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A proposito del voto del 4 marzo 2018

6 Mar

La foto dell’Italia che esce dal voto di domenica scorsa è prima di tutto quella di un Paese a chiazze.

Non che prima di domenica l’Italia fosse un Paese omogeneo, ma dopo la sua storica disomogeneità appare destinata ad aumentare.

In particolare, quello che dopo il voto appare sempre più largo e profondo è il fossato che separa il Sud e il Nord.

Da una parte (il Sud) una grossa fetta di Paese sempre più rassegnata a vivere in condizioni di sottosviluppo, e proprio per questa preda di facili illusioni (il reddito di cittadinanza), dall’altra una fetta altrettanto grossa di Paese, quella più produttiva, attratta dalla promessa di minori tasse (la cosiddetta flat tax).

Come sempre, quello che, dopo le elezioni, fa ridere è ascoltare i commenti dei vari osservatori sul voto degli elettori, sul perché hanno votato per Tizio, per Caio, per Sempronio, non conoscendo nulla di quelli che hanno votato per Tizio, per Caio, per Sempronio.

L’elemento però che trovo più divertente è sentir parlare di “popolo” gente che non ne fa parte, o che non ne rappresenta che una piccola, minuscola, numericamente insignificante, parte.

In questo ritrovo un classico difetto di ragionamento: la pretesa, di fronte ad una realtà disomogenea, formata da diverse parti, tra di loro diverse, e in molti casi privi di qualsiasi tipo di legame, di fermarsi ad esaminare con la lente d’ingrandimento solo un pezzetto di una delle tante tessere che compongono questo puzzle e, in forza di questo metodo, assolutamente superficiale, di poterlo considerare rappresentativo dell’intero puzzle.

Come se si esaminasse un pezzetto del fegato di un essere umano e lo si considerasse, quel pezzetto, non rappresentativo solo di quel fegato ma di tutto il corpo (ignorando cuore, polmoni, reni, occhi, cervello, ecc.).

Come se il corpo umano fosse un sistema omogeneo, come se fosse composto solo da un enorme fegato.

Questo metodo di analisi denota un’incapacità assoluta di cogliere le complessità dei fenomeni, e a maggior ragione, quella di capire le interazioni che esistono tra le diverse parti che compongono il tutto.

Ma ancor di più denota l’arroganza, tipica di alcune piccole minoranze, di pretendere di rappresentare qualcosa che in realtà non si rappresenta, di essere la voce autentica di chi voce non ha.

Non si erano ancora conclusi i primi commenti al voto di domenica ed ecco che, ieri pomeriggio, Renzi ha annunciato le sue dimissioni da segretario del PD e, nel farlo, ha anche dettato la linea del partito: nessun appoggio agli estremisti, nessun sostegno a chi ha condotto una campagna elettorale piena di odio, di falsità, di offese personali.

Subito dopo queste parole, chiare, nette, inequivocabili, sono venuti allo scoperto alcuni dirigenti del PD, che hanno preso le distanze dal loro segretario (un vecchio detto dice che la prima gallina che canta ha fatto l’uovo).

Ha poi parlato Emiliano (non si sa bene a che titolo), dicendo che le parole di Renzi ormai non contano nulla (e le sue, quelle di Emiliano, quanto contano?).

Il PD appare sempre più chiaramente una cittadella sotto assedio, circondata da assalitori che allettano gli assediati per poter far breccia nelle porte che chiudono l’ingresso.

Dall’alto delle torri di guardia si guarda però solo verso ciò che accade al di fuori della cittadella.

Come la Storia insegna, bisognerebbe guardare con molta attenzione anche (e soprattutto) a ciò che accade all’interno delle mura: in molti casi gli assalitori non hanno avuto bisogno di sfondare le porte, né di far ricorso a stratagemmi per entrare e aprirle dall’interno (come nel caso del famoso cavallo di Troia).

In molti casi le porte gliele ha aperte chi stava all’interno delle mura.

E la Storia si ripete, anche se non la si conosce.

A proposito delle recenti primarie liguri

13 Gen

Domenica scorsa si sono svolte in Liguria le elezioni per la scelta della persona che rappresenterà il centrosinistra alle prossime elezioni regionali.

A parte il fatto che si trattava di una scelta nella quale c’era ben poco da scegliere, tanto ristretto era il “menù” proposto (a proposito, ma sulla base di quali criteri sono state scelte le candidature sottoposte alla “scelta” degli elettori?), a parte il fatto che tanti mezzi d’informazione (?) hanno parlato di primarie del PD, quando invece si trattava di primarie del centrosinistra (piccolo esempio di quella che è la cosiddetta “informazione” di cui disponiamo in questo Paese, tanto a livello locale quanto a quello nazionale), quello che trovo davvero singolare in questa manifestazione della volontà popolare è il modo col quale i cittadini liguri hanno utilizzato lo strumento del voto ad appena tre mesi (!) dall’alluvione di Genova (9 ottobre 2014).

Quello che trovo incredibile in queste primarie liguri (che, tra l’altro, hanno visto miseramente fallire le previsioni dei soliti esperti da caffè-sport, quelli che “se andranno a votare più di trentamila persone vincerà sicuramente Cofferati”) è vedere il successo, netto, che i cittadini liguri hanno dato a chi, appena tre mesi fa, era stata subissata di critiche per il comportamento tenuto in occasione dell’alluvione di Genova del 9 ottobre dello scorso anno.

Vale la pena (?) di ricordare che in quell’occasione emersero chiare responsabilità della protezione civile regionale e che la persona che i cittadini liguri hanno scelto come rappresentante del centrosinistra ligure alle prossime elezioni regionali è la stessa persona che in quell’occasione ricopriva la carica (che ricopre ancora) di responsabile regionale delle infrastrutture e della protezione civile, vale a dire proprio di quella struttura che quel 9 ottobre aveva dimostrato chiari segni di inefficienze.

Evidentemente, stando all’esito della votazione di domenica scorsa, i cittadini liguri non hanno ritenuto che Paita dovesse rispondere di quelle carenze/inefficienze manifestate, appena tre mesi fa, dalla struttura organizzativa a lei facente capo, non l’hanno cioè ritenuta “responsabile”.

E chissà, magari tra i numerosi cittadini liguri che hanno votato Paita (quasi 29.000, su quasi 55.000 votanti), ce ne sono anche di quelli che hanno subito danni, diretti e/o indiretti, in conseguenza di quelle inefficienze/carenze prima ricordate.

Ad appena tre mesi di distanza da quell’evento i cittadini liguri avevano la possibilità di dimostrare, con lo strumento che la democrazia metteva a loro disposizione, che “chi sbaglia paga”, se la fiducia tra elettori ed eletto viene meno.

Si dava però, ancora una volta, per scontato un presupposto che in realtà esiste solo in teoria, e cioè che il mancato adempimento del proprio dovere da parte di un eletto faccia venir meno questa fiducia.

Quello che invece, anche in quest’occasione, è stato dimostrato è quanto sia basata sul nulla la storiella secondo la quale basta che esista uno strumento che serve anche a migliorare perché questo strumento venga usato solo per quel fine.

La funzione dello strumento “voto” non è solo quella di migliorare le cose ma anche, come si è visto tante volte, quella di conservarle (o di peggiorarle).

Che dire?

Evidentemente il concetto di “responsabilità” è qualcosa di estraneo alla mentalità di tanti cittadini-elettori di questo Paese (e non solo a quella di chi vive in Liguria).

Ma almeno un magistrato deve aver prima superato un concorso pubblico

5 Ago

Nel suo comizio di ieri Silvio Berlusconi è tornato, per l’ennesima volta, a cavalcare quello che è da sempre uno dei suoi temi preferiti nella sua ventennale battaglia contro la magistratura di questo Paese.

Ha infatti accusato i magistrati italiani di essere titolari di un potere assolutamente sproporzionato rispetto ai titoli in virtù dei quali ne sono venuti in possesso.

Cosa sono infatti, per Silvio Berlusconi, i magistrati italiani se non dei semplici impiegati dello Stato, detentori di un enorme potere acquisito solo per aver vinto un concorso pubblico?

Vorrei prendere spunto da questo argomento per far notare che, quanto meno, l’ingresso in magistratura avviene sulla base di un criterio oggettivo (a meno che non ci si trovi di fronte al solito concorso truccato).

Nulla si dice però su quelli che sono i criteri adottati dai partiti/movimenti politici di questo Paese per selezionare quelli che vengono poi pomposamente definiti “rappresentanti del popolo”, sia che questi vengano “nominati” dal vertice del partito/movimento sia che vengano “eletti” (si fa per dire) dal popolo.

Si badi bene a questo proposito che anche quando i cittadini-elettori vengono chiamati a scegliere (in latino eligere) il loro candidato (e non invece semplicemente a barrare con una X una delle tante caselle presenti in una scheda elettorale), quella che viene fatta passare per una loro libera scelta (una scelta, per essere effettivamente tale, deve essere libera, priva di condizionamenti) è in realtà una scelta vincolata, essendo infatti limitata ai candidati che risultano presenti in lista.

E chi l’ha compilata questa lista, se non il partito/movimento, vale a dire un gruppo di privati cittadini, i quali in tal modo esercitano un potere condizionante (potere peraltro acquisito non si sa bene come), di gran lunga superiore a quello esercitato dai cittadini-elettori?

Se ci si stupisce del potere che viene esercitato da chi ha semplicemente vinto un concorso, a maggior ragione ci si dovrebbe stupire del potere, ancora più grande, che viene esercitato da chi (non si capisce in possesso di quale merito, di quale competenza) fa le leggi che poi i magistrati sono chiamati ad applicare.

P.S.

Chi dice di volersi occupare di come funziona la macchina giustizia in questo Paese, per renderla più efficiente, più al servizio del cittadino, farebbe bene a tener conto che la situazione nella quale questa si trova è quella evidenziata dalla posizione occupata dal “Bel Paese” nella classifica “Doing Business 2013”, messa a punto dalla Banca Mondiale.

In questa classifica, stilata sulla base della durata di una normale controversia di carattere commerciale, l’Italia occupa, tra i 185 Paesi presi in esame, il posto n. 160.

I problemi di cui soffre il nostro Paese sono, purtroppo, ben più seri di quelli di cui ci si interessa da vent’anni a questa parte, complice un’informazione asservita a quei poteri che impediscono un reale cambiamento.

L’incapacità di cambiare rende prigionieri

11 Mar

Dalle ultime elezioni sono già passate due settimane e ancora oggi non solo non c’è un nuovo governo (ma allora per quale motivo si va a votare?) ma c’è anche una non trascurabile probabilità che gli italiani vengano chiamati a breve ad andare a votare una seconda volta, e questo senza che vi sia alcuna garanzia che l’ulteriore voto risulti meno inutile di quello appena espresso.

A proposito poi dei risultati di queste ultime elezioni, c’è da notare (con tanta amarezza ma senza stupore) come la maggior parte dei politici e degli osservatori italiani dimostri di non essere in grado d’interpretare correttamente il segnale lanciato quindici giorni fa.

Soprattutto, quello di cui non ci si rende conto è il fatto che i voti andati al Movimento 5 Stelle (8.689.458 alla Camera e 7.285.850 al Senato) non rappresentano né una parte ben definita della popolazione italiana né tanto meno una parte del territorio nazionale (tra le tante stupidaggini che si sono sentite in giro spicca quella che paragona il Movimento 5 Stelle alla Lega Nord) e questa non omogeneità è proprio una delle principali ragioni che stanno alla base delle difficoltà di interpretare il segnale del 24 e 25 febbraio.

A proposito delle difficoltà che vedo nel decifrare quello che è accaduto e, soprattutto, nel capire cosa bisogna fare per uscire da questa impasse nella quale ci troviamo, mi viene in mente la fissità funzionale, quella particolare situazione psicologica che impedisce di risolvere un problema se non si è in grado di ragionare uscendo da certi schemi, da certi vincoli, inesistenti nella realtà ma non nella nostra testa (i vincoli più forti sono proprio quelli che ci imponiamo da soli).

Ma quello che ritengo sia l’errore più grave, più pericoloso (errore che, se commesso anche dai componenti del Movimento 5 Stelle potrebbe risultare a questo fatale) è quello di dare per scontato che chi ha votato per il Movimento di Beppe Grillo possa essere considerato, semplicemente per questo fatto, totalmente d’accordo col programma politico del Movimento, col suo leader.

In realtà, la verità (che come spesso accade è molto semplice, basta avere occhi aperti per vederla) è che una parte considerevole dei voti andati al Movimento 5 Stelle sono voti espressi da persone che, da tanto tempo, sono alla ricerca di un reale cambiamento dello stato delle cose nella vita pubblica italiana e che vedono nel Movimento uno strumento capace di attuarlo.

Perché il potere ufficiale teme il Movimento di Beppe Grillo

16 Feb

Quanto più si avvicina il giorno delle elezioni politiche, in programma il 24 e 25 di questo mese, tanto più cresce il timore di buona parte degli schieramenti politici (vecchi e nuovi) per i voti che gli elettori italiani assegneranno al Movimento 5 Stelle.

Il fatto poi che, proprio a ridosso di queste elezioni, siano finite sulle prime pagine dei giornali notizie di scandali che hanno ancora una volta rivelato su quale ramificato sistema d’interessi si basi il potere di chi determina le sorti del nostro Paese (sistema nel quale, è bene ricordare, sono coinvolti, direttamente o indirettamente, quasi tutti gli schieramenti politici che, come se nulla fosse, chiedono di essere votati) non fa evidentemente che aumentare questo timore.

Non è un caso che le prese di posizione sul Movimento 5 Stelle si vadano facendo sempre più nette.

Ma qual è il motivo che sta alla base di questo timore, che cos’è che fa più paura del Movimento di Beppe Grillo?

Credo che la risposta a questa domanda centrale vada ricercata nel fatto che questo Movimento è nato e si è sviluppato sul web, su un mezzo cioè assolutamente diverso dai tradizionali mass media, sui quali chi detiene il potere può da sempre contare per esercitare il proprio controllo sui cittadini-elettori (è davanti agli occhi di tutti l’uso della televisione come strumento finalizzato a fabbricare il consenso).

Da sempre, il primo problema che ossessiona chi detiene il potere è quello di tenere sotto controllo i cittadini, di mantenerli all’interno di determinati spazi, entro schemi codificati e ben collaudati (quali per esempio la chiesa, il partito, il sindacato).

Il web non consente il controllo, non consente di manipolare a proprio piacimento l’opinione pubblica.

Ed è proprio questa impossibilità di esercitare il controllo l’elemento che suscita il timore dei detentori del potere.

E la vera forza della rete sta in quella che è la sua stessa natura; il web non si limita infatti a collegare macchine, fa qualcosa molto più importante: connette persone.

Quello che fa paura del Movimento 5 Stelle è che, essendo basato sulla rete, sfugge ad ogni possibilità di controllo.

A proposito delle prossime elezioni amministrative di Genova

21 Apr

Marco Doria ha vinto le primarie del centrosinistra a Genova perché è una persona seria e, forse ancor di più, perché, avendo proposto un nuovo approccio alla gestione della “cosa pubblica”, avendo per esempio dichiarato d’intendere la politica come “servizio” alla comunità e non come roba da “professionisti”, è riuscito a coinvolgere molti cittadini che ormai da tempo non credono più nel sistema di rappresentanza politica di questo Paese.

Coma si fa infatti a pensare che un sistema di potere (qual è a tutti gli effetti quello dei partiti politici italiani) possa decidere sua sponte di promuovere leggi che, una volta attuate, ne diminuiranno i privilegi che da quel potere derivano?

Come si fa a pensare che il nostro parlamento, questa comunità composta per la maggior parte da soggetti senza arte né parte, soggetti che, se non fossero parlamentari, potrebbero soltanto sognare di guadagnare le incredibili somme di cui beneficiano, possa suicidarsi?

A Genova, e così in tutta Italia, le persone che detengono il potere, quello reale, sono assolutamente trasversali ai partiti, checché ne dicano gli esponenti della nostra classe politica.

Chi detiene il potere, proprio per questo, è in grado d’influenzare le scelte di chi occupa, in un determinato momento, certe cariche pubbliche (facendo modificare, tanto per fare un esempio, la destinazione d’uso di certe aree).

Il potere gestito dai politici è ben poca cosa rispetto a quello di chi è in grado di determinarne l’ascesa e la fuoriuscita (a volte anche violenta) dalla scena.

Marco Doria ha vinto le primarie del centrosinistra (e molto probabilmente sarà il nuovo sindaco di Genova) perché è estraneo al sistema di potere che da decenni comanda a Genova (e in Liguria).

Ma proprio per questo motivo, proprio per il suo essere un “corpo estraneo”, non ha la forza numerica che il sistema democratico richiede per governare una comunità.

Ecco che allora dovrà, per forza, contare sull’appoggio di quelli che appartengono al mondo dei “professionisti della politica”, a quel mondo legato al potere trasversale che comanda per davvero e dal momento che non gli sarà consentito (non solo dai suoi avversari politici) di andare contro certi ambienti (quegli ambienti che stanno “sopra” la politica e non consentono a nessuno d’intaccare gli interessi di cui sono portatori), potrà fare molto poco delle cose che pure ha indicato nel suo programma, a cominciare dalle scelte contrarie agli interessi dei costruttori.

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