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Chi governa l’Italia non è certo il governo di turno.

17 Mar

Quello che dovrebbe interessare maggiormente ai cittadini italiani è la presenza, soprattutto nei settori pubblici (a cominciare dalla scuola e dagli ospedali) di persone competenti, più che il metodo seguito nella loro scelta.

Ma, com’è noto, in questo Paese si preferisce disquisire sulla forma più che sulla sostanza.

Anziché preoccuparsi di avere ospedali, scuole, aziende (vedi la Rai), guidate da persone competenti e realmente responsabili, ci si preoccupa del metodo seguito per la loro scelta.

Poco importa se alla guida di ospedali, di scuole, di aziende, vengano messe delle persone incapaci, incompetenti, e per di più irresponsabili.

A proposito della parola “responsabile”, è evidente che ormai se ne è perso completamente il significato.

Nel mondo alla rovescia nel quale viviamo non si tiene infatti conto del fatto che si è davvero “responsabili” solo se si risponde personalmente del proprio operato, non se sulla targhetta posta sulla porta del proprio ufficio o sul proprio biglietto da visita c’è scritto “responsabile”.

Un responsabile che non risponde dei cattivi risultati della propria gestione è in realtà un irresponsabile, e come tale va considerato.

Ma l’importante, per molti, è che questi incompetenti che hanno distrutto le strutture portanti di un Paese siano stati scelti “democraticamente”, altra parola magica dietro la quale si nasconde in realtà la più indecente spartizione di potere (che è poi quello che in realtà interessa, altro che il potere in mano ai cittadini!).

Quand’è che ci si renderà conto del fatto che questo Paese è governato da un sistema di potere che non ha nulla a che vedere con i momentanei governi?

Che i vari, e inutili, rappresentanti di governo sono soltanto funzionali alla sua perpetuazione?

Il bello è che in tanti continuano a credere di vivere in uno stato democratico, nel quale cioè contino i cittadini, solo perché ogni tanto una parte, sempre più limitata, di loro va a mettere un segno in una scheda precompilata.

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Un conto è conoscere, un altro è essere competenti.

28 Feb

Un conto è “conoscere”, avere cioè assimilato informazioni, un altro è “essere competenti”, vale a dire essere capaci di usare conoscenze per assolvere un compito.

Spesso però non si tiene conto della differenza sostanziale fra questi due concetti: l’ambito della competenza è più vasto di quello della conoscenza.

La prima comprende la seconda, non si limita ad essa; la competenza presuppone infatti anche il possesso di capacità, di abilità.

La competenza implica la conoscenza, ma non viceversa.

Si può infatti “conoscere” e allo stesso tempo non “saper fare”, mentre non si può “fare” se non si conosce.

Ovviamente, per “fare” intendo “fare bene”, a regola d’arte, non semplicemente “fare”.

La persona competente, l’artista (nel senso di “chi sa fare”, di “chi possiede il cosiddetto know-how”, di “chi conosce l’arte”) è infatti chi applica la propria conoscenza, la propria arte, nello svolgimento di un’attività (sia essa manuale o intellettuale).

Gli antichi greci, consapevoli del fatto che la teoria (il campo della conoscenza) e la pratica (il campo dell’arte) stanno su due piani diversi, usavano due parole distinte per indicare i due concetti in questione.

Per indicare il “sapere”, la “conoscenza”, usavano la parola ἐπιστήμη (epistéme), se invece volevano indicare l’abilità tecnica, il saper fare, l’arte, usavano la parola τέχνη (téchne).

Il “tecnico” (un chirurgo, un artigiano, un solutore di rebus) è chi “sa”, chi conosce le regole e sa anche “come fare”; lo scienziato è chi conosce le regole, chi sa il “perché” delle cose.

Se considero la cultura di questo Paese, caratterizzata, da una parte, da una naturale, quasi istintiva, preferenza per la teoria, per la narrazione e, dall’altra, da un’altrettanto naturale tendenza a trascurare i fatti, la realtà empirica, trovo che questa privilegi la conoscenza di regole (delle quali peraltro non viene verificata l’effettiva assimilazione) alla capacità di saperle applicare, di tradurle in azioni.

Trovo che non ci si renda conto di un fatto fondamentale (fatto che forse non si vuole accettare, per le implicazioni che ne potrebbero derivare): conoscere cosa fare per assolvere un compito (conoscere le regole) è cosa ben diversa dall’essere capaci di assolverlo in pratica.

Un conto è conoscere regole, formule, e fare affidamento solo su di esse, un altro è basare il proprio ragionamento sulla realtà, sul mondo reale, partire cioè dalla conoscenza che già si possiede della realtà e integrare in essa eventuali regole.

Il mondo reale potrebbe non adattarsi a certe regole, potrebbe non “volerle” seguire, anche se quelle regole dovessero essere state prodotte da “scienziati”.

Amicus Plato, sed magis amica veritas

14 Ott
Se dovessi indicare, tra le tante, una specificità (secondo me negativa) dei siciliani, non avrei alcun dubbio su quella che metterei al primo posto: il fare riferimento, dovendo individuare (qualunque sia l’ambito, qualunque sia l’attività) la persona giusta, non al merito, non alle competenze, non al valore, non a qualcosa di oggettivo, misurabile, riscontrabile, ma alle “conoscenze”, alle “amicizie”, vale a dire a quanto di più soggettivo ci sia.
Confondere “la” conoscenza con “le” conoscenze non è solo una questione di articoli determinativi.
Sono dell’idea (confortata dall’esperienza) che quella che a molti sembra essere (chissà poi perché) una componente essenziale dell’essere siciliani sia, proprio quella, all’origine dello stato nel quale si è ridotta la terra dove un tempo pascolavano le vacche sacre al Sole.
Non sto parlando dell’uso improprio, superficiale, della parola “amico”, di uno, cioè, dei sempre più frequenti segni di banalizzazione delle parole, né della miserabile strumentalizzazione che molti fanno, al fine di trarre un vantaggio rispetto ad altri, di ottenere un privilegio, di quello che è uno dei legami più importanti della vita.
Sto parlando dell’errore che si commette nel ritenere che una persona, in quanto “amico”, sia per questo all’altezza di ricoprire efficacemente un ruolo, una posizione, che sia in grado di fare bene quello che c’è da fare, nel pensare che l’essere “amico” legittimi una scelta, nel credere che sia possibile trasformare, come per magia, un incapace in un serio, abile, professionista.
Se un individuo, nella realtà, è un incapace, se questa è la verità, non c’è amicizia che tenga, rimane un incapace.
A questo proposito, ritengo si farebbe una cosa giusta se si tenesse sempre a mente quel che Don Chisciotte ricorda a Sancho Panza quando, citandogli la famosa sentenza latina amicus Plato, sed magis amica veritas, lo esorta a non dimenticare che la verità vale più dell’amicizia, che la prima, nella scala gerarchica dei valori, prevale sulla seconda.
E invece, a furia di fare ricorso a questa “procedura” (tanto nella sfera pubblica quanto in quella privata) nella scelta, nella selezione, delle persone, a furia di affidarsi a gente incapace di fare bene, a furia di non tener conto della competenza, si è creato un sistema pericolosamente perverso, un sistema che, per il fatto di autoalimentarsi, aumenta sempre di più il proprio potere.
Quella che si è così venuta a creare è una vera deformazione permanente (ormai la piega è presa, per usare un’espressione ben nota ai siciliani, soprattutto ai palermitani).
Stando così le cose, non vedo come se ne possa uscire, come si possa rimediare ai tanti guasti prodotti da questa mentalità, così profondamente radicata in tutti gli strati della società siciliana.
E tra questi guasti, quello che considero sicuramente il più grave, il più deleterio, è quello di essersi così abituati a questo “metodo” a tal punto da non rendersi conto dell’esistenza del problema (anche perché questo “metodo” non viene considerato un problema).
E se non si ha nemmeno consapevolezza dell’esistenza di un problema, come si può pensare che lo si possa, non dico risolvere, ma almeno affrontare?
Non rendersi conto dell’enorme differenza che c’è tra far parte del giro delle proprie “conoscenze” ed essere una persona che sa fare bene il proprio mestiere, qualunque esso sia, è un errore che in certi casi può rivelarsi fatale.
Come nei casi in cui il cosiddetto “amico” al quale ci si rivolge non è capace di diagnosticare una grave malattia, non sa “leggere” il risultato di un esame, non sa eseguire correttamente un intervento chirurgico.
Quello che di un chirurgo dovrebbe interessare sapere, prima di affidarsi alle sue mani per un delicato intervento, non è di chi è “amico”, ma quanti interventi di quel tipo ha eseguito, con quale percentuale di successi e quando ha effettuato l’ultimo.
E il primo al quale questi dati dovrebbero interessare è il paziente in causa, indipendentemente dal fatto che quel chirurgo sia o no un “amico”, suo o di suoi “amici”.
Se è grave, come spesso accade ai siciliani, surrogare l’azione con le parole oppure scambiare l’apparenza con la realtà, scambiare “la” conoscenza con “le” conoscenze può, in certi casi, avere conseguenze molto serie.
P.S.: sebbene ne sia fortemente caratterizzata, la Sicilia, purtroppo, non detiene l’esclusiva nel ricorso a questa “procedura”.
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