Tag Archives: Antonio Ingroia

Ricordando Leonardo Sciascia

12 Set

E così, stando a quanto pubblicamente affermato in questi giorni da Luciano Violante, le istituzioni del nostro Paese (in particolare la Presidenza della Repubblica) sarebbero oggetto di una vera e propria canea, canea che sarebbe stata sollevata da alcune dichiarazioni di Grillo e di Di Pietro e da alcuni articoli del Fatto Quotidiano.

Più che entrare nel merito di questa affermazione, vale la pena notare il termine al quale Violante ha fatto ricorso per qualificare chi ha “osato” muovere delle critiche al nostro Presidente della Repubblica: gli autori di queste critiche (che pure, ipocritamente, vengono considerate “pienamente legittime”) sono stati infatti paragonati a una “muta di cani lanciati all’inseguimento della selvaggina”.

Questo modo di ragionare è tipico dei regimi totalitari, nei quali chi “osa” esprimere apertamente una critica contro il potere (entità idolatrata e per tale motivo ritenuta inviolabile, inattaccabile) viene per questo offeso, dileggiato, isolato.

Se poi si entra nel merito della questione, se si analizzano serenamente i fatti, si vede che se di canea si deve parlare questa è quella che si è abbattuta contro alcuni magistrati della Procura di Palermo, guarda caso contro quei magistrati che hanno condotto e stanno conducendo inchieste che vedono indagati importanti personaggi della politica italiana (dove, si badi bene, l’aggettivo “importanti” in questo caso non ha alcuna connotazione positiva).

Riflettendo poi sugli attacchi mossi ad Antonio Ingroia, attacchi che mi ricordano molto quelli di cui a suo tempo fu vittima Giovanni Falcone (prima che i tanti farisei di questo Paese ne facessero, una volta morto, un “santino”), mi rendo conto che aveva proprio ragione Leonardo Sciascia quando diceva che “la storia siciliana è tutta una storia di sconfitte della ragione, sconfitte degli uomini ragionevoli”.

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A proposito dell’ultima puntata dell’Infedele

11 Set

La prima parte della trasmissione televisiva “L’Infedele” andata in onda ieri sera è stata dedicata alle critiche mosse dal presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati ai magistrati palermitani Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, presenti il giorno prima alla festa del “Fatto Quotidiano” e colpevoli, secondo l’accusa mossa nei loro riguardi, di non aver preso le distanze dalle critiche espresse nel corso di quella festa, in loro presenza, nei confronti del Presidente della Repubblica Napolitano.

Tra gli invitati alla trasmissione condotta da Gad Lerner c’era anche Luciano Violante, che ha detto chiaramente di condividere in pieno le critiche mosse ai due magistrati, dando così il suo contributo al loro isolamento, anche se poi ha aggiunto, con una tecnica tipica della più fine mentalità gesuitica, che le indagini che la Procura di Palermo sta conducendo devono, ovviamente, andare avanti (prima si mettono le persone in condizione di non poter agire e poi le si invita ad agire in piena libertà).

Quello che né Violante né nessun altro dei presenti ha detto è che il motivo vero all’origine delle critiche avanzate nei confronti dei due magistrati palermitani ha a che vedere col fatto che entrambi questi “servitori dello Stato” sono impegnati in indagini che vedono coinvolti importanti personaggi della politica italiana.

Devo dire che le parole pronunciate (e quelle non pronunciate) da Violante non mi hanno stupito per niente, dal momento che sono state pronunciate da parte del principale esponente di quella scuola di pensiero per la quale la giustizia deve essere “sensibile” agli interessi della politica, da parte cioè del massimo teorico della sottomissione della giustizia alla politica (teoria alla base dei tanti casi di uso strumentale della giustizia a fini politici).

Per chi non lo sapesse o se ne fosse dimenticato, Violante è anche la persona che pronunciò quel famoso discorso alla Camera nel quale rivendicò il merito di aver dato piene garanzie a Berlusconi che una legge sul conflitto d’interessi non sarebbe mai stata fatta, nonché la stessa persona che invitò a comprendere le ragioni dei ragazzi di Salò.

La cosa che più mi intristisce quando sento fare certe affermazioni è vedere come queste trovino un così largo credito nella società italiana, segno evidente della scarsa considerazione nella quale è tenuta in questo Paese la giustizia, quella giustizia per la quale molti italiani perbene sono andati (alcuni anche consapevolmente) incontro alla morte.

L’impossibilità italiana di essere un Paese normale

27 Mag

L’ultima puntata della trasmissione televisiva “Servizio Pubblico” ha messo in evidenza ancora una volta una delle più radicate abitudini di questo Paese, quella di tendere sempre a buttare tutto “in caciara” (come si dice a Roma), mescolando tra loro, volutamente, elementi (fatti, cose, dati) privi di alcuna attinenza, mettendo sullo stesso piano elementi tra loro assolutamente disomogenei.

Per di più, molto spesso (come nel caso della richiamata trasmissione) si assiste al devastante spettacolo di vedere inseriti nel discorso, da parte di soggetti che non si capisce a quale titolo vengano invitati a parlare, elementi non solo privi di attinenza col tema trattato, ma anche inesatti, in certi casi falsi, e tutto senza che né il conduttore della trasmissione né alcuno tra i partecipanti evidenzi le imprecisioni, le inesattezze, le falsità, lasciando così che entri tutto nel frullatore mediatico.

Il principale risultato di questa vera e propria perversione è quello di far perdere il filo del discorso.

Uno degli espedienti più ricorrenti di questa radicata abitudine, espedienti dei quali l’ultima puntata di “Servizio Pubblico” ci ha fornito un classico esempio, è quello di confondere il piano giudiziario con quello politico, di confondere cioè la responsabilità penale con quella politica.

L’obiettivo di questa collaudata tecnica è quello di far passare la tesi secondo la quale gli unici comportamenti che un politico non può tenere sarebbero soltanto quelli connessi alla commissione di fatti classificati dal codice penale come reati.

Alla fine, questo modo di affrontare i problemi, questo mettere tutto nello stesso calderone, ha impedito che l’ultima puntata di “Servizio Pubblico” desse il giusto risalto, facendola passare, nel marasma generale, come una tra le tante opinioni espresse nel corso della puntata, alla considerazione-chiave fatta da Antonio Ingroia, quella espressa con le seguenti parole: “La nostra classe dirigente, nella sua stragrande maggioranza, non è disposta ad innescare nessun criterio di responsabilità, di nessun tipo”.

Appare quindi evidente quanto sia difficile far passare, in questo Paese, l’elementare principio in base al quale la responsabilità politica prescinde da quella penale.

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