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A proposito delle celebrazioni della grande guerra. E dell’importanza dei libri.

31 Mag

Nei giorni scorsi si è celebrato il primo centenario dell’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale.

A parte la singolarità di aver celebrato l’inizio di una guerra in un Paese dove non si fa altro che parlare di ripudio della guerra (in un Paese simile ci si dovrebbe aspettare la celebrazione della fine della guerra, non dell’inizio), ho notato che in tutto questo gran parlare di prima guerra mondiale non si è parlato del libro “Un anno sull’Altipiano”, di Emilio Lussu (libro scritto nel 1936), né del film “Uomini contro”, di Francesco Rosi (film del 1970), che a quel libro si ispirò.

Eppure si tratta di due opere che avrebbero dovuto suscitare l’interesse di chi in questo Paese parla d’informazione.

Ma, si sa, un conto è “parlare” d’informazione, un altro è “fare” informazione.

Soprattutto non ne ha parlato la Rai, vale a dire la principale fonte d’informazione pubblica di questo Paese.

Di trasmissioni televisive dedicate alla grande guerra ce ne sono state tante, ma nessuna (per quanto ne sappia) ha parlato di quello che Mario Rigoni Stern definì “il più bello dei libri sulla prima guerra mondiale“.

Strano, per chi pretende di essere considerato produttore di cultura, non cogliere la portata di libri come quello di Emilio Lussu, libri capaci di far comprendere il perché di tante cose del proprio Paese, di far riflettere su questioni importanti della vita, libri nei quali è possibile imparare quello che la scuola non insegna (come nel caso dei fatti di Bronte), libri capaci di “fare” per davvero cultura, di produrla realmente.

Come non capire, per esempio, che è proprio leggendo libri come “Un anno sull’Altipiano” che è possibile trovare risposte a tanti interrogativi sul perché di tanti comportamenti degli italiani?

Come non vedere, leggendo e riflettendo sulle parole di Emilio Lussu, che in quel che accadde nella prima guerra mondiale è possibile trovare alcune risposte al perché della distanza che gli italiani vedono tra loro e lo Stato, della profonda estraneità che molti cittadini di questo Paese sentono nei confronti delle istituzioni?

Quali sentimenti può infatti suscitare uno Stato che, consapevolmente, manda allo sbaraglio i propri soldati, che affida le loro vite a gente assolutamente incapace, impreparata, in alcuni casi da chiudere in manicomio?

Come non vedere che è in certi fatti della celebrata grande guerra che affonda le sue radici la convinzione che porta tanti italiani non solo a non sentirsi rappresentati dallo Stato (uno Stato che non sentono “loro”), ma a credere che i loro veri nemici stiano nel cuore di questo Stato, “a Roma”?

Perché questa “dimenticanza”?

Perché nascondere la propria storia?

Forse perché “Un anno sull’Altipiano” smonta la visione retorica sulla grande guerra?

Forse perché la verità spazza via, in un attimo, la retorica di cui questo Paese sembra non riuscire a fare a meno?

Come non vedere che proprio l’ostinato rifiuto della verità, la sua continua negazione, sono i principali responsabili del perché per tanto tempo in questo Paese l’idea di patria è stata messa al bando?

Come non capire che la principale funzione dei libri è quella di far circolare le idee, di veicolare la conoscenza, di consentire di approfondire le questioni, di arrivare alla verità?

Altro che la superficialità con la quale oggi si parla della lettura, altro che l’uso che oggi si fa dei libri, ridotti a banale merce da vendere (anche a peso!).

Ma quale amore per la conoscenza!

Solo un cinico interesse, ben mascherato, a vendere, a far comprare, a far consumare.

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A proposito del nuovo Presidente della Repubblica

1 Feb

La scelta di Renzi di candidare Mattarella alla presidenza della Repubblica e, in particolare, quella di puntare tutto su questo nome, senza offrire, a nessuno, alcuna alternativa, è stata una mossa degna di un autentico uomo politico, di un abile giocatore di poker, di un vero erede di Niccolò Machiavelli.

Altro che i tanti parolai da salotto televisivo, che passano la vita a “riflettere”, ad “auspicare”, a “dibattere”, senza mai venire a capo di nulla, senza incidere nella realtà, senza decidere su nulla.

Dimostra soprattutto la capacità di Renzi di non rimanere intrappolato in rigidi schemi, di muoversi non in maniera lineare, prevedibile, ma di “saltare”.

Questa sua mossa mi ha fatto venire in mente la mossa del cavallo nel gioco degli scacchi.

E con essa il titolo di uno dei (pochi) racconti di Andrea Camilleri che trovo non banali.

Cos’ha a che fare, per esempio, l’indicazione di Mattarella, il più fedele erede di Aldo Moro (la quintessenza della vecchia Democrazia Cristiana), con la “rottamazione” e con il “cambiamento”, le due parole magiche che hanno caratterizzato l’ascesa al potere di Renzi?

Nulla, ad una prima, superficiale, lettura.

Proprio la scelta di Mattarella sta infatti a dimostrare quanto siano ridicoli gli slogan, tutti; è del tutto evidente quanto non sia assolutamente vero che essere giovane (anagraficamente) voglia dire, meccanicamente, essere capace di cambiare (in meglio), quanto sia privo di senso “rottamare” indistintamente tutto il passato, dove invece, a ben cercare, spesso si trovano utili indicazioni per il futuro.

La scelta di Mattarella non è un’evidente contraddizione con gli slogan di cui Renzi si è servito per conquistare il potere, è la mossa di un abile politico, pragmatico, spregiudicato, come deve essere un vero politico.

 

post scriptum: nelle sue prime parole da Presidente della Repubblica, Mattarella ha fatto riferimento alle difficoltà ed alle speranze degli italiani. Bene, vedremo (anche a breve) che ne sarà di una tra le più grandi speranze, quella di conoscere la verità sui tanti misteri italiani, a cominciare da quella sui tanti “cadaveri eccellenti”, per citare (non a caso) il titolo di uno dei più bei film di Francesco Rosi, ispirato all’opera di un altro siciliano, Leonardo Sciascia.

Non c’è niente di più triste che abituarsi al brutto

29 Ago

La pre-apertura della Mostra cinematografica di Venezia di quest’anno è stata dedicata alla proiezione dell’edizione restaurata di uno dei più bei film della storia del cinema italiano, “Le mani sulla città”, uscito nel 1963.

In quel film Francesco Rosi denunciava la devastazione di Napoli prodotta dalla speculazione edilizia e faceva vedere come questa fosse il prodotto di una realtà marcia, il risultato di un profondo intreccio tra la “famiglia” dei politici e quella dei costruttori.

Veniva mostrato come tutto nascesse all’interno del consiglio comunale, dove venivano messi a punto piani regolatori piegati agli interessi degli speculatori.

Proprio in quegli anni a Palermo, l’altra “capitale” dell’Italia meridionale, era in pieno svolgimento quello che poi sarebbe passato alla storia come il “sacco di Palermo”.

Quell’enorme operazione delittuosa, che ha sfregiato per sempre la città, ha prodotto un risultato doppiamente negativo: non solo ha privato i palermitani della vista del bello ma, con quegli orribili palazzoni che hanno preso il posto di antichi giardini, li ha abituati al brutto.

Camminando oggi per le strade di  Palermo e avendo cura, mentre lo si fa, di non limitarsi a guardare dove si mettono i piedi, ma di volgere in alto lo sguardo, è possibile, attraverso piccoli ma significativi dettagli, cogliere i segnali del degrado subito dalla città a partire dalla metà degli anni cinquanta del secolo scorso.

Invito i miei lettori palermitani ad osservare, per esempio, lo stato dei balconi dei palazzoni che si trovano nella zona situata a nord di via Empedocle Restivo, verso Sferracavallo (viale Strasburgo, via dei Nebrodi, via Monte San Calogero, via Monti Iblei, ecc.).

È uno spettacolo raccapricciante, penoso, sembra di vedere il risultato di un bombardamento.

Camminare lungo le strade di questa zona di Palermo è un po’ come camminare lungo i corridoi di un museo, un museo (a cielo aperto) molto particolare, nel quale sono esposte le “opere” di una “scuola di pensiero”.

Simbolo di questa “scuola di pensiero” è l’abbattimento del Villino Deliella, costruzione che sorgeva in piazza Francesco Crispi (ci troviamo nella zona che i palermitani chiamano “le croci”).

Quell’atto di inaudita violenza, che eliminò dalla città una delle opere superstiti dell’architetto Ernesto Basile, ebbe luogo tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre del 1959; sono proprio quelli gli anni che hanno segnato la svolta, svolta dalla quale Palermo non si è più ripresa.

Tra i tanti danni prodotti da quella “scuola di pensiero”, quello che considero il più grave non è tanto quello quantitativo (l’abnorme numero di palazzoni costruiti) quanto quello qualitativo (come sono stati costruiti).

A Palermo, a partire dalla metà degli anni cinquanta del secolo scorso, ha preso il sopravvento la speculazione più becera, più violenta (quella che lucra sulla qualità dei materiali, quella che ricorre, sfruttandoli, ad esecutori improvvisati, quella alla quale non importa un bel nulla di costruire a regola d’arte, di guardare alla bellezza di ciò che si costruisce).

La città ha perso, assieme alle sue ville, l’abitudine alle cose ben fatte, all’armonia, alla bellezza ed ha cominciato ad abituarsi alle cose senza qualità, ad essere circondata dal brutto, ad essere più povera.

Molti, nelle cui tasche, grazie alla speculazione edilizia, è improvvisamente entrata una montagna di danaro (quelli, per esempio, che possedevano terreni nella zona dove di più si è materializzato il “sacco di Palermo”) si sono illusi, e continuano a illudersi, di avere fatto il salto, di essere “cresciuti”, anche socialmente.

Quello di cui non ci si rende più conto è che crescere è una cosa ben diversa, che non ci si può improvvisare, in nessun settore (dall’edilizia alla moda, dalla scrittura alla ristorazione).

Si cresce solo studiando, leggendo, approfondendo gli argomenti, confrontandosi con gli altri, viaggiando.

Natura non facit saltus, e invece molti, in pochissimi anni, sono passati dalla zappa al tablet.

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