del famoso pool antimafia di Palermo. Il suo ideatore fu Rocco Chinnici ed è pertanto a lui che ne va attribuita la paternità e non, come invece si continua a scrivere, ad Antonino Caponnetto. Quest’ultimo, una volta assunta la guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo, dopo l’assassinio di Chinnici, ne sviluppò l’idea.

Annunci

Solo conoscendo il passato si può capire il presente (a proposito di mafia).

24 Mag

Se, com’è evidente, non è vero che la mafia uccide solo d’estate (come dice il titolo del film di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, trasmesso ieri sera dalla Rai) è però vero che di mafia si parla solo occasionalmente, stagionalmente, e sempre in maniera parziale e approssimativa.

In particolare, se ne parla con una superficialità, con un retorica, con un’ipocrisia che, ogni anno che passa, diventano sempre più fastidiose, sempre più insopportabili.

Soprattutto in occasione di alcune date-simbolo, com’è diventata, dopo il 1992, quella del 23 maggio.

In queste funzioni liturgiche si celebrano date che molti di quelli che vi partecipano (in mezzo ad alcune autentiche macchiette e a tanti opportunisti) ricordano “a comando”, solo per apparire, solo per partecipare ad un evento, solo per sentirsi “parte” di qualcosa più grande di loro.

Per non parlare di tutti quelli che nemmeno sanno a cosa quelle date si riferiscano, ignari dei sentimenti che alcune date suscitano, delle ferite che riaprono, nel cuore, nella mente, di chi non appartiene al mondo finto dell’immagine, un mondo superficiale, assolutamente non adatto a trattare temi seri, complessi, come il fenomeno mafioso.

In questi giorni, il ricordo “stagionale” è stato dedicato ad una delle date che più hanno segnato la storia recente di questo Paese.

Lo Stato italiano, attraverso le sue istituzioni (centrali e periferiche), lo ha fatto, come al solito, con quella retorica e con quell’ipocrisia delle quali è intriso, retorica e ipocrisia che fanno chiamare “accoglienza” il modo vergognoso col quale, da anni, vengono trattate le persone che, dopo aver attraversato il Mediterraneo, sbarcano in Italia, retorica e ipocrisia che fanno celebrare l’entrata italiana nella prima guerra mondiale, senza minimamente curarsi del fatto che ogni cinque minuti ci si dichiari contrari alle guerre (da chi si dichiara pacifista ci si aspetterebbe che celebrasse la fine di una guerra, non l’inizio).

Capisco che alcuni vogliano mantenere vivo il ricordo di certe date, consapevoli che una comunità priva di ricordi è una comunità priva di futuro, morta.

Ma che a farlo sia lo Stato italiano, che a farlo siano istituzioni rappresentate da certi personaggi, questo proprio no.

Lo Stato italiano, inteso non come alcuni singoli individui, fuori dalla norma, che ne hanno fatto/che ne fanno parte, ma come insieme delle istituzioni che lo compongono, non ha i titoli necessari per officiare questo tipo di cerimonie.

Soprattutto, non ha quello che è il requisito più importante per farlo seriamente: la credibilità.

La Storia, quella che sempre meno italiani conoscono, dimostra che lo Stato italiano, al di là della retorica, al di là delle chiacchiere, non ha mai fatto nulla, fin da quando è nato, per contrastare efficacemente il potere mafioso, soprattutto non ha fatto nulla per rimuovere le cause dalle quali quel potere trae la sua forza.

Non solo, ma anziché combatterla apertamente, anche ricorrendo all’uso della violenza, legittimato in questo proprio dal suo essere Stato (gli Stati, come diceva Max Weber, sono i detentori del monopolio della forza fisica legittima), la mafia lo Stato italiano l’ha sempre usata, se ne è sempre servito, incurante delle conseguenze derivanti dall’aver rinunciato ad essere “Stato” (proprio come fece in occasione dell’avvento del fascismo).

Lo Stato italiano si è servito della mafia ogni volta che ne ha avuto bisogno e lo ha fatto, cinicamente, per perseguire i propri interessi, trovandosi per questo alleato di chi aveva come obiettivo quello di mantenere quei privilegi che del fenomeno mafioso sono il brodo di coltura.

Ed è proprio su questa delega di funzioni, su questo mandato ad operare, che si fonda quel riconoscimento sociale di cui l’organizzazione mafiosa ha sempre goduto in larghi strati della popolazione.

Ridurre, come superficialmente fanno in tanti, il fenomeno “mafia” ad una questione di criminalità organizzata è una comoda banalizzazione, una limitazione che impedisce di capire la portata del fenomeno col quale si ha a che fare (portata che è proprio quella che si vuole tenere nascosta).

Se è certamente vero che la mafia è una potente organizzazione criminale è altrettanto vero che il potere di cui questa gode, potere che non potrebbe essere tale se non fosse fondato su un largo consenso sociale (ed è questo il punto-chiave della questione), non è spiegabile con la sola dimensione criminale del fenomeno, per quanto grande questa possa essere.

Le descrizioni dei fenomeni, anche se ben fatte, anche se ben documentate (come nel caso di alcune descrizioni del fenomeno mafioso), sono comunque soltanto una descrizione di ciò che avviene.

Molto più interessante è invece cercare di capire qual è l’essenza dei fenomeni, perché accadono i fatti descritti e, soprattutto, quali sono le loro origini, dove certi fenomeni affondano le loro radici.

E questo non perché, una volta note le basi sulle quali si fonda un fenomeno storico, si possa cambiare il corso delle cose, ma semplicemente per il piacere della verità.

La verità, però, come l’onestà (“Il piacere dell’onestà”, di Pirandello), è un’arma molto pericolosa per il potere, in quanto in grado di destabilizzarlo, di scuotere le fondamenta sulle quali è stato costruito.

Ed è proprio per questo motivo che chi detiene il potere fa di tutto per tenerla nascosta.

Occorre guardare il presente dal passato, da lontano, occorre evitare di ridurre la Storia ad una banale successione di date, occorre essere consapevoli che le diverse età della Storia non sono scatole tra di loro non comunicanti.

Solo la conoscenza del passato può permettere di capire il presente.

A conferma di quanto poco sia stato fatto dallo Stato italiano in centocinquant’anni (a questo proposito, più che di un evidente fallimento sarebbe forse più realistico parlare di complicità), basta leggere quella che ancora oggi rimane la più lucida analisi del fenomeno mafioso (quella condotta nel 1876 da Leopoldo Franchetti) e confrontare lo Stato di allora con quello di oggi.

In quella famosa inchiesta sulla Sicilia, Franchetti mise in evidenza il problema di una classe dirigente diretta erede del sistema feudale, della sua abitudine di considerare le istituzioni come strumento di sopraffazione, lontana anni luce dalla concezione della legge come qualcosa di impersonale, uguale per tutti.

Una questione sociale, quindi, prima ancora che di ordine pubblico.

Conseguenza di quella concezione feudale del potere fu il favoreggiamento di briganti e delinquenti, nonché il ricorso ai loro “servizi” per la custodia e la gestione delle proprietà.

Ed è proprio in questo comportamento di quelle “classi dirigenti” che va individuato il nocciolo del problema.

Elemento-chiave della società siciliana descritta da Franchetti è la funzione assunta in essa dall’uso della violenza: da strumento del quale, nel sistema feudale, la classe dominante teneva l’esclusiva, la violenza divenne lo strumento al quale far ricorso per l’affermazione dei propri diritti anche per altri soggetti.

La conclusione alla quale giunse Franchetti è che il comportamento mafioso (da notare l’uso dell’aggettivo mafioso al posto di quello del sostantivo mafia) rappresentava la maniera di essere della società siciliana, di tutta la società, in una miscela nella quale a prevalere erano gli elementi della tradizione.

Ed è per questo motivo, per il ruolo della tradizione, che, se si vuole conoscere la verità su un fenomeno che segna la società siciliana, tipicamente una società “tradizionale” (l’opposto di “innovativa”), è di fondamentale importanza conoscerne la storia, fin dalle origini.

Si può così capire, per esempio, l’uso strumentale del termine “mafioso”, non sempre associato ad un’effettiva appartenenza all’organizzazione criminale, oppure capire come il sistema feudale sia sopravvissuto all’abolizione del feudalesimo (avvenuta nel 1812).

Così come si può capire che è proprio della classe dirigente siciliana l’abitudine di farsi promotrice di “rivoluzioni”, mobilitando a tal fine le masse, ma rimanendo sempre ben attenta al mantenimento dell’ordine sociale, ad impedire che le “rivoluzioni” diventino realmente tali.

Ma, soprattutto, si può capire come il fenomeno mafioso affondi le proprie radici negli anni seguiti alla morte di Federico II, anni che videro, da una parte, un aumento del potere baronale e, dall’altra, una crescente emarginazione delle popolazioni cittadine.

Sono le vicende accadute in quegli anni che, a mio modo di vedere, hanno condizionato, e continuano a condizionare, la storia della Sicilia.

È in quell’epoca che sono stati piantati i semi di quel bisogno di giustizia che è alla base del successo del fenomeno mafioso.

Il fatto che, successivamente, questo fenomeno, da condizionato qual era, sia diventato condizionante, non sposta la questione.

È da quella necessità, da quell’esigenza di giustizia (da quasi ottocento anni in attesa, invano, di una risposta) che nasce il potere della mafia, organizzazione criminale diventata col tempo fonte essa stessa di bisogni, di quegli stessi bisogni per i quali fornisce, dopo averli creati, la soluzione.

Secondo le classiche regole del marketing.

E, in chiusura, voglio ricordare alcune parole di Rocco Chinnici, un siciliano che aveva ben chiari i termini della questione: “E allora, signori miei, il rimedio: la mobilitazione delle coscienze. Solo così, quando tutti noi saremo sensibilizzati, quando ci sentiremo solidali con chi è caduto, quando avvertiremo imperioso il bisogno di compiere il nostro dovere di cittadini: solo così si potrà dare un contributo per la lotta contro la mafia”.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: