Tag Archives: Cappella Palatina

La Cappella Palatina di Palermo: un miracolo della Storia

25 Ott

La più bella chiesa del mondo”: così Guy de Maupassant definì la Cappella Palatina quando, nel 1885, visitò Palermo.

Si tratta del luogo più affascinante, più spettacolare, tra quelli toccati dal cosiddetto “itinerario arabo-normanno”, termine utilizzato per indicare alcuni tra i monumenti costruiti in Sicilia nei primi due secoli del secondo millennio.

A proposito dell’espressione “arabo-normanno”, trovo che parlare in questi termini del fenomeno che caratterizzò la Sicilia di quel periodo, limitandolo così a due sole componenti, con la prima per di più identificata con un termine, “arabo”, generico, non consenta di cogliere la particolarità di quella Sicilia: la grande quantità delle culture che in quegli anni vi convissero (la Sicilia del XII secolo era abitata da musulmani, greci, ebrei, latini, tutti con notevole autonomia).

Andrebbe ricordato che non solo in quel periodo in Sicilia erano presenti altre culture (a cominciare da quella greco-bizantina) ma anche che le tecniche utilizzate nella realizzazione della Cappella Palatina erano nate in Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente in periodi antecedenti alla caduta di quei territori sotto il potere musulmano.

Nella decorazione della parte interna della cupola, per esempio, operarono artisti che provenivano dall’Egitto, dove quelle tecniche erano giunte tanto tempo prima, dall’Iraq; nella realizzazione del soffitto, per fare un altro esempio, vennero applicate tecniche derivate dall’arte persiana e in seguito sviluppate in Iraq.

Come si può allora ignorare che la contaminazione culturale che caratterizza la Sicilia di quegli anni fu ben più ampia di quella alla quale rimanda l’espressione “arabo-normanno”?

È proprio alla mescolanza di quelle diverse influenze che si deve l’originalità di quei monumenti, nei quali la severità dello stile gotico, portato in Sicilia dagli “uomini del nord”, si sposò felicemente con l’uso dei mosaici, espressione dell’arte bizantina, e con la raffinatezza delle decorazioni a muqarnas, espressione dell’arte islamica (quelle del soffitto ligneo sono un autentico capolavoro, senza pari al mondo).

Ed è proprio questa ricca e fortunata mescolanza di tanti stili, di tante culture, di tanti elementi diversi, l’elemento che non traspare dall’uso dell’espressione “arabo-normanno”.

Perché, a questo proposito, non usare il termine “siciliano” quando ci si riferisce allo stile dei monumenti costruiti in Sicilia, in quella Sicilia?

È del tutto evidente come quel periodo storico, irripetibile, a volte mitizzato, rappresenti solo una breve parentesi nella storia millenaria dell’isola ma è altrettanto evidente come quel “miracolo” sia avvenuto solo in Sicilia.

Ritornando alla Cappella Palatina, credo che ciò che ne fa un unicum assoluto, magico, sia la concentrazione, in uno spazio molto limitato, di un’incredibile ricchezza di decorazioni.

Se si istituisce un confronto con altri monumenti dell’itinerario arabo-normanno si può notare che, a differenza del Duomo di Monreale (dove c’è pari rilevanza tra l’elemento architettonico e quello decorativo) e del Duomo di Cefalù (dove invece l’elemento architettonico predomina), la Cappella Palatina di Palermo si caratterizza, rispetto ai primi due, per una netta predominanza delle decorazioni.

Le composizioni realizzate con le tessere colorate abbagliano come in nessun altro luogo, e non caso.

Ruggero II aveva infatti voluto far le cose in grande (volle “fari fiura”, come si dice a Palermo): la ricchezza delle decorazioni, la grande quantità di oro, utilizzato a profusione, dovevano innanzitutto suscitare stupore, meraviglia, nei visitatori, e mostrare a tutto il mondo il ruolo centrale del suo regno.

Ma la Cappella Palatina di Palermo non è solo una meravigliosa opera d’arte, sarebbe riduttivo limitarsi a considerarla tale: si tratta infatti anche, e forse soprattutto, di uno straordinario simbolo, evocativo come pochi altri al mondo.

Chi la visita si trova infatti davanti a quella che è la più chiara concretizzazione visiva del capolavoro politico di cui furono capaci i re normanni (in particolare Ruggero II): riuscire a fare stare insieme popolazioni differenti, dando vita ad un popolo solo, ad una civiltà sola.

Il regno normanno ebbe la capacità di conservare e di valorizzare ogni traccia delle precedenti civiltà e ancora oggi, a quasi mille anni di distanza, la sua eclettica amministrazione resta un esempio per gli uomini di tutto il mondo di che cosa significhi convivenza (parola che non necessariamente significa mancanza di problemi).

L’iscrizione trilingue posta su una parete poco prima dell’ingresso nella Cappella ricorda ai visitatori che nella Palermo normanna si parlavano tre lingue (il latino, il greco e l’arabo), a conferma del livello culturale che Palermo aveva raggiunto con Ruggero II.

Il dato sul quale bisognerebbe insistere, per sottolineare cos’era Palermo in quegli anni (e per rendersi conto del baratro nel quale è poi precipitata), è che nessun’altra città dell’epoca dava la possibilità d’imparare, in uno stesso luogo, il latino, il greco e l’arabo.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

P.S.

Si parla tanto, spesso con eccessiva enfasi, della tolleranza manifestata dai normanni nei confronti delle altre culture allora presenti in Sicilia.

La Sicilia però, per la sua posizione geografica, posta com’è proprio in mezzo a quello che gli ebrei chiamavano il “Grande Mare”, era già stata, ben prima dell’arrivo dei normanni e, prima ancora, di quello degli arabi, teatro di rapporti con altre culture.

Come non tener conto che fu proprio questa antica familiarità siciliana con gli altri ad aver creato le condizioni perché certe abitudini continuassero nel tempo?

Nato e cresciuto in un’isola che è stata sempre naturalmente aperta, predisposta, all’incontro con gli altri, come sono i popoli che viaggiano, un’isola abitata da Fenici, Greci, Romani, Arabi, Normanni, Francesi, Spagnoli, non sono mai riuscito a capire come sia possibile concepire discriminazioni tra esseri umani semplicemente per la loro appartenenza a popoli diversi.

E men che meno per il colore della loro pelle.

A proposito dell’espressione “arabo-normanna”

11 Mar

L’anno scorso l’Unesco ha dichiarato “Patrimonio Mondiale dell’Umanità” un insieme di monumenti di Palermo, Monreale e Cefalù, costruiti negli anni della dominazione normanna della Sicilia.

Questo insieme è stato chiamato “itinerario arabo-normanno”, termine con il quale si suole comunemente definire lo stile di quei monumenti (il perché sta nel fatto che i re normanni, per la realizzazione di quelle opere, fecero ricorso a maestranze musulmane).

Parlare però di arte “arabo-normanna” quando ci si riferisce a quei monumenti significa commettere una grossolana semplificazione.

Denominare in tal modo l’arte che fiorì in Sicilia nei primi due secoli del secondo millennio significa infatti ignorare che quella che lì nacque in quegli anni è una cultura caratterizzata da una contaminazione ben più ampia di quella alla quale rimanda la dicitura “arabo-normanna”.

Basta, per rendersene conto, pensare alla Cappella Palatina, alla Martorana, al Duomo di Monreale, chiese nelle quali si rimane abbagliati dallo splendore dei mosaici bizantini.

In realtà gli splendidi monumenti che ancora oggi si possono ammirare a Palermo, a Monreale e a Cefalù sono il frutto della fusione delle diverse componenti culturali presenti nella Sicilia dei secoli XI e XII, nella quale si mescolano insieme influenza araba, gotica, greco-bizantina, egiziana.

È proprio dalla mescolanza di quelle diverse influenze che nasce l’originalità di quei monumenti, nei quali la severità dello stile gotico portato in Sicilia dai normanni si sposa felicemente con l’uso dei mosaici bizantini e con la raffinatezza delle decorazioni a muqarnas musulmane.

Ed è proprio questa mescolanza l’elemento che la dicitura “arabo-normanna” ignora.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: