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A proposito della morte di Totò Riina

17 Nov

Da questa mattina, una volta appresa la morte di Totò Riina, è tutto un susseguirsi di analisi, di commenti, per la gran parte ad opera dei tanti tuttologi ignoranti che popolano i media italiani.

Gli ultimi 24 anni della sua vita Totò Riina li ha trascorsi da carcerato, dopo averne trascorsi altrettanti da latitante.

Come sempre, anche nel caso del cosiddetto “capo dei capi” (per il quale sarebbe forse più corretto parlare di ”ultimo dei capi”), si è posto l’accento sull’aspetto più appariscente, quello criminale, più su Cosa Nostra che sulla Mafia.

Continua a mancare un’analisi vera, sincera, spietata, del brodo di coltura dell’organismo Mafia, delle complicità ambientali di cui gode, da sempre e a tutti i livelli, questa struttura vivente.

Un giornalismo serio, per esempio, avrebbe indagato a fondo sulle tante complicità che hanno permesso una latitanza incredibilmente lunga (24 anni!) di Totò Riina, su quella vasta e fitta rete di relazioni che lo ha protetto, nella sua terra.

Così come un giornalismo serio avrebbe denunciato all’opinione pubblica nazionale la variegata composizione di quelli che frequentavano a suo tempo la tenuta di caccia di Michele Greco, a Ciaculli.

E invece i media italiani si sono sempre limitati a parlare dell’aspetto militare, quello più appariscente, più spettacolare, senza mai scavare nel terreno fertile nel quale affondano le radici della Mafia, fatta sempre passare come fenomeno esclusivamente criminale.

Ad indignare, a scandalizzare, è il gran numero di morti, non le condizioni che hanno reso possibile il potere della Mafia.

Per l’ipocrisia italiana la Mafia è inaccettabile, fa paura, solo se uccide, non se corrompe, non se condiziona, non se svuota di senso la parola democrazia.

Non se (com’è accaduto negli anni ‘50 e ‘60) sfregia Palermo e uccide la Conca d’oro che un tempo la cingeva come una corona.

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