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Alla ricerca della causa prima

28 Set

Alcuni osservatori della politica italiana non fanno che sottolineare l’opportunità di considerare le cause che hanno portato alla situazione attuale, piuttosto che limitarsi a evidenziare le stravaganze del governo attualmente in carica.

Questo loro invito tende a non considerare “nuovo” il comportamento dell’attuale governo; sotto sotto sembra che vogliano dire “la colpa non è solo di quelli che ci sono ora, ma anche di quelli che li hanno preceduti”.

Anzi, secondo questo modo di ragionare, il “vero” colpevole sarebbe chi ha causato la situazione attuale.

Sarebbe interessante capire fin dove, fino a quale epoca, secondo questi osservatori, si dovrebbe risalire nella ricerca della causa della situazione attuale.

Forse fino alla “causa prima” aristotelica?

È sicuramente importante capire le cause che hanno portato ad una determinata situazione ma questa attività intellettuale non significa affatto, come si crede e si vorrebbe far credere, che di per sé determini l’uscita dalla situazione nella quale ci si trova.

E l’obiettivo dovrebbe essere questo, guarire dal male, e non limitarsi a capire perché ci si è ammalati.

Sempre che sia possibile guarire.

A me sembra che il momento nel quale la situazione ha cominciato a cambiare, in maniera irreversibile e in senso peggiorativo, sia da individuare nell’avvento della televisione, soprattutto quando se ne è scoperto l’immenso potere di strumento per vendere pubblicità.

Da quel momento in poi i cittadini sono stati trasformati in clienti, e siccome “il cliente ha sempre ragione”, ecco che assecondarne i gusti, dirgli quel che vuole sentire, è diventata la “missione” della tv.

Altro che informare!

Un dato essenziale, del quale non si tiene conto a sufficienza in questa ricerca delle responsabilità, è che le persone incapaci di ragionare in modo logico, razionale, non solo giungono a conclusioni sbagliate (e di conseguenza compiono scelte sbagliate), ma, proprio a causa di questa loro incapacità, non se ne rendono conto.

Il cuore del problema sta in quella incapacità, che impedisce di rendersi conto delle scelte sbagliate che si compiono.

L’istruzione sembrerebbe la soluzione più corretta, ma il problema è che la scuola è parte integrante del problema, essendosi rivelata incapace di formare adeguatamente chi la frequenta, di “produrre” individui dotati di capacità di pensiero critico, in grado di costruire argomentazioni logiche, di condurre un ragionamento complesso.

E questo fondamentale ruolo della scuola è ancora più importante in un’epoca in cui i social media trasformano miti, storie sentite in giro, banali voci, in fatti.

Gran parte dei naviganti in rete non è in grado di distinguere tra informazione reale e notizie che circolano liberamente nel web.

Ed essere disinformati è una condizione ancora peggiore che essere ignoranti: chi in mare non sa dove si trova è meno in pericolo di chi crede di trovarsi in un luogo diverso da quello nel quale in realtà si trova.

 

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Perché in Italia un reale cambiamento è impossibile

6 Mag

Forse mai come in questi ultimi mesi si è parlato tanto in Italia di cambiamento.

Non c’è personaggio pubblico che ultimamente non abbia detto che in Italia serve cambiare le cose.

C’è però un piccolo particolare: ognuno pensa ai cambiamenti di sua convenienza (o a quelli che interessano solo ad una piccola parte degli italiani), nessuno che pensi a quei cambiamenti che servono alla stragrande maggioranza dei cittadini di questo Paese.

Si tratta del solito vecchio scontro tra “interessi particolari” e “interessi generali”, sempre risoltosi a favore dei primi.

Nessuno, per esempio, che dica di voler cambiare la distribuzione del carico fiscale Irpef in Italia con una più equa, che tenga conto della differente posizione in cui si trovano gli italiani per i quali il pagamento di questa tassa avviene alla fonte (a cura del loro sostituto d’imposta) rispetto a quelli che invece l’Irpef la pagano sul reddito che dichiarano di possedere.

L’iniquità di un tale sistema è del tutto evidente: da una parte il reddito sul quale è calcolata (e pagata) l’imposta è certo, dall’altra è presunto (quello dichiarato è quasi sicuramente inferiore a quello realmente posseduto).

Il tutto risulta poi surreale se si tiene conto del fatto che tutto ciò avviene in un Paese che si caratterizza per una macchina dello Stato assolutamente inefficiente.

Nessuno (per fare altri esempi) che parli di ridurre drasticamente la differenza tra quanto costa un dipendente e quanto questo si mette in tasca a fine mese, nessuno che parli di affidare ad uffici pubblici competenze che oggi sono esclusivo appannaggio dei notai, nessuno che parli di eliminare i cartelloni pubblicitari che deturpano le nostre città, nessuno che parli di ridurre le interruzioni pubblicitarie che hanno ucciso i film trasmessi in televisione, ecc. ecc. (l’elenco sarebbe lungo).

Perché nessuno parla di questi “cambiamenti”?

Il fatto è che nel nostro Paese il cambiamento (intendo quello vero, quello che guarda agli interessi generali, non a quelli particolari) è sempre e solo evocato a parole, mai realizzato, va bene come oggetto di dibattiti, di seminari, di campagne elettorali.

Chiacchiere, nient’altro.

Qui non si tratta di cambiare il direttore d’orchestra (o magari qualcuno degli orchestrali), qui si tratta di cambiare genere musicale.

Ma per quale motivo siamo costretti a sentire sempre la stessa musica?

Secondo me, quello che da noi rende impraticabile il cambiamento è che chi lo proponesse penserebbe di realizzarlo col consenso generale, anche con quello di chi dal cambiamento verrebbe seriamente danneggiato.

A conferma del fatto che a prevalere in questo Paese sono sempre i cretini.

Pensare, per esempio, di fare una serie legge sul conflitto d’interessi cercando l’accordo di chi da quella legge verrebbe colpito non vuol dire solo evocare qualcosa di irrealizzabile, vuol dire semplicemente essere imbecilli.

Il problema è che gli italiani, come diceva Leo Longanesi, vogliono fare la rivoluzione col permesso dei carabinieri.

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