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A proposito di Mafia e del potere di cui gode.

30 Mag

Nella seconda metà di questo mese, in coincidenza del 23, data che da 28 anni è entrata nel lungo elenco delle date-simbolo della retorica nazionale, si è tornati a parlare di Mafia.

La cosa che trovo incredibile è che ancora oggi, dopo quasi 160 anni dal suo ingresso nel vocabolario italiano (il debutto ufficiale risale al 1863), questa parola, una delle creazioni siciliane più famose, esportata in tutto il mondo, continui ad essere usata in maniera superficiale, generica.

Sempre più spesso si parla di mafia per indicare cose che nulla hanno a che vedere con la cosa che quel nome indica.

Ma soprattutto va tenuto conto del fatto che in quel 1863, anno in cui venne rappresentata I mafiusi di la Vicaria, il fenomeno che in quell’opera teatrale dialettale veniva, per la prima volta, descritto era già da tempo presente in Sicilia.

I nomi delle cose nascono per designare cose che già esistono.

Ecco cosa scrisse, il 3 agosto 1838, a Trapani, Pietro Calà Ulloa, Procuratore Generale del Regno delle Due Sicilie, per informare il Re Ferdinando II sullo stato economico e politico della Sicilia:

Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Vi ha in molti paesi delle unioni o fratellanze, specie di sette, che dicono partiti, senza colore o scopo politico, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni ora di far esonerare un funzionario, ora di difenderlo, ora di proteggere un imputato, ora d’incolpare un innocente. Sono tante specie di piccoli Governi nel Governo. La mancanza della forza pubblica ha fatto moltiplicare il numero dei reati! Il popolò è venuto a tacita convenzione coi rei. Così come accadono i furti escono i mediatori ad offrire transazione pel ricuperamento degli oggetti involati. Il numero di tali accordi è infinito. Molti possidenti perciò han creduto meglio divenire oppressori che oppressi, e s’inscrivon nei partiti. Molti alti funzionari li coprivan di un’egida impenetrabile.

In quel rapporto, pur non comparendo mai la parola mafia, si parlava di sette, gruppi di persone che avevano tutte le caratteristiche delle cosche mafiose.

Le cose esistono indipendentemente dal fatto che esista un nome che le indichi!

La forza di gravità esisteva anche prima che la famosa mela colpisse in testa Newton!

Mafia è una parola che spinge tanti a parlarne, soprattutto chi non sa di cosa si tratta (ma questo non succede solo con questa parola).

Quelli che vogliono far capire di aver letto qualcosa sull’argomento, usano anche il termine Cosa Nostra, espressione usata per la prima volta nel mese di ottobre del 1963, davanti ad una commissione del Congresso americano sulla criminalità organizzata, da Joe Valachi.

A proposito delle dichiarazioni rese in quell’occasione da Joe Valachi, il primo mafioso che scelse di collaborare con la giustizia, Robert Kennedy, allora a capo del Dipartimento di Giustizia del Governo americano, dichiarò: “Le rivelazioni di Joseph Valachi ci hanno aiutato, come mai in precedenza, a capire come funzionano le operazioni della mafia… senza escludere quelle riguardanti la corruzione politica”.

Vale la pena di notare come le parole di Robert Kennedy ricordino quelle usate da Giovanni Falcone a proposito di Tommaso Buscetta.

Vale però anche la pena di ricordare che Joe Valachi e Tommaso Buscetta non furono i primi mafiosi che decisero di collaborare con la giustizia.

Già nella seconda metà dell’800, infatti, alcuni esponenti mafiosi siciliani avevano deciso di collaborare con le autorità inquirenti.

Anche allora la collaborazione con la giustizia fu considerata, da parte dei mafiosi collaboranti, uno strumento utile per colpire gli avversari.

Ed è proprio agli inizi dello Stato unitario che risalgono i primi rapporti tra capi mafia e importanti esponenti politici, è in quegli anni che compaiono i primi esempi di quell’intreccio tra delinquenza mafiosa e autorità pubbliche di cui si parla ancora oggi.

A proposito di questo intreccio, che ha caratterizzato lo Stato italiano fin dai suoi primi anni di vita, vale la pena di ricordare le parole che Gaspare Pisciotta urlò nell’aula della Corte d’Assise di Viterbo, dopo la lettura della sentenza del processo sulla strage di Portella della Ginestra: “siamo un corpo solo, banditi, polizia e mafia, come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”.

Quanto fa ridere che si parli di trattativa Stato-Mafia solo con riferimento alla primavera-estate del 1992!

Il fenomeno dei mafiosi collaboranti si ripetè negli anni trenta del ‘900: anche allora alcuni siciliani, esponenti dell’organizzazione criminale, decisero di collaborare con le autorità inquirenti.

Con la loro collaborazione quei personaggi rivelarono dettagliate informazioni sulla struttura interna dell’organizzazione mafiosa, così come avrebbe fatto, mezzo secolo dopo, Tommaso Buscetta con Giovanni Falcone.

Inoltre, fu proprio negli anni ‘30 del ‘900 che comparve, per la prima volta, il termine pentito, e la cosa che colpisce è che ad usarlo fu proprio un mafioso.

Ma veniamo adesso a quello che è uno dei principali elementi all’origine del potere della Mafia, forse il più importante di tutti: i suoi legami, le sue relazioni col mondo esterno all’organizzazione criminale.

Fu proprio con riferimento a questo aspetto centrale del fenomeno Mafia che Giovanni Falcone, da profondo conoscitore del fenomeno qual era, avvertì la necessità di far capire che l’azione dello Stato non si dovesse limitare al solo mondo interno all’organizzazione criminale, ma che dovesse andare oltre, investendo anche il mondo esterno a questa, ben consapevole della necessità, vitale, dell’organizzazione criminale di entrare in relazione col mondo esterno.

Una delle principali caratteristiche della Mafia, quella che ritengo sia la più importante, è proprio quella di vivere di relazioni.

Sta infatti nella convergenza di interessi con l’organizzazione criminale una delle principali cause del potere mafioso.

Ed è proprio questa convergenza d’interessi che ostacola la repressione di quel potere.

Da questa necessità nasce il ricorso al cosiddetto concorso esterno in associazione mafiosa, reato che, per essere riconosciuto tale, presuppone l’esistenza di un contributo effettivo al perseguimento degli scopi illeciti dell’associazione criminale.

Da un punto di vista strettamente penale, va considerato il fatto che, pur non esistendo nel codice italiano una norma specifica per il concorso esterno in associazione mafiosa, esistono comunque l’art. 110, che parla espressamente di concorso in reato e l’art. 416-bis, che prevede il reato di associazione mafiosa.

Vale la pena di sottolineare il fatto che in Italia l’associazione mafiosa è diventata reato solo il 13 settembre del 1982, con l’entrata in vigore della legge Rognoni-La Torre; fino a quella data il reato che poteva essere contestato ad un mafioso era semplicemente quello di associazione per delinquere (Pio La Torre, l’ideatore del reato di associazione mafiosa, fu ucciso dalla Mafia il 30 aprile 1982).

L’estensione del fenomeno non si limita però all’ambito penale, ed è in questa limitazione che io vedo uno dei più gravi errori commessi da sempre da parte di chi si occupa di Mafia.

Certamente un principe socio in affari di un mafioso non è tecnicamente definibile mafioso, così come non lo è un barone che affida ad un mafioso la guardianìa di un suo podere.

Allo stesso modo non è definibile mafioso un medico che fa nascere in una clinica privata i figli di un mafioso.

Nessuno di questi esponenti del mondo esterno all’organizzazione criminale è un mafioso, né uno che fornisce un contributo effettivo al perseguimento degli scopi illeciti dellassociazione criminale.

Eppure, senza questo genere di appoggio esterno, non configurabile come reato, la Mafia non avrebbe il potere che ha.

Come tante volte ricordato, obiettivo del mafioso è l’arricchimento personale, l’accumulo di denaro.

Secondo le parole usate da Leonardo Sciascia, la mafia è un’associazione per delinquere, con fini di illecito arricchimento per i propri associati, che si pone come intermediazione parassitaria, e imposta con mezzi di violenza, tra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato.

Eppure il potere del mafioso non è solo quello dei soldi, non si esaurisce con un illecito arricchimento.

Il potere al quale il mafioso aspira va oltre quello che deriva dal denaro.

E che cos’è questo potere, in che cosa consiste?

Nella consapevolezza di disporre di un potere riconosciuto come tale, di essere legittimato nel ruolo ricoperto nella comunità.

E come sarebbe possibile il raggiungimento di questo potere senza la complicità di gente che non appartiene all’organizzazione criminale chiamata Cosa Nostra?

Dopo essere stato arrestato (il 20 febbraio 1986), Michele Greco, il capo mafia soprannominato il papa, fino all’inizio del 1982 considerato solo un ricco agricoltore dalle amicizie influenti, si mostrò meravigliato di essere finito dietro le sbarre.

Non si capacitava di essere finito dietro le sbarre, proprio lui che nella sua tenuta della Favarella (dall’arabo fawara, sorgente d’acqua), alle porte di Palermo, in quella zona che fu la Conca d’Oro, organizzava favolose battute di caccia, alle quali partecipavano Procuratori della Repubblica, aristocratici, politici, imprenditori.

A proposito dell’ultimo discorso pubblico di Paolo Borsellino

29 Lug

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Nel quartiere palermitano di Ballarò, proprio a fianco alla Chiesa del Gesù (nota anche come Casa Professa), si trova la Biblioteca Comunale.

Fu qui, esattamente nell’atrio di questa Biblioteca, che Paolo Borsellino tenne il suo ultimo discorso pubblico.

Era la sera del 25 giugno 1992, un mese prima c’era stato l’attentatuni di Capaci, un mese dopo ci sarebbe stata la bomba di via D’Amelio.

Quella sera, nel suo discorso, Paolo Borsellino ricordò più volte che Giovanni Falcone, suo amico prima ancora che suo collega, aveva cominciato a morire nel gennaio 1988 e non, come da molti sostenuto con superficialità, dopo la famosa intervista del Corriere della Sera a Leonardo Sciascia, dal titolo “I professionisti dell’antimafia”.

Come quella sera ricordò Paolo Borsellino, Giovanni Falcone aveva cominciato a morire quando il CSM aveva bocciato la sua candidatura alla guida dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, preferendogli un altro magistrato.

E quella sera Paolo Borsellino, ricordando quella notizia, disse, in tono amaramente ironico, che quello era stato il regalo che il CSM gli aveva fatto per il suo compleanno.

Per di più in quel gennaio del 1988 ebbe inizio la disgregazione del pool antimafia, la struttura organizzativa ideata all’inizio degli anni ’80 da Rocco Chinnici, un magistrato che sperava, purtroppo invano, in una mobilitazione delle coscienze dei palermitani, dei siciliani.

E a questo riguardo, a 33 anni esatti da quel 29 luglio che vide Palermo diventare come Beirut, va fatta una considerazione.

Troppo spesso, quando si parla di mafia, si commette un grave errore, che considero decisivo: ci si concentra solo sull’aspetto criminale del fenomeno, ignorando, tralasciando (volutamente, per ignoranza o per convenienza), un aspetto centrale: quello del coinvolgimento di larghi strati della società siciliana.

Si guarda sempre e solo alla superficie, a ciò che appare, e lì ci si ferma.

Si dice, per comoda ipocrisia: il fenomeno mafioso riguarda solo una piccola minoranza di siciliani, forse poche migliaia, a fronte di una maggioranza che è vittima innocente.

Mai che si cerchi di vedere cosa c’è sotto la superficie, mai che si cerchi di analizzare la vasta rete di relazioni che caratterizza il fenomeno mafioso.

Non si tratta di collegamenti occasionali, contingenti, ma di relazioni “storiche”, profonde, inestricabili, tra il mondo mafioso propriamente detto e rappresentanti del mondo economico, del mondo imprenditoriale, del mondo delle istituzioni.

Evidentemente si ignora (o si vuole ignorare) che è proprio questa fitta rete di relazioni che ha fatto della mafia qualcosa di molto più potente, e molto più pervasivo, di una semplice organizzazione criminale.

Ma come si fa a voler spiegare un fenomeno storico come quello mafioso in termini esclusivamente criminali?

Perché si evita, accuratamente, di andare a vedere cosa c’è sotto la superficie?

Forse perché andare sotto la superficie significherebbe chiamare in causa larghi strati della società siciliana, forse perché si scoprirebbe che molti di quelli che passano o vengono fatti passare per vittime sono in realtà complici, diretti o indiretti, gente che approfitta del lato violento del fenomeno mafioso per trarre, servendosi di questo, concreti benefici.

Ed è proprio questa mancanza di volontà di andare sotto la superficie che impedisce a quella speranza di Rocco Chinnici di diventare realtà, che fa della mobilitazione delle coscienze della quale parlava quel giudice galantuomo solo un sogno, che frena quei cambiamenti nei comportamenti quotidiani che sono la base di una reale, concreta, manifestazione di quella volontà di contrastare realmente il potere mafioso, volontà che troppo spesso viene invece surrogata con banali, e spesso ridicole, manifestazioni esteriori.

A proposito della data del 23 maggio e di Giovanni Falcone

23 Mag

Dal momento che in questo Paese l’ipocrisia e la retorica non sono mai abbastanza, ecco che il 23 maggio è diventato il giorno della legalità!

E così, dopo essere stato, in vita, oggetto di gelosia e d’invidia, dopo essere stato deriso, attaccato, isolato, umiliato, soprattutto da parte dei suoi colleghi magistrati (con poche eccezioni, una su tutte Ilda Boccassini), Giovanni Falcone, dopo essere stato ammazzato, è stato ormai ridotto, da quel 23 maggio di 24 anni fa, a ostaggio della retorica.

E allora, proprio in questo giorno, proprio in memoria di una persona che ho sempre considerato un esempio, un riferimento nel suo campo (non un santino), voglio dire una cosa molto semplice ai tanti ipocriti di questo Paese, a tutti quelli che parlano di cose che non conoscono, di cose che neanche capiscono: nella storia italiana ci sono magistrati che sono diventati famosi per le loro capacità, per il loro metodo di lavoro (penso innanzitutto a Rocco Chinnici, grazie al quale Giovanni Falcone ha potuto dimostrare le sue qualità) e ce ne sono altri invece che devono la loro popolarità solo a quella dei loro inquisiti.

La differenza tra queste due tipologie di magistrati è notevole, ed evidente.

Si tratta infatti della stessa differenza che passa tra le stelle e i pianeti: le prime brillano di luce propria, i secondi invece brillano solo di luce riflessa.

Una stella produce luce e calore, un pianeta invece viene illuminato e riscaldato dalla stella intorno alla quale gira.

E Giovanni Falcone, così come Rocco Chinnici e Paolo Borsellino, è una stella, una stella che splende e continuerà a splendere per sempre.

Tanti magistrati, per quanto possano fare per attirare su di sé l’attenzione, con certi loro atteggiamenti, con certe loro dichiarazioni, ma soprattutto con il loro modo di parlare, rimangono quello che sono: semplici pianeti.

Ripetere, per esempio, come fanno alcuni di loro, l’espressione menti raffinatissime, usata per la prima volta da Giovanni Falcone un mese dopo il giorno del fallito attentato dell’Addaura (21 giugno 1989), pensando forse in questo modo di essere considerati “simili” a chi l’aveva pronunciata, non solo ne sottolinea la diversa statura ma li rende pure ridicoli.

Ad evidenziare le differenze tra Giovanni Falcone ed altri magistrati bastano due elementi, tra i tanti: la grande differenza nella gestione dei cosiddetti pentiti e l’esito di certi processi.

Da una parte il cosiddetto maxiprocesso (avviato il 10 febbraio 1986) che, grazie al rigore professionale col quale fu istruito da Giovanni Falcone, fu in grado di reggere a tutte le verifiche (fino alla sentenza definitiva pronunciata il 30 gennaio 1992 dalla Corte di Cassazione), dall’altra processi miseramente falliti.

P.S.: ancora oggi, a distanza di tanti anni, si continua a far confusione a proposito del famoso pool antimafia di Palermo. Il suo ideatore fu Rocco Chinnici ed è pertanto a lui che ne va attribuita la paternità e non, come invece si continua a scrivere, ad Antonino Caponnetto. Quest’ultimo, una volta assunta la guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo, dopo l’assassinio di Chinnici, ne sviluppò l’idea.

A proposito dell’arroganza che accomuna certi poteri

10 Mag

In un’intervista del 1991 a Marcelle Padovani, Giovanni Falcone racconta di quella volta che ad un magistrato che, nel 1980, gli chiese di spiegargli cosa fosse la mafia, Frank Coppola, considerato uno dei boss mafiosi di maggior prestigio, rispose così: “Signor giudice, tre magistrati vorrebbero oggi diventare procuratore della Repubblica. Uno è intelligentissimo, il secondo gode dell’appoggio dei partiti di governo, il terzo è un cretino, ma proprio lui otterrà il posto. Questa è la mafia…”

Ad Adriano Sansa, sindaco di Genova dal dicembre 1993 al novembre 1997, licenziato poco prima della scadenza del suo mandato dal PDS (il maggior partito della “sua” coalizione) perché ritenuto colpevole di “insufficiente capacità d’interlocuzione”, alcuni esponenti del sistema di potere che da sempre comanda nella città della Lanterna arrivarono a dire, indicandogli un autista, che, se loro volevano, erano in grado di eleggere sindaco di Genova il primo autista che passava, a dimostrazione del loro potere.

In realtà, quell’incredibile espressione usata da mediocri funzionari di partito (“insufficiente capacità d’interlocuzione”) nascondeva la vera colpa della quale, agli occhi dei partiti, si era macchiato quella persona perbene di Adriano Sansa: non aver obbedito agli ordini dei partiti, aver tenuto distinti e separati quelli che sono interessi pubblici (gl’interessi della città) da quelli che sono invece interessi privati (quelli dei partiti, associazioni di privati cittadini che, dietro il paravento di mediatori fra Stato e cittadini, nascondono il perseguimento di vantaggi personali ).

Come non notare le evidenti analogie fra le due organizzazioni per quanto riguarda la concezione del potere?

Come non vedere che entrambe considerano “cosa loro” le istituzioni pubbliche di questo Paese?

Ricordando Leonardo Sciascia

12 Set

E così, stando a quanto pubblicamente affermato in questi giorni da Luciano Violante, le istituzioni del nostro Paese (in particolare la Presidenza della Repubblica) sarebbero oggetto di una vera e propria canea, canea che sarebbe stata sollevata da alcune dichiarazioni di Grillo e di Di Pietro e da alcuni articoli del Fatto Quotidiano.

Più che entrare nel merito di questa affermazione, vale la pena notare il termine al quale Violante ha fatto ricorso per qualificare chi ha “osato” muovere delle critiche al nostro Presidente della Repubblica: gli autori di queste critiche (che pure, ipocritamente, vengono considerate “pienamente legittime”) sono stati infatti paragonati a una “muta di cani lanciati all’inseguimento della selvaggina”.

Questo modo di ragionare è tipico dei regimi totalitari, nei quali chi “osa” esprimere apertamente una critica contro il potere (entità idolatrata e per tale motivo ritenuta inviolabile, inattaccabile) viene per questo offeso, dileggiato, isolato.

Se poi si entra nel merito della questione, se si analizzano serenamente i fatti, si vede che se di canea si deve parlare questa è quella che si è abbattuta contro alcuni magistrati della Procura di Palermo, guarda caso contro quei magistrati che hanno condotto e stanno conducendo inchieste che vedono indagati importanti personaggi della politica italiana (dove, si badi bene, l’aggettivo “importanti” in questo caso non ha alcuna connotazione positiva).

Riflettendo poi sugli attacchi mossi ad Antonio Ingroia, attacchi che mi ricordano molto quelli di cui a suo tempo fu vittima Giovanni Falcone (prima che i tanti farisei di questo Paese ne facessero, una volta morto, un “santino”), mi rendo conto che aveva proprio ragione Leonardo Sciascia quando diceva che “la storia siciliana è tutta una storia di sconfitte della ragione, sconfitte degli uomini ragionevoli”.

A proposito delle ultime elezioni

23 Mag

Tra i diversi indicatori che le recenti elezioni amministrative forniscono, ve ne sono alcuni che emergono più chiaramente su tutti gli altri:

1) la candidatura di Marco Doria a Genova, pur trattandosi di un “non professionista” della politica, non è stata in grado di motivare un significativo numero di quei cittadini che non si sentono rappresentati dagli attuali partiti; anzi, al ballottaggio il numero dei voti per il nuovo sindaco è risultato inferiore a quello registrato al primo turno.

2) il numero di cittadini palermitani che hanno votato Leoluca Orlando è risultato di gran lunga superiore a quello dei voti in dotazione all’Italia dei Valori, il partito del nuovo sindaco di Palermo.

Come appare sempre più chiaro, un numero sempre più grande di italiani sono di fatto privi di alcuna rappresentanza politica, e questo accade in un sistema politico che si chiama “democrazia rappresentativa”: i partiti sono ormai ridotti ad associazioni private che rappresentano soltanto una piccola (sempre più piccola) parte dei cittadini, formata in gran parte da persone che vivono di e grazie alla politica, persone per nulla interessate al bene comune.

A proposito della schiacciante vittoria di Leoluca Orlando, vorrei far notare (in particolar modo a quei palermitani che lo hanno eletto loro sindaco in modo così eclatante e che oggi stanno ricordando la morte di Giovanni Falcone) che si tratta proprio dello stesso uomo politico che nel 1990 accusò pubblicamente Giovanni Falcone di tenere chiusi nei cassetti dei documenti su alcuni delitti “eccellenti”.

Evidentemente molti italiani hanno la memoria corta.

E comunque non mi sembra che il nuovo sindaco di Palermo abbia finora sentito il dovere morale di scusarsi, altrettanto pubblicamente, per quell’accusa falsa e infamante, che certamente contribuì non poco ad isolare Giovanni Falcone.

Ricordando Giovanni Falcone

18 Mag

Il 23 maggio di vent’anni fa veniva assassinato Giovanni Falcone, e dopo quasi due mesi la stessa sorte sarebbe toccata al suo fraterno amico Paolo Borsellino.

Si è trattato, in entrambi i casi, di azioni di vera e propria guerra militare, condotte con modalità che la mafia aveva già usato a Palermo nove anni prima (il 29 luglio 1983), quando, per eliminare il Consigliere Istruttore Rocco Chinnici (il magistrato al quale si deve l’idea del pool antimafia), non esitò a trasformare la città del Monte Pellegrino in Beirut.

Troppo grandi sono il dolore, la rabbia, la tristezza, il senso di vuoto, d’incredulità, di smarrimento che ho provato allora e che continuo a provare per queste morti e ancora oggi, nonostante il tempo trascorso, ho un grande pudore a parlarne.

Quello che qui voglio dire è che poche storie come quella del pool antimafia di Palermo testimoniano il fatto che è sempre stato un numero limitato di persone a fare le cose che hanno dato dignità a questo Paese.

Chi la storia italiana la conosce per davvero sa infatti che quello che di veramente importante è stato fatto dalla Magistratura di questo Paese in 150 anni per cercare di contrastare i grandi poteri criminali è sempre stato il risultato dell’impegno di singoli magistrati, più che della Magistratura nel suo insieme.

Sa anche che l’errore capitale che le istituzioni italiane hanno sempre commesso (e che ancora oggi continuano a commettere) è quello di ritenere il fenomeno mafioso un fenomeno che possa essere affrontato esclusivamente per via giudiziaria.

Il dato che bisognerebbe sempre tenere bene a mente è che quei magistrati che, animati da un alto senso dello Stato, hanno cercato di affermare la giustizia, non solo non hanno mai trovato dalla loro parte, a loro convinto supporto, compatte, le altre istituzioni, ma che anzi proprio da queste hanno visto arrivare le più amare delusioni.

D’altra parte, com’è noto, l’affermazione della giustizia non è mai stata un vero obiettivo dei governi italiani.

Una delle più recenti conferme in proposito viene dalla mancata ratifica da parte del nostro Paese (dopo ben 13 anni dalla sua sottoscrizione!) della Convenzione penale del Consiglio d’Europa sulla corruzione, recante disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione.

La vuota retorica con la quale questo Paese ricorda uomini come Falcone diventa ancora più insopportabile quando fa ricorso a termini quali il “sacrificio”.

Quello che hanno fatto uomini come Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino non lo hanno fatto per un malinteso senso del “sacrificio”.

Quello che questi uomini hanno fatto lo hanno fatto perché sentivano di doverlo fare, perché avevano un alto senso morale, perché avevano un’alta idea dello Stato (lavoravano per un’idea, per quello che ritenevano dovesse essere un vero Stato, per qualcosa cioè che in realtà manca agli italiani, che forse formano un popolo, ma certo non uno Stato), perché avevano un alto senso della giustizia, proprio quella giustizia di cui soprattutto i siciliani hanno da sempre una gran fame, quella giustizia che, in 150 anni, non hanno mai visto affermata dallo Stato italiano.

A proposito della fame di giustizia dei siciliani, assolutamente emblematico è quello che disse Gaetano Badalamenti, uno degli ultimi classici padrini mafiosi, nel corso della sua intervista televisiva a Ennio Remondino.

Alla domanda sul perché del potere della mafia, sul perché tante persone si rivolgevano a lui, il boss di Cinisi rispose dicendo che gran parte delle richieste che riceveva provenivano da persone che si rivolgevano a lui per avere giustizia.

Nella sua ultima intervista, rilasciata pochi giorni prima di essere assassinato dalla mafia, Carlo Alberto Dalla Chiesa disse a Giorgio Bocca: “Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini, non sono altro che i loro elementari diritti”.

A proposito poi dell’isolamento in cui fu lasciato (nell’indifferenza generale), Falcone disse: “si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande”.

Per lui giocarono entrambi i fattori.

Il dato però sul quale si tende spesso a sorvolare con una certa disinvoltura, in questo Paese dominato dalla retorica, dalle chiacchiere, dalle manifestazioni esteriori, è che ad isolare Falcone, prima ancora della cosiddetta “società civile”, sono state le istituzioni dello Stato italiano, e più di tutte la Magistratura, vale a dire proprio l’organismo dello Stato nel quale Falcone lavorava.

I suoi principali nemici Falcone li ha avuti tra i suoi colleghi, anche tra quelli presenti al suo funerale.

Sono stati dei magistrati che lo hanno isolato, sono stati ancora dei magistrati che gli hanno impedito di guidare l’Ufficio Istruzione di Palermo dopo Antonino Caponnetto, sono stati sempre dei magistrati che lo hanno insultato, anche da morto.

Ma quali sono stati i veri motivi di questa “messa all’angolo” da parte dei suoi “colleghi”?

Sono convinto che il motivo principale, quello più profondo, più vero, quello che nessuno ammetterà mai, vada individuato in un sentimento fra i più forti che esistano nell’animo umano: l’invidia.

In questo Paese quello che proprio non si perdona è di avere successo, di vedere qualcun altro ottenere risultati che nessuno è mai riuscito ad ottenere; credo ci sia questo alla base del mancato riconoscimento del merito alle persone che se lo meritano.

Falcone diceva anche che “in Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”.

Ma quel termine “riuscito” proprio non mi convince, soprattutto se penso a come è stato assassinato Paolo Borsellino: come si fa infatti ad accettare il fatto che nessun organo dello Stato abbia pensato di “bonificare” la via D’Amelio, soprattutto il tratto di strada davanti all’ingresso del palazzo dove abitava la mamma del magistrato?

Falcone avrebbe dovuto dire “che lo Stato non ha protetto”, se non proprio “non ha voluto proteggere”.

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