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A proposito della sentenza della Cassazione sul processo Eternit

23 Nov

Brutta cosa l’emotività, e la lettura dei commenti sulla recente sentenza della Cassazione sul processo Eternit ne è un’ulteriore conferma.

Ormai questo Paese è sempre più popolato da “tifosi”, da persone che, assolutamente incapaci di cogliere la complessità dei problemi, si posizionano, come in uno stadio, nei soli due schieramenti che conoscono (“colpevolisti” da una parte e “innocentisti” dall’altra, “on” contro “off”), a prescindere da come stanno in realtà le cose, a prescindere dalle condizioni date dei problemi sui quali non esitano a dire la loro, pur non disponendo delle conoscenze necessarie per farlo seriamente.

In questo modo qualunque tentativo di ragionare a mente fredda risulta impossibile.

La prima sensazione che sentenze come quella sul processo Eternit suscitano in chi le legge è che, mentre per i politici di questo Paese si possa parlare di distanza dai “normali” cittadini, per chi amministra la giustizia di debba parlare di estraneità.

Sembra infatti che, se politici e cittadini, pur distanti tra di loro, appartengano comunque allo stesso mondo (in una democrazia rappresentativa i primi sono espressione dei secondi), gli amministratori della giustizia vivano in un altro mondo.

Quello che però non si dice è che questa “estraneità” è resa possibile dal fatto che le leggi che chi giudica è chiamato ad applicare (“giudicare”, dal latino ius dicere, significa infatti esprimere, applicare, il diritto, e cioè le leggi che esistono in quel determinato momento) sono leggi scritte male (per dolo o per colpa), che lasciano, proprio per questo, ampi margini di discrezionalità a chi, dopo averle interpretate, le deve applicare.

Se si provasse a considerare la sentenza sul processo Eternit  a mente fredda si vedrebbe che la Cassazione non poteva non tener conto (dovendo far riferimento alle leggi scritte e non alla volontà popolare) del fatto che il reato contestato (disastro ambientale) era già caduto in prescrizione.

Tutti quelli che parlano di legalità, di Stato di diritto (molto spesso senza neanche sapere di cosa stanno parlando) dovrebbero tener conto del fatto che “legalità” vuol dire rispetto delle leggi (di quelle esistenti, non di quelle che si vorrebbe esistessero) e che “giudicare” (come ho richiamato prima) vuol dire esprimere quello che le leggi dicono.

Se le leggi sono scritte male, se un processo viene istruito in un modo anziché in un altro, se il capo d’imputazione è uno e non un altro, non ci si deve poi stupire delle conseguenze, anche se queste suscitano un comprensibile sconcerto in chi le ascolta.

A volte poi ci si chiede come sia possibile che alcune sentenze di condanna in primo grado vengano poi stravolte da quella di appello o cancellate da quella di cassazione.

A questo proposito ritengo che un ruolo importante sia quello giocato dal fatto che le sentenze di primo grado, più vicine al fatto al quale si riferiscono, risentono in qualche modo dell’emotività, sentimento che viene meno col passare del tempo.

E del fatto che, alla lunga, vengono fuori i difetti originari dei processi.

Anziché ripetere sempre le stesse cose, sapute e risapute (cosa c’è di più noto del fatto che in Italia il concetto di giustizia è semplicemente un concetto astratto?), anziché affrontare i problemi partendo dalla coda (come nel caso delle ricorrenti alluvioni di Genova, dove il problema sembra sia costituito dagli ultimi trecento metri del Bisagno), si cominci a scrivere bene, in modo chiaro, le leggi (così da limitare il potere della burocrazia), a fare meglio le indagini, a istruire meglio i processi.

Il solito vizio di scambiare i sintomi con le cause

19 Ott

La marea delle polemiche sollevate dalla recente alluvione di Genova fornisce un quadro davvero avvilente delle istituzioni locali di questo Paese, risultate ancora una volta assolutamente inadeguate, incapaci come sono di affrontare come si deve i problemi concreti dei cittadini (di risolverli, nemmeno se ne parla).

Un’analisi attenta di questa triste vicenda fornisce, in più, la possibilità di riflettere su alcuni elementi che, non a caso, vengono tenuti nascosti all’opinione pubblica.

Mi riferisco a elementi che caratterizzano le gare di appalto indette dalla pubblica amministrazione italiana.

Come tutti hanno avuto modo di osservare, la gran parte dei politici e, al suo seguito, la cosiddetta “informazione” (che tutto fa tranne che informare correttamente), hanno subito puntato il dito accusatore contro il TAR (tribunale amministrativo regionale) di Genova, colpevole, secondo loro, di non aver consentito l’avvio dei lavori che, se alla data del 9 ottobre 2014 fossero risultati già realizzati (?), avrebbero potuto ridurre (se non evitare) i danni provocati dall’ultimo straripamento del torrente Bisagno.

L’intenzione di questa operazione di disinformazione, rivelatrice, da parte di chi l’ha messa in atto, di un’insofferenza ad ogni tipo di controllo, in particolare a quello di legalità (da qui gli inevitabili conflitti con la magistratura), è chiara: sviare l’attenzione, indirizzandola su un falso bersaglio, al fine di evitare che ci si possa porre la domanda-chiave: perché le gare di un appalto pubblico sono soggette a continui ricorsi al TAR, cosa c’è alla base di questi infiniti contenziosi, quali sono i vizi che sono presenti (in tutte le fasi, dalla progettazione all’esecuzione) degli appalti pubblici di questo Paese?

Eh già, perché se c’è una sentenza, deve pur esserci un motivo per cui dei contendenti si sono rivolti ad un giudice che l’ha emessa!

È come se, davanti al mancato superamento di una prova d’ammissione da parte di uno studente, si ritenesse responsabile di quella bocciatura la commissione esaminatrice e non invece l’impreparazione di quel candidato, e più ancora la scuola che ha frequentato, che non è stata capace di metterlo in grado di superare quell’esame.

Perché allora, stando a chi imputa alle commissioni esaminatrici la responsabilità delle bocciature di studenti risultati non idonei, non eliminare gli esami?

Non avendo però il coraggio di arrivare a tanto, si è scelto, per salvare la forma, di allentare le briglie, di rendere cioè gli esami sempre meno severi.

Poco importa se, a valle di questi esami sempre più formali, si immettono nella società persone sempre più ignoranti, sempre meno capaci di far funzionare meglio la società nella quale vengono inseriti.

A questo proposito mi è venuto in mente un altro esempio di quello che considero un vizio molto diffuso, quello di scambiare un sintomo con quella che è invece la causa all’origine del difetto che quel sintomo non fa altro che evidenziare.

Si tratta di un episodio del quale sono stato testimone diretto tanti anni fa, nel corso di una fase della mia attività lavorativa.

Mi trovavo presso uno stabilimento di un’importante azienda, chiamato per cercare d’individuare i motivi all’origine del cattivo funzionamento di di una delicata macchina utensile.

Dopo aver esaminato gli elementi che mi erano stati forniti da parte del responsabile della produzione di quello stabilimento, avevo concentrato l’attenzione sull’impianto idraulico.

Mi era stato riferito che, a seguito di continui blocchi imposti dal filtro (s’intasava spesso), avevano deciso, per evitare quelle continue fermate della produzione, di rimuovere quel filtro.

Analizzai allora in particolare il fluido che veniva utilizzato in quel circuito idraulico.

Mi accorsi che la sua formulazione non era compatibile col grado di protezione richiesto da quell’impianto; la causa di quei continui blocchi della produzione era quel fluido, non quel filtro.

La presenza, in quel circuito idraulico, di componenti di elevata criticità, quali servovalvole a ridotta tolleranza, imponeva infatti di dotarlo di un idoneo sistema di filtraggio.

Come conseguenza, il fluido idraulico da utilizzare avrebbe dovuto essere formulato con componenti che ne assicurassero la filtrabilità, ovvero la capacità di passare indenne attraverso il filtro, senza che quel fluido desse luogo, con l’esercizio, alla formazione di sostanze in grado di provocare l’intasamento di quel filtro.

La funzione di quel filtro era quella di proteggere l’impianto, era stato messo lì apposta!

Averlo tolto non solo non aveva rimosso la causa del problema che quei continui intasamenti avevano segnalato ma aveva creato un problema ancora più serio.

Torniamo adesso alle polemiche suscitate dalla recente alluvione di Genova.

Nessuno (salvo rarissime eccezioni) che abbia sollevato il tappeto sotto il quale, anche questa volta, si cerca di nascondere la polvere, nessuno che si sia chiesto: ma per quale motivo la gara per la realizzazione della copertura del torrente Bisagno ha dato origine a questi ricorsi, qual è cioè la “causa prima” all’origine delle sentenze del TAR di cui tanto si parla (quasi sempre a sproposito)?

Perché non si pongono domande come queste?

Forse perché, in questo come in tanti altri casi, verrebbe fuori che la “causa prima” del mancato avvio dei lavori ha a che vedere più con difetti degli uffici tecnici della pubblica amministrazione che non con la lentezza della burocrazia?

Per quale motivo non si parla della mancanza di adeguate competenze tecniche all’interno della pubblica amministrazione italiana, carenze che la costringono ad affidare a professionisti esterni compiti che le sono propri (in primis la progettazione delle opere), compiti che, a causa delle sue incapacità, la pubblica amministrazione non è in grado di svolgere?

Perché non si dice che a questo primo difetto si aggiunge il fatto che molti di questi professionisti hanno spesso rapporti professionali con le imprese che concorrono all’aggiudicazione degli appalti pubblici?

E che questo rapporto innaturale tra “controllore” e “controllato” diventa ancora più grave nella fase esecutiva dei lavori, nel corso della quale non solo emergono le carenze più gravi del committente pubblico (quelle che riguardano la progettazione, carenze che il ricorso a professionisti esterni non è in grado di superare, per il semplice motivo che non basta essere “esterno” per essere competente!), ma risulta ancora più evidente l’assurdità di una situazione che vede agire, nei panni del “controllore” per conto del committente, professionisti esterni non indipendenti dagli interessi del “controllato”?

Se poi si analizzasse seriamente l’intera vita di un’opera pubblica, anziché limitarsi a singole parti, ci si accorgerebbe che è proprio nella fase della progettazione che si annida la “causa prima” all’origine delle varianti in corso d’opera, vera regina delle anomalie degli appalti pubblici italiani.

Per avere una conferma del fatto che un progetto scritto male (a volte non solo per incompetenza) è il presupposto per successivi ricorsi, basta vedere cos’è venuto fuori nella gara avente come oggetto la costruzione dello scolmatore del torrente Fereggiano.

Ebbene, delle sei offerte presentate, ben quattro sono state ammesse con riserva.

E questo, a causa di come è stato scritto il bando di gara.

La conseguenza è che già adesso, prima ancora che i lavori abbiano inizio, risulta molto probabile la presentazione di ricorsi, con inevitabili ripercussioni negative sulla durata e sui costi di quest’opera.

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