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Ancora con questa contrapposizione tra cultura umanistica e cultura scientifica.

15 Ago

In questi giorni mi è capitato di leggere diversi interventi a proposito di un argomento che appassiona come pochi: la contrapposizione che molti vedono tra cultura umanistica e cultura scientifica.

Come ormai succede sempre più spesso, quale che sia l’argomento, a confrontarsi non sono però due posizioni, ciascuna portatrice di una propria tesi, ma due fazioni, due tifoserie, ciascuna convinta di essere la detentrice della “verità”.

Più che con due punti di vista che si confrontano si ha a che fare con due schieramenti che si fronteggiano: da una parte i sostenitori della supremazia della cultura umanistica e dall’altra quelli della supremazia della cultura scientifica.

Fa veramente tristezza vedere come non vi sia, in nessuno dei due schieramenti, la capacità di considerare il punto di vista dell’interlocutore, di guardare la cosa anche da un altro punto di vista, diverso dal proprio, di mettere alla prova la propria idea, tutti segni di una preoccupante chiusura mentale (oltre che di una evidente mancanza di cultura).

L’aspetto che trovo più avvilente di questa diatriba non sta però in questa ristrettezza di vedute, in questa profonda limitatezza di pensiero, che è possibile vedere in certe posizioni.

E non è nemmeno l’idea, dura a morire, che esistano due culture (quando invece di cultura ne esiste solo una).

Quello che intristisce, che fa pena, che fa disperare, è l’idea, piccola, limitata, che certi sostenitori della “supremazia” della cultura scientifica mostrano di avere della scuola: l’idea cioè che la scuola debba servire a “produrre” qualcosa di misurabile (nel breve termine) in termini economici, che l’insegnamento debba essere finalizzato a formare lavoratori e non invece persone pensanti, individui dotati di capacità critica.

Ricordo ancora oggi come fosse ieri l’espressione di profondo stupore della professoressa che presiedeva la commissione di esami in occasione della mia maturità classica (22 luglio 1972) quando, dopo avermi sentito parlare appassionatamente di Dante e di Leopardi, sentì che mi sarei iscritto alla facoltà d’ingegneria.

Ma come, mi disse, uno che ama così Dante e Leopardi vuol fare l’ingegnere?

Come se le due cose dovessero per forza essere contrapposte e non potessero (dovessero) invece far parte della stessa personalità.

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La chiusura del museo Mandralisca: un altro pezzo di Sicilia che se ne va

30 Lug

La notizia della possibile prossima chiusura del museo Mandralisca di Cefalù è la migliore conferma del fatto che la mancata attenzione verso il patrimonio artistico di un luogo (e in generale verso il bello), in quanto segno evidente di mancanza di cultura, costituisce il substrato ideale per una cattiva amministrazione della cosa pubblica.

Come può infatti un amministratore pensare di far vivere bene i suoi cittadini, di farli vivere in un ambiente sano, se non capisce prima di tutto il valore del vivere in mezzo al bello?

E cosa rappresenta un museo se non il bello?

Che speranza di futuro si può mai dare a ragazzi che nascono e crescono in posti che amministratori indegni di gestire la cosa pubblica hanno trasformato in luoghi allucinanti, in luoghi dove si è consentita la costruzione di abitazioni oscene, tremendamente brutte, in luoghi dove l’ambiente è stato irrimediabilmente deturpato?

Che futuro possono mai avere dei ragazzi che vengono fatti crescere in mezzo all’inferno, ragazzi ai quali viene inculcata, giorno dopo giorno, la tremenda convinzione che quella che vedono intorno a loro sia una realtà “normale”, ragazzi ai quali viene negata la possibilità di sperimentare cosa voglia dire vivere in mezzo all’armonia, al bello, al pulito?

La chiusura (per di più nell’indifferenza generale, dato ancora più grave della stessa chiusura) di quello che è uno dei luoghi-simbolo dell’arte siciliana rappresenterebbe una sconfitta non solo per la cittadina di Cefalù ma per l’intera regione siciliana.

Per la Sicilia si tratterebbe peraltro della perdita di un ulteriore pezzo della sua storia millenaria, della sua identità, fenomeno questo che sembra però non inquietare più di tanto i suoi abitanti.

C’è però da aggiungere che la chiusura del museo Mandralisca sarebbe una sconfitta della cultura ancora più forte se si pensa che il museo di Cefalù è la sede del famoso “Ritratto d’ignoto marinaio”, di Antonello da Messina, vale a dire di una delle opere più celebri dell’intero Rinascimento italiano, con quel misterioso sorriso, che più siciliano non si può.

Ma non si vergognano i responsabili dell’amministrazione siciliana (a cominciare dal Presidente della Regione, che a parole dice di voler dare un futuro migliore ai siciliani) di questo ennesimo sfregio che verrebbe fatto alla terra dove vivono?
Cosa stanno facendo per impedire questa chiusura, che umilia la cultura (non solo quella siciliana) in uno dei suoi luoghi simbolo?
E poi si parla di puntare sui giovani!
Qui di seguito riporto il link per firmare la petizione contro la chiusura del museo Mandralisca:http://www.change.org/it/petizioni/impedire-la-chiusura-del-museo-mandralisca-di-cefal%C3%B9
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