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Altro che “uno vale uno”

20 Feb

Quello che è avvenuto ieri, in occasione dell’incontro tra Matteo Renzi e Beppe Grillo, oltre a confermare la deriva presa dalla politica italiana, ridotta ormai a puro spettacolo, dimostra come dietro il famoso slogan dell’uno vale uno, così tanto strombazzato a destra e a manca, si nasconda in realtà una concreta disuguaglianza, una netta disparità di trattamento.

Da una parte infatti c’è la popolazione del movimento 5 stelle e dall’altra c’è Beppe Grillo, che più che un leader politico è un idolo.

Nei giorni scorsi la base del movimento si era espressa, seppure con una debole maggioranza, a favore di un incontro tra Grillo e Renzi, dall’altra una singola persona (Grillo) ha deciso di utilizzare quell’incontro, approfittando del voto della base, per perseguire un obiettivo personale, per un fine sul quale la famosa base non aveva detto la sua.

A decidere come utilizzare quell’incontro, a stabilire che quell’incontro andasse a finire come si è visto, è stata così una sola persona, che ha agito senza che vi fosse stata alcuna indicazione a tal riguardo da parte della base.

Chissà per esempio quanti sono, fra quelli della base del movimento 5 stelle che si erano espressi a favore di quell’incontro, quelli che avrebbero voluto che quell’occasione fosse utilizzata in un altro modo, con un’altra strategia.

Una strategia finalizzata a stanare Renzi, a far emergere, in streaming, le tante contraddizioni, le tante incongruenze, che segnano il governo che sta per nascere.

E invece no, uno ha deciso per tutti, prescindendo dalla volontà della popolazione del movimento.

Altro che la tanto sbandierata uguaglianza, altro che “uno vale uno”, banale slogan accreditato di un significato inesistente.

E questa sarebbe la novità?

10 Ott

Eccoci alle prese con un nuovo caso di “scomunica” nel Movimento 5 Stelle.

L’ultimo (per ora) della serie riguarda due parlamentari (senatori) che avevano preso l’iniziativa (!), senza prima averne discusso in assemblea e quindi senza essere in possesso della preventiva autorizzazione del Movimento (le proposte devono prima essere discusse in assemblea e successivamente essere sottoposte, attraverso il web, all’approvazione del Movimento), di presentare un emendamento per abolire il reato d’immigrazione clandestina.

Non appena questa “botta di autonomia politica” è diventata di dominio pubblico, sul blog di Beppe Grillo è apparso un post, a firma dello stesso Grillo e di Casaleggio, nel quale si prendono le distanze dai due “liberi promotori” (indicati non come “senatori” ma come “portavoce del Movimento”), la cui iniziativa viene classificata, riducendone così la portata, come posizione del tutto personale.

Quello che mi ha colpito, in questo post, non è il richiamo (legittimo e, per certi versi, doveroso) al rispetto delle regole del Movimento, ma un passaggio, nel quale ho colto un elemento sul quale tutti dovrebbero riflettere attentamente.

Mi riferisco a quella parte del post nella quale si afferma che, se nel programma elettorale fosse stata inserita la proposta di abolizione del reato di clandestinità, il Movimento 5 Stelle avrebbe ottenuto percentuali da prefisso telefonico.

Questo vuol dire, al di là del caso specifico in questione, una cosa molto semplice: secondo i due fondatori del Movimento 5 Stelle, i temi di un programma elettorale vanno scelti in base alla loro capacità di attirare voti, non di migliorare il Paese.

Esattamente (per tornare al tema di quest’ultima “scomunica”) come la legge Bossi-Fini, nata solo per raccogliere facili voti.

E questa sarebbe la forza politica nuova?

Il voto degli elettori non può essere considerato un assegno in bianco

1 Mag

Una delle più recenti polemiche innescate da Beppe Grillo ha riguardato il cosiddetto “vincolo di mandato” dei parlamentari italiani.

Dopo il forte richiamo col quale Grillo ha ricordato ai deputati ed ai senatori del Movimento 5 Stelle il loro dovere di rispettare in pieno, nel lavoro alla Camera ed al Senato, il programma da tutti loro liberamente sottoscritto, da tante parti si sono subito levate indignate grida di protesta in nome dell’autonomia dei parlamentari.

Gli indignati (e molto interessati) difensori dell’autonomia dei “rappresentanti del popolo” hanno ricordato a Beppe Grillo il contenuto dell’articolo 67 della nostra Costituzione, secondo il quale “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato“.

Nessun parlamentare può cioè essere considerato un mero esecutore della volontà altrui, un semplice strumento a disposizione del capo di un partito.

Relativamente al delicato rapporto tra delegato-eletto e delegante-elettore sono però dell’avviso che tra la posizione di Beppe Grillo (che vorrebbe introdurre il vincolo di mandato per i delegati-eletti) e il principio fissato dall’art. 67 della nostra Costituzione (nel quale viene sancita l’autonomia dei parlamentari) debba trovare spazio una posizione che introduca nella nostra Carta il principio secondo il quale chi ottiene il voto degli elettori non può comportarsi in modo diametralmente opposto a quello indicato nella promessa sulla base della quale ha richiesto e ottenuto quel voto, pena la decadenza del mandato di rappresentanza.

Se infatti è certamente chiaro che quello tra elettore ed eletto non è un normale rapporto contrattuale, dovrebbe essere altrettanto chiaro che il comportamento degli eletti non può andare in senso opposto alla volontà espressa dagli elettori che si rappresentano.

L’esigenza di aggiornare a tal fine la nostra Costituzione è resa ancora più evidente dal recente comportamento del PD, un autentico scandalo, un’incredibile anomalia mai verificatasi prima.

Dopo aver condotto la sua campagna elettorale sulla linea di una netta alternativa al PdL (“mai al governo col partito di Berlusconi”), il PD ha utilizzato i voti ottenuti sulla base di quell’impegno per mettere in atto un comportamento esattamente opposto a quello che gli aveva fatto ottenere quei voti.

Quanti dei voti ottenuti dal PD mancherebbero all’appello se in campagna elettorale i dirigenti di questo partito avessero detto a quelli ai quali chiedevano il voto che questo sarebbe stato poi utilizzato per poter dar vita ad un governo col PdL di Berlusconi?

Qui non è in discussione la legittimità della nascita del nuovo governo, qui è in gioco l’essenza stessa della democrazia.

Il problema non sta nel puparo ma in quelli che accettano di fare i pupi

4 Apr

Ieri, per l’ennesima volta, Beppe Grillo è intervenuto sul suo blog per sconfessare uno dei suoi; in quest’ultimo caso si trattava di Vito Crimi, capogruppo del Movimento 5 Stelle al Senato.

Al di là della fondatezza e della condivisibilità dei motivi per i quali Beppe Grillo si sente sempre in dovere d’intervenire per richiamare i suoi seguaci al rispetto delle regole che gli stessi, liberamente e consapevolmente, hanno accettato nel momento in cui hanno deciso di aderire al Movimento 5 Stelle, devo dire che questi richiami pubblici non appena qualcuno “sgarra”, queste sconfessioni di persone alle quali è stato per di più affidato l’incarico di rappresentare nelle sedi istituzionali il Movimento, suscitano tanta tristezza: che pena vedere come tanti ragazzi e tante ragazze abbiano accettato di far parte di una comunità vissuta e gestita come se si trattasse di una setta religiosa.

Che tristezza vedere delle persone adulte accettare passivamente, senza reagire, di farsi umiliare, di farsi trattare da bambini, pur se a trattarli in questo modo è chi ha comunque dato loro la possibilità (a loro, in gran parte persone banali) di diventare dall’oggi al domani persone “famose”, per di più senza poter vantare alcun merito, a parte quello di saper utilizzare la tastiera di un pc.

Drogati dal web, succubi dell’illusione di un potere derivante unicamente dalla padronanza di banali tecniche, queste persone non si rendono conto dell’enorme distanza che separa il volere una cosa dall’ottenerla, della necessità di dover creare preventivamente le condizioni favorevoli perché possano accadere i fatti desiderati, della difficoltà della strada che occorre percorrere, passo dopo passo, per raggiungere gli obiettivi.

Beppe Grillo non fa che richiamare i suoi al rispetto delle regole del loro Movimento, ma prima ancora di queste ne esistono delle altre, di portata più generale, che occorre rispettare da parte di chi ha deciso d’impegnarsi nella vita politica italiana: sono le regole della democrazia parlamentare.

Un conto, per esempio, è rifiutarsi di fare accordi con chi si ritiene tenda a cooptare, altra cosa è rifiutare qualunque tipo di confronto (senza poi tener conto del fatto che fare accordi non significa necessariamente fare accordi al ribasso: si possono fare accordi, se se ne è capaci, al rialzo).

Rifiutare a priori qualunque tipo di confronto vuol dire che, anziché contribuire a costruire qualcosa di nuovo, anziché incidere nelle decisioni strategiche, anziché “spingere” ad adottare misure in linea con quelle del proprio programma, si sceglie di restare isolati, così sprecando il potere derivante dai voti presi alle ultime elezioni, voti che, se non utilizzati, andranno certamente da qualche altra parte.

La nomina di Laura Boldrini a Presidente della Camera e di Pietro Grasso a Presidente del Senato non sono forse il frutto del “potere” del M5S, “potere” che ha costretto Bersani a cambiare in fretta e furia i propri originari candidati (quelli sì espressione della “casta”)?

Chi accetta di agire in maniera meccanica, quale semplice esecutore di una volontà esterna, accetta di fare la parte dei pupi (dal latino pupus: bambino), incapaci di vita propria, dipendenti da un puparo che li manovri.

L’incapacità di cambiare rende prigionieri

11 Mar

Dalle ultime elezioni sono già passate due settimane e ancora oggi non solo non c’è un nuovo governo (ma allora per quale motivo si va a votare?) ma c’è anche una non trascurabile probabilità che gli italiani vengano chiamati a breve ad andare a votare una seconda volta, e questo senza che vi sia alcuna garanzia che l’ulteriore voto risulti meno inutile di quello appena espresso.

A proposito poi dei risultati di queste ultime elezioni, c’è da notare (con tanta amarezza ma senza stupore) come la maggior parte dei politici e degli osservatori italiani dimostri di non essere in grado d’interpretare correttamente il segnale lanciato quindici giorni fa.

Soprattutto, quello di cui non ci si rende conto è il fatto che i voti andati al Movimento 5 Stelle (8.689.458 alla Camera e 7.285.850 al Senato) non rappresentano né una parte ben definita della popolazione italiana né tanto meno una parte del territorio nazionale (tra le tante stupidaggini che si sono sentite in giro spicca quella che paragona il Movimento 5 Stelle alla Lega Nord) e questa non omogeneità è proprio una delle principali ragioni che stanno alla base delle difficoltà di interpretare il segnale del 24 e 25 febbraio.

A proposito delle difficoltà che vedo nel decifrare quello che è accaduto e, soprattutto, nel capire cosa bisogna fare per uscire da questa impasse nella quale ci troviamo, mi viene in mente la fissità funzionale, quella particolare situazione psicologica che impedisce di risolvere un problema se non si è in grado di ragionare uscendo da certi schemi, da certi vincoli, inesistenti nella realtà ma non nella nostra testa (i vincoli più forti sono proprio quelli che ci imponiamo da soli).

Ma quello che ritengo sia l’errore più grave, più pericoloso (errore che, se commesso anche dai componenti del Movimento 5 Stelle potrebbe risultare a questo fatale) è quello di dare per scontato che chi ha votato per il Movimento di Beppe Grillo possa essere considerato, semplicemente per questo fatto, totalmente d’accordo col programma politico del Movimento, col suo leader.

In realtà, la verità (che come spesso accade è molto semplice, basta avere occhi aperti per vederla) è che una parte considerevole dei voti andati al Movimento 5 Stelle sono voti espressi da persone che, da tanto tempo, sono alla ricerca di un reale cambiamento dello stato delle cose nella vita pubblica italiana e che vedono nel Movimento uno strumento capace di attuarlo.

Perché il potere ufficiale teme il Movimento di Beppe Grillo

16 Feb

Quanto più si avvicina il giorno delle elezioni politiche, in programma il 24 e 25 di questo mese, tanto più cresce il timore di buona parte degli schieramenti politici (vecchi e nuovi) per i voti che gli elettori italiani assegneranno al Movimento 5 Stelle.

Il fatto poi che, proprio a ridosso di queste elezioni, siano finite sulle prime pagine dei giornali notizie di scandali che hanno ancora una volta rivelato su quale ramificato sistema d’interessi si basi il potere di chi determina le sorti del nostro Paese (sistema nel quale, è bene ricordare, sono coinvolti, direttamente o indirettamente, quasi tutti gli schieramenti politici che, come se nulla fosse, chiedono di essere votati) non fa evidentemente che aumentare questo timore.

Non è un caso che le prese di posizione sul Movimento 5 Stelle si vadano facendo sempre più nette.

Ma qual è il motivo che sta alla base di questo timore, che cos’è che fa più paura del Movimento di Beppe Grillo?

Credo che la risposta a questa domanda centrale vada ricercata nel fatto che questo Movimento è nato e si è sviluppato sul web, su un mezzo cioè assolutamente diverso dai tradizionali mass media, sui quali chi detiene il potere può da sempre contare per esercitare il proprio controllo sui cittadini-elettori (è davanti agli occhi di tutti l’uso della televisione come strumento finalizzato a fabbricare il consenso).

Da sempre, il primo problema che ossessiona chi detiene il potere è quello di tenere sotto controllo i cittadini, di mantenerli all’interno di determinati spazi, entro schemi codificati e ben collaudati (quali per esempio la chiesa, il partito, il sindacato).

Il web non consente il controllo, non consente di manipolare a proprio piacimento l’opinione pubblica.

Ed è proprio questa impossibilità di esercitare il controllo l’elemento che suscita il timore dei detentori del potere.

E la vera forza della rete sta in quella che è la sua stessa natura; il web non si limita infatti a collegare macchine, fa qualcosa molto più importante: connette persone.

Quello che fa paura del Movimento 5 Stelle è che, essendo basato sulla rete, sfugge ad ogni possibilità di controllo.

A proposito della battuta di Grillo sui sindacati

21 Gen

Hanno suscitato notevole scalpore le parole sui sindacati pronunciate venerdì scorso a Brindisi da Beppe Grillo.

“Eliminiamoli, sono una struttura vecchia come i partiti politici. Non c’è più bisogno dei sindacati. Le aziende devono essere di chi lavora”, ha detto il leader del Movimento 5 Stelle.

Subito si sono levate parole di sdegno da parte dei rappresentanti dei maggiori sindacati italiani (quelli della cosiddetta “Triplice”), cui hanno fatto seguito quelle di alcuni politici.

Al di là delle parole “scandalose” pronunciate da Grillo, l’argomento toccato (l’effettiva utilità dei sindacati), anziché far scattare facili e prevedibili reazioni e far dividere, come al solito, i cittadini italiani in opposte fazioni, dovrebbe piuttosto far riflettere sulla reale efficacia del sindacato italiano, sulla sua capacità di tutelare per davvero gli interessi dei lavoratori e, più in generale, sull’effettiva realizzazione nel nostro Paese dei diritti e delle condizioni previste per i lavoratori dalla Costituzione.

E come si fa a verificare l’efficacia di uno strumento? Si prendono in esame le sue funzioni, quello cioè a cui dovrebbe servire, e poi si va a vedere se i risultati che si ottengono utilizzandolo sono in linea con quelli previsti. Quanto più i risultati si dimostreranno inferiori a quelli attesi tanto più inefficace, e quindi inutile, inadatto allo scopo, risulterà lo strumento.

Ma, come si sa, in Italia manca del tutto l’abitudine di fare i conti con la realtà, qui da noi si discute sempre prescindendo dai fatti, per cui risulta molto difficile poter affrontare i problemi in modo logico, razionale.

Occorre poi tener conto del fatto che molto spesso chi, in questo Paese, si presenta come innovatore, parte comunque dal presupposto che il tanto invocato cambiamento (di cui pure si dice portatore) non debba mai intaccare i propri interessi; in Italia si dà per scontato che alcuni settori siano da considerarsi esentati da qualsiasi cambiamento.

Si tratta del tipico atteggiamento nimby (“not in my back yard”, vale a dire “non nel mio cortile”).

Se, per esempio, a proposito dell’effettiva utilità dei sindacati italiani, si tenesse conto di quelle che sono le reali condizioni di lavoro di chi svolge attività lavorativa in questo Paese, risulterebbe evidente a tutti come sia semplicemente assurdo sostenere che i sindacati (a parte rare eccezioni) svolgano efficacemente la funzione di salvaguardia dei diritti di chi lavora: come i fatti dimostrano chiaramente, in Italia i diritti dei lavoratori sono da tempo sempre di più privi di un’effettiva tutela.

Chi ha tutelato in tutti questi anni i diritti dei lavoratori Fiat? E quelli dei lavoratori Ilva?

E chi tutela i diritti di chi lavora nei cantieri edili, dove il lavoro irregolare è di casa?

Perché, oltre ad attaccare Beppe Grillo, non ci si rende conto del fatto che più che preoccuparsi di garantire la dignità dei lavoratori, i sindacati italiani sono, da anni, impegnati a svolgere un ruolo di fiancheggiamento dei partiti politici?

Perché, oltre a scandalizzarsi delle parole di Beppe Grillo, non si dice che i sindacati italiani rappresentano una delle più potenti caste che, oltre a curare più i propri interessi che non quelli dei lavoratori, impediscono che in questo Paese avvengano quei cambiamenti che servirebbero a renderlo più civile?

Con quale efficacia i sindacati italiani hanno curato gli interessi dei lavoratori dell’industria, visto che lo stipendio di un operaio medio italiano è di gran lunga inferiore a quello di un pari grado tedesco?

E come mai nessun governo di questo Paese ha mai provato davvero ad eliminare le cause all’origine della grande differenza che esiste tra quanto costa un lavoratore e quanto entra nelle sue tasche a fine mese?

Forse perché nessuno in questo Paese (anche chi parla di “cambiamento”) vuole davvero smantellare quel sistema parassitario che ha il potere di mantenere in vita i propri privilegi, infischiandosene del fatto che così facendo non fa che danneggiare tanto i datori di lavoro quanto i lavoratori.

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