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A proposito della vicenda di Pino Maniaci

9 Mag

Quand’è che la si smetterà con questa moda di essere “anti” e si comincerà ad essere “per”, “per” la verità, “per” la giustizia?

In tanti commenti che ho letto in questi giorni a proposito di questa triste vicenda ho visto all’opera, ancora una volta, due abitudini tipiche di molti meridionali(sti): quella di praticare giochi intellettuali privi di rilevanza e quella di cedere al vittimismo.

Che speranze può avere una comunità che da una parte si affida, oggi come ieri, o a delinquenti o a personaggi da operetta, ad autentiche macchiette, e che dall’altra si compiace nel perdersi a spaccare il capello in quattro, e poi in quattro ancora, e così di seguito, all’infinito?

Sventurata la terra che ha bisogno di eroi, ha detto Bertolt Brecht.

Se poi gli “eroi” sono certi personaggi, allora quella terra fa anche ridere.

Alcuni, evidentemente privi della capacità di distinguere, hanno parlato, secondo la solita abitudine di mettere tutto in un unico calderone, dando vita ad una miscela in cui tutto si confonde, di un attacco alla libera informazione.

Ma l’attività della televisione “Telejato” non c’entra nulla con la vicenda che vede coinvolto il suo creatore.

Si tratta, casomai, molto più banalmente, stando agli elementi fin qui emersi, del tentativo di sfruttare l’attività giornalistica e la notorietà acquisita per avere in cambio favori.

La banalizzazione che caratterizza questi anni ha interessato anche la mafia.

Un tempo c’erano delitti di mafia che venivano mascherati da delitti passionali (emblematico a questo proposito il caso Tandoj), oggi si assiste invece al tentativo di usare la mafia per mascherare finalità che con essa nulla hanno a che vedere.

È proprio vero che per tante persone, appartenenti ai più diversi settori di attività, la mafia rappresenta, direttamente e indirettamente, una risorsa.

Per questi individui la mafia, se non ci fosse, bisognerebbe inventarla.

A tutti quelli che si professano “antimafia” andrebbe fatto capire che agire in modo che si stabilisca la verità, e quindi si affermi la giustizia, comporta logicamente essere antimafia.

E che dichiararsi invece “antimafia”, esibendo l’appartenenza a questa variegata “compagnia” come un comodo lasciapassare, come un passe-partout, non significa affatto che, solo per il possesso di questo distintivo, si agisca per stabilire la verità, per affermare la giustizia.

Succede la stessa cosa con la religione: con o senza di essa chi è buono si comporta bene e chi è cattivo fa del male.

Ma è solo con la religione che una persona buona può fare del male.

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I segni comunicano più delle parole (a proposito del discorso di Mattarella).

5 Feb

Tra la marea degli applausi (42, in soli trenta minuti!) che hanno più volte interrotto il discorso che Sergio Mattarella ha pronunciato martedì 3 febbraio nell’aula di Montecitorio in occasione del suo insediamento alla carica di Presidente della Repubblica, quello che ho trovato più incredibile, surreale, è stato quello seguito alle parole “la lotta alla Mafia e alla corruzione sono priorità assolute“.

Come definire altrimenti il fatto che, tra quella “folla plaudente”, ci fossero tanti personaggi che, pur avendone avuta la possibilità, non hanno mai fatto nulla per contrastare efficacemente, con atti concreti, con comportamenti, entrambi questi fenomeni?

E che ve ne fossero anche di quelli che li hanno pure favoriti?

Per non parlare poi di quelli la cui presenza in quell’uditorio aveva a che fare con l’esistenza stessa della Mafia (e con quella della cosiddetta “antimafia”, che della Mafia è uno dei frutti velenosi) e di quelli che hanno utilizzato la corruzione come strumento per acquisire consenso elettorale.

E che dire della presenza alla cerimonia d’insediamento di chi pubblicamente ha definito “eroe” un individuo che faceva parte della Mafia, vale a dire di quell’organizzazione criminale che decretò l’uccisione di Piersanti Mattarella, fratello del nuovo Presidente della Repubblica, del nuovo Presidente della Repubblica che nel suo discorso coperto di applausi ha definito la lotta alla Mafia “una priorità assoluta”?

Ma questa lotta non si combatte solo con le leggi, o con le forse dell’ordine, o con vuote parole, o con la presenza a convegni, ma soprattutto, prima di tutto, con i comportamenti.

Davanti a questa “strana” presenza, giudicata da alcuni “inopportuna”, i tanti ipocriti di questo Paese si sono subito affrettati a trovare una giustificazione.

E l’hanno trovata (proprio come una delle tante gride manzoniane) nel cerimoniale del Quirinale, secondo il quale hanno diritto ad essere invitati, fra gli altri, gli ex Presidenti del Consiglio e i leader delle formazioni politiche.

E come dubitare del fatto che nel mare magnum delle norme di questo Paese non ci fosse una norma, un articolo, un paragrafo, un comma adatto alla bisogna!

Ma quel diritto permane anche in presenza di una condanna definitiva?

E tra quel “diritto” e il “dovere” di essere credibile, cosa prevale?

Ma non è tanto questo l’elemento di disturbo che ho colto in quella presenza.

A me, più che “inopportuna”, quella presenza è apparsa in stridente contraddizione con il contenuto del discorso di Mattarella, in particolare con quel richiamo alla speranza, proprio a quella speranza che Mattarella aveva voluto richiamare (assieme alle difficoltà dei cittadini di questo Paese) con le prime parole pronunciate nella sua veste di Presidente della Repubblica.

Il fatto che trovo incoerente, da un punto di vista logico, prima ancora che morale, è che Mattarella abbia invitato (o abbia accettato che fosse invitato) chi, pubblicamente, definì “eroe” una persona che faceva parte della Mafia, vale a dire di quell’organizzazione criminale che, non solo dovrebbe essere oggetto di una lotta che lo stesso Mattarella ha definito “priorità assoluta”, ma che decretò la morte di suo fratello Piersanti, ucciso a Palermo il 6 gennaio 1980.

Come ha fatto Mattarella a non tener conto del segnale che quella presenza può veicolare?

Un conto è il rispetto delle procedure, o la volontà di riappacificazione, o il perdono (che i cattolici non negano a nessuno), un altro è il rispetto che si deve alle parole.

Mi è sembrata, quella presenza, un segnale incoerente con la volontà, espressa con delle parole, di dedicarsi alle difficoltà ed alle speranze degli italiani.

Qualunque messaggio, se si vuole che venga creduto, deve essere prima di tutto credibile.

E per esser tale, occorre fornire segni che ne confermino la credibilità.

Una famosa pubblicità degli anni sessanta, riguardante una lozione capace, secondo la “promessa”, di far ricrescere i capelli, indicava, quale “segno” di conferma della credibilità della promessa, la comparsa sulla fronte di un “benefico rossore”, segno premonitore della promessa ricrescita.

È, per esempio, con un segnale come quello veicolato da quella presenza (poco importa se frutto di un cerimoniale) che Mattarella pensa di poter riaccendere la speranza dei palermitani onesti, morta la sera del 3 settembre 1982, con l’uccisione, a Palermo, di Carlo Alberto Dalla Chiesa?

Possibile che proprio un palermitano come Mattarella sottovaluti il fatto che i segni sono un mezzo di comunicazione molto più efficace delle parole?

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