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A proposito di certi intellettuali, tanto inutili quanto pericolosi

15 Set

A Palermo, in piazza Indipendenza, quasi all’angolo con Corso Calatafimi, il lungo rettilineo che, prosecuzione del Cassaro, sale verso Monreale, c’è una targa commemorativa, dedicata a Francesco Paolo Di Blasi.

Questo avvocato palermitano, teorizzatore di una limitazione dei privilegi del clero e della nobiltà siciliani, verso la fine del 1700 cercò di mettere in pratica nella sua città le idee messe in circolazione dalla rivoluzione francese.

Ma come spesso accade a certi intellettuali, soprattutto a quelli meridionali (che, privi come sono di concretezza, del senso della realtà, del concetto di fattibilità, non tengono conto della differenza che c’è tra un’idea e la sua realizzazione, risultando in tal modo non solo inutili ma anche pericolosi, per sé e per gli atri), non considerò il contesto nel quale si muoveva.

Ignorò, sopra ogni cosa, un fatto decisivo: l’Illuminismo, al quale si ispirava, non vi aveva creato nessuna forza capace di contrapporsi al sistema feudale, introdotto secoli prima dai Normanni.

E, come la Storia insegna, senza una solida base popolare le rivoluzioni sono illusorie e destinate inevitabilmente al fallimento.

Fu così che il 20 maggio 1795, dopo essere stato arrestato, processato e torturato, Francesco Paolo Di Blasi, all’età di 42 anni, venne decapitato nel luogo (all’epoca “piano di Santa Teresa”) dove oggi si trova quella targa commemorativa.

Quell’episodio, del quale parla Leonardo Sciascia nel suo “Consiglio d’Egitto”, ricorda (o, meglio, dovrebbe ricordare, visto che non se ne tiene mai conto) che perché un progetto, un’idea, si realizzi non è sufficiente volerlo, parlarne.

Occorre che, a monte, esistano i presupposti necessari perché possa materializzarsi; quel progetto deve cioè essere “realizzabile”, “praticabile”.

Sempre che, ovviamente, l’intenzione dell’ideatore sia quella di “fare” e non quella di limitarsi a “parlare”, a “dibattere”, a “ragionare”.

Lasciare che ad occuparsi di progettare il futuro siano persone prive del senso della realtà, persone che amano perdersi dietro ragionamenti cavillosi, incuranti del collegamento tra la parola e l’azione, sideralmente lontani dal Napoleone del 5 maggio, ritratto da Manzoni con quelle parole immortali (di quel securo il fulmine tenea dietro al baleno), persone che, di fronte ad un fenomeno descrivibile mediante una “gaussiana”, si perdono in infinite discussioni sulle “code” di quella curva, anziché concentrarsi sulla “pancia”, è il modo migliore per perpetuare la convinzione, errata, dell’immodificabilità dell’esistente e per favorire, in tal modo, quelli che vogliono mantenere in vita lo status quo.

Se da un lato l’azione deve essere sempre preceduta dal pensiero, da un’idea, da un progetto (“fare” solo per “fare” è infatti una cosa priva di senso), dall’altro però proporre progetti generici, staccati dalla realtà, irrealizzabili, solo per il gusto di “parlare”, significa dequalificare la parola al livello di chiacchiera.

E questo è ancora più grave.

Manzoni e la giustizia in Italia

28 Set

Considero “I Promessi Sposi”, romanzo per antonomasia dell’Ottocento italiano, uno dei libri più belli e importanti che siano mai stati scritti nel nostro Paese.

Ricordo molto bene quando lo lessi per la prima volta: frequentavo il Ginnasio e la professoressa d’italiano, che ce lo faceva leggere in classe, aveva assegnato a me il ruolo dell’Innominato. Ogni volta che leggevo mi sentivo un piccolo Salvo Randone – il grande attore che nel romanzo sceneggiato allora trasmesso dalla Rai interpretava tale personaggio.

Purtroppo, per la maggior parte degli italiani la scuola rappresenta l’unica occasione d’incontro con la letteratura e la scuola, come si sa, è un canale poco adatto a trasmettere il pensiero di uno scrittore.

Leggere un libro non vuol dire leggere quello che c’è scritto, ma andare oltre le parole, per cercare di capire quello che lo scrittore ha voluto dire scrivendo quello che ha scritto.

Detto per inciso, a parte il fatto che la scuola insegna solo ad imparare – e non a capire – chi si è mai dedicato, dopo gli anni della scuola, alla lettura dei grandi classici?

Tornando al romanzo di Alessandro Manzoni, penso che il modo superficiale in cui ci si viene in contatto impedisca di rendersi conto del fatto che leggere “I Promessi Sposi” rappresenta uno strumento assai utile per comprendere a fondo alcuni importanti aspetti della realtà del nostro Paese.

Prendiamo, per esempio, a proposito del tema della giustizia, di cui tanto si parla in questi anni, l’episodio in cui è descritto l’incontro fra Renzo e l’avvocato Azzecca-garbugli.

Com’è noto, l’avvocato – il cui linguaggio ed i cui gesti sono quelli tipici dei ciarlatani che vendono fumo ai creduloni e agli ignoranti – è convinto di trovarsi di fronte ad un furfante e si mette subito alla ricerca della grida adatta per tirarlo fuori dai guai.

Grande è poi la sua sorpresa – e qui viene fuori, in tutta la sua miseria, la sua paura dei potenti – quando scopre che Renzo in realtà è la vittima, che si era recato da lui per cercare di avere giustizia.

Ed a proposito delle famose gride, davvero emblematiche sono le seguenti parole dell’Azzecca-garbugli, sulle quali varrebbe la pena di riflettere a fondo: “le gride sono scritte per essere maneggiate” e “a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente”.

Quanto al compito dell’avvocato, ecco cosa dice l’Azzecca-garbugli: “All’avvocato bisogna raccontar le cose chiare: a noi tocca poi a imbrogliarle”.

Come meravigliarsi della situazione nella quale ci troviamo e dello stato nel quale versa, da sempre, la giustizia nel nostro Paese?

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