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A proposito delle prime misure adottate da Trump

30 Gen

Tra le reazioni che ci sono state alle prime misure adottate da Trump, quella che trovo più preoccupante è quella (espressa anche da alcuni conduttori di media) secondo la quale non ci si dovrebbe stupire più di tanto di queste misure dal momento che Trump non sta facendo altro che dar seguito a ciò che aveva promesso nel corso della sua campagna elettorale.

Anzi, secondo i sostenitori di questa posizione, questa “coerenza” andrebbe pure considerata un fatto positivo, un motivo di rispetto!

La cosa che trovo preoccupante in una simile posizione è la povertà di pensiero che traspare da queste parole (le parole esprimono sempre un pensiero), la banalità con la quale si affrontano gli argomenti, l’uso distorto che si fa della parola “democrazia”.

La cosa che fa cadere le braccia, tanta è la povertà di pensiero che traspare, è il pensare che la legittimità di una decisione presa da un eletto, quale che essa sia, derivi, semplicemente, dal fatto che questa sia stata preannunciata in campagna elettorale.

Di fronte a tanta povertà di pensiero si resta senza parole: cosa volete che si replichi a persone così povere, così misere?

L’aspetto ridicolo della questione è che a sostenere un simile punto di vista sia gente che non fa che ergersi a paladina della Costituzione.

Ma in fondo, se ci si riflette un po’ su, di cosa meravigliarsi?

Non è forse vero che la gran parte degli adulti di questo Paese non è capace di capire quel che legge (a cominciare dall’articolo 1 della Costituzione)?

Chi può mai essere rappresentante in una società di mediocri?

4 Lug

Da diversi anni ormai la democrazia sta dimostrando sempre di più il suo carattere illusorio, il suo essere fondamentalmente un ideale, un’idea irrealizzabile.

Un’utopia, qualcosa che non esiste e che quindi non si può realizzare.

Ma, soprattutto, quello che la democrazia sta rivelando di sé è il suo essere incapace di rimediare alle sue degenerazioni.

Emerge quella che è una semplice verità, nota da sempre e nello stesso tempo da sempre ignorata: la democrazia non è uno strumento efficace per tutte le situazioni, in tutti i tempi, sempre e comunque.

Sempre di più ci si sta rendendo conto che quello che promette non sono che sogni, risposte teoriche a bisogni concreti.

In particolare, quello che in questi anni si sta dimostrando illusorio, ingannevole, è il concetto di democrazia rappresentativa.

L’idea cioè che alcune centinaia di individui possano effettivamente rappresentarne milioni si sta rivelando pura immaginazione.

Ma prima di tutto sta dimostrando di essere una cosa priva di senso, una cosa illogica.

Cos’è che in questi anni sta rendendo evidente la finzione, l’illusione, l’inganno, su cui si basa, fin dall’antichità, il concetto di democrazia rappresentativa?

Sicuramente il dilagare della corruzione, l’evidenza degli incredibili privilegi della classe politica, la totale disattenzione dei rappresentanti verso i reali bisogni dei rappresentati.

Ma, soprattutto, a smascherare l’inganno è il fatto che le persone si stanno sempre di più rendendo conto che i loro problemi reali non solo non sono stati risolti da parte dei loro rappresentanti ma anzi, col passare degli anni, sono aumentati, di numero e d’intensità.

In molti, sia in Italia che in altri Paese europei, hanno reagito a questa mancanza di rappresentatività dando vita a nuovi movimenti politici, il cui seguito popolare sembra però nascere più dal bisogno di un cambiamento, comunque, che non da quello di una reale, effettiva, alternativa nel modo d’intendere la “cosa pubblica”.

A questo proposito c’è da dire che però, al di là delle sigle, queste “novità” si sono rivelate delle semplici forme di protesta, una protesta fine a se stessa, capace solo di proporre banali slogan anziché soluzioni concretamente praticabili.

E per di più queste “novità democratiche” hanno manifestato un netto rifiuto di un concetto fondamentale della democrazia, il compromesso.

Ignorando in tal modo che in democrazia, della quale pure parlano, non si può fare a meno del compromesso: è necessario infatti che ciascuno, nell’interesse generale, rinunci a qualcosa.

La democrazia non può essere ridotta, banalizzata, ridicolizzata, ad un segno su una scheda elettorale o ad un clic.

L’inganno sul quale si basa la democrazia rappresentativa è stato svelato anche dalla sua impotenza di fronte ai problemi reali: è davanti agli occhi di tutti l’assoluta inutilità dei cosiddetti rappresentanti.

Il dato che emerge con evidenza, a riprova dei limiti della democrazia rappresentativa, sta per l’appunto nel fatto che in definitiva questi “rappresentanti”, prima ancora che incapaci, incompetenti, sono sostanzialmente inutili.

L’aspetto paradossale è che possono risultare inutili anche se competenti.

È la loro inutilità, prima ancora della loro incompetenza, che dovrebbe preoccupare di più, soprattutto quei cittadini con problemi da risolvere.

A rendere infernale la situazione non è infatti soltanto la presenza di rappresentanti incompetenti ma la combinazione di questa presenza d’incapaci con la foresta inestricabile di norme che rendono impossibilitati ad agire, e quindi inutili, anche eventuali rappresentanti competenti.

Ad essere però prioritaria, in una comunità di persone, è la capacità di risoluzione dei problemi (almeno per quelle persone che non traggono benefici proprio dall’esistenza dei problemi).

Affidarsi, se si vuole che i problemi vengano risolti, a dei “rappresentanti”, pensando che questi, solo in quanto “rappresentanti”, siano in grado di risolverli, è una cosa semplicemente priva di senso, assurda.

Forse che in presenza di un grave problema di salute non si va alla ricerca del medico più competente, più capace, che dà maggiori garanzie di risoluzione del problema?

E cos’è una comunità di persone se non un organismo vivente?

Brevi considerazioni a proposito della crisi greca

9 Lug

E così Tsipras chiede ancora un prestito, e lo chiede a quelli che non solo considera suoi nemici ma che tratta pure con tracotanza, con arroganza, con superbia, con un comportamento che nessun termine descrive meglio della parola greca ὕβϱις.

Se è vero che la Grecia ha inventato la democrazia (così come la demagogia, termini fra i quali sono in molti a fare confusione) è però altrettanto vero che non ne detiene l’esclusiva.

Ma davvero si può pensare che tutti siano disposti a dialogare con chi li insulta?

E, oltre alla sua ὕβϱις, cosa mette sul tavolo della trattativa (sempre più simile ad una di quelle che si vedono in un suq orientale) il demagogo Tsipras, su cosa fonda questa sua ennesima richiesta d’aiuto?

Non sull’esistenza delle riforme che si era impegnato a realizzare, non cioè su un fatto, su qualcosa esistente nella realtà concreta, ma semplicemente su parole, su una promessa, l’ennesima.

Quand’è che si capirà che essere votati non equivale ad essere capaci di risolvere i problemi? (forse quando si capirà che le persone preferiscono votare più che vedere risolti i loro problemi).

Le famose riforme Tsipras avrebbe dovuto non solo farle, ma farle prima di chiedere altri soldi in prestito e su questo fatto avrebbe dovuto fondare la sua richiesta d’aiuto, perché questa fosse credibile.

Parole contro fatti, la “narrazione” contro l’empirismo: ecco la distanza che separa due mondi, due modi d’intendere la vita assolutamente diversi.

Da una parte l’abitudine di giudicare le persone dalle parole (“come parla bene“, “che belle parole“), dall’altra quella di basare il proprio giudizio sui fatti, sulle azioni (“the proof of the pudding is in the eating”).

Non si tratta di giudicare quale dei due approcci alla vita sia migliore, si tratta di capire che questi due approcci sono assolutamente diversi, incompatibili.

Ma, al di là di questa evidente differenza, c’è qualcosa di più profondo che colpisce nel modo col quale alcuni hanno affrontato il problema della crisi greca, qualcosa che rende inconciliabili le posizioni assunte.

Ho notato, per esempio, che molti considerano ammissibile non ripagare un debito, in nome dei diritti dei debitori.

E i diritti dei creditori?

Forse che i diritti dei creditori valgono meno di quelli dei debitori?

Forse che un creditore non ha il diritto di rientrare in possesso di quel che ha prestato?

Perché chi s’indebita è più simpatico di chi presta i soldi?

E allo stesso modo, perché chi va male a scuola risulta più simpatico del primo della classe?

Credo che quest’analogia non sia affatto casuale, ma che nasca dal profondo della cultura di questo Paese.

Al di là della singolarità di considerare ammissibile non ripagare un debito, quello che considero surreale è che ad assumerla siano personaggi che in questo Paese hanno ricoperto importanti cariche pubbliche, a conferma della loro totale inadeguatezza a ricoprire ruoli istituzionali.

Il bello è poi sentir parlare di rispetto delle regole, di Stato di diritto, personaggi che pensano sia normale entrare in un club per poi non rispettarne le regole, che pure avevano sottoscritto per entrarci!

Non a caso la crisi greca è stata un’occasione ideale per i seguaci del ribellismo italico, personaggi per i quali dire “no” equivale ad esibire un certificato di esistenza in vita.

Ma c’è ancora un altro elemento, ancora più preoccupante, che vedo emergere in questa vicenda, segno di una delle più tipiche anomalie di questo Paese: il fatto che chi ha successo sia visto come uno che ha commesso un peccato, come uno che per questo motivo debba scontare una pena (e non invece uno da prendere ad esempio).

Evidentemente parlo del successo che si conquista meritatamente, in virtù delle proprie competenze, del proprio lavoro, delle proprie abilità, della propria conoscenza.

In certi Paesi invece, come ben sapevano gli antichi greci, il popolo si riconosce di più nei perdenti, che, non a caso, spesso diventano eroi popolari.

Questa vicenda greca dimostra, come meglio forse non si potrebbe, che è il Mediterraneo l’insieme di cui fa parte l’Italia, non l’Europa.

Basta osservare una carta geografica per convincersene.

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