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Twitter, ovvero come usare le risorse a disposizione (soprattutto se sono limitate).

21 Gen

Twitter, com’è noto, è quel sistema di comunicazione che consente d’inviare e ricevere brevi messaggi (tweets).

Quello che mi piace di Twitter è il fatto che fornisce a chi lo usa un numero limitato di caratteri (140), mettendo così alla prova, proprio per questa sua caratteristica, quella che per me è una capacità intellettiva di primaria importanza, quella di utilizzare in maniera efficiente le risorse di cui si dispone (in questo caso, i caratteri di una tastiera), soprattutto quando queste risorse sono limitate.

La sfida alla quale siamo chiamati a rispondere quando utilizziamo Twitter è quella di riuscire a costruire un breve, e nello stesso sensato, messaggio, inserendo in esso il più alto contenuto d’informazione possibile consentito da quei 140 caratteri a nostra disposizione.

Non solo bisogna sapere scegliere i termini più appropriati, più adatti (ovviamente la possibilità di scelta è funzione della ricchezza del vocabolario personale dal quale ciascun individuo può attingere), ma bisogna poi saperli mettere insieme, in modo tale che il tweet così costruito sia in grado di trasmettere il senso del messaggio affidato a questo sistema di comunicazione.

Come però succede con tutti gli strumenti, la vera abilità di chi li utilizza sta nella capacità di servirsene per gli scopi ai quali sono destinati, e non per altri.

Nel caso di Twitter, il tweet non è certo uno strumento adatto per veicolare un pensiero.

Quei 140 caratteri sono infatti un limite che non consente di articolarlo come si deve (sempre che si tratti di un pensiero).

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A proposito della disinformazione che avvolge l’informazione

9 Nov

Uno dei più diffusi difetti di ragionamento che noto nel modo con cui si comunica, a livello sia privato che pubblico, è quello di iniziare un discorso dando per assodato, per vero, qualcosa di cui invece i fatti hanno già dimostrato l’insussistenza.

Ciò nonostante ci si inoltra, incuranti di questo vizio d’origine, in discussioni lunghe, a volte interminabili, molto spesso astruse, ma soprattutto inutili, prive di senso, dal momento che i presupposti sui quali sono basate sono falsi.

E siccome nessuno ha il coraggio di fermarle sul nascere, evidenziandone le falsità originarie, queste discussioni danno spesso vita, nel generale disinteresse nei confronti della verità, a conseguenze dalle quali, una volta prodotte, risulta praticamente impossibile tornare indietro.

Si assiste così alla costruzione di gigantesche “strutture” che, una volta costruite, risulta poi molto difficile, se non impossibile, a causa delle loro dimensioni, della loro complessità, radere al suolo, come si dovrebbe.

Le situazioni che si vengono a creare quando, non intervenendo in tempo utile, nelle fasi iniziali, con le necessarie correzioni, si lasciano “crescere” discussioni basate su premesse errate, mi fanno venire in mente quella che si verrebbe a creare se si accettasse di viaggiare su una nave dotata di un sistema di rilevamento della posizione che si ritiene essere perfettamente funzionante, mentre in realtà così non è.

E, più ancora, quella nella quale ci verrebbe a trovare qualora, a fronte delle segnalazioni provenienti da un sistema che invece dà informazioni corrette sulla reale posizione della nave, il comandante non ne tenesse conto.

In mancanza delle necessarie correzioni di rotta da mettere in atto non appena ci si dovesse rendere conto che la rotta seguita dalla nave non è quella prevista (a che serve infatti un sistema di rilevazione della posizione se poi non si corregge, se necessario, la rotta?), ci si verrebbe a trovare, a fine viaggio, in una località diversa rispetto alla destinazione prevista all’inizio del viaggio (e la distanza fra le due località potrebbe anche essere molto elevata).

La cosa assurda di questo Paese, a conferma della retorica che lo caratterizza, è vedere come in molti casi, come ho avuto modo di sperimentare in più occasioni nel corso della mia carriera lavorativa (e non mi riferisco al mondo delle navi), anche in presenza di sofisticati sistemi d’informazione dei quali ci si dota per essere informati per tempo su eventuali scostamenti fra la strada che si percorre e quella dichiarata nei documenti ufficiali, non vengano poi attuate le necessarie correzioni di “rotta” che quei sistemi prevedono.

E il bello è che si tratta di quegli stessi sistemi dei quali, con tanta enfasi, ci si era pubblicamente vantati, sottolineandone la grande capacità di controllo (!).

Questa situazione, già di per sé paradossale, viene ulteriormente aggravata dal fatto che in Italia, Paese fondato sul perdono (la più nefasta delle invenzioni della chiesa cattolica), sono molti quelli che ritengono il genere umano una comunità formata da persone naturalmente buone (l’uomo è buono per natura, diceva Jean-Jacques Rousseau).

Quando hanno a che fare con atti malvagi o con comportamenti che appartengono al mondo del male, questi difensori “a prescindere” del genere umano cercano di trovare, sempre e comunque, nei confronti di quegli autori, una giustificazione (il famoso giustificazionismo, vera sciagura italiana), pur di non rinunciare alla loro “fede”.

E, a proposito della funzione assegnata alle informazioni, e in particolare della disinformazione che le circonda, una delle giustificazioni alle quali si fa più frequentemente ricorso è quella del “non sapere”, del non essere stati informati.

Lasciando intendere che, se solo avessero potuto disporre di informazioni su quello che accadeva attorno, il comportamento degli autori di certi atti malvagi e di certi comportamenti sarebbe stato diverso da quello che invece è stato.

Il male, quindi, viene visto come frutto della mancanza di informazioni e, più in generale, frutto dell’ignoranza.

Quanti, per esempio, hanno sostenuto, per anni, per cercare di giustificarne il comportamento, che i cittadini tedeschi che vivevano accanto ai campi di sterminio fossero all’oscuro di quello che accadeva in quei luoghi infernali, volendo con ciò far credere che, se solo fossero stati informati di ciò che avveniva lì dentro, quei cittadini avrebbero tenuto un comportamento diverso.

La verità, invece, è che chi viveva accanto ai campi di sterminio nazisti sapeva quello che accadeva in quei posti.

E, venendo a un dramma italiano, quanti sono quelli che limitano l’estensione di un fenomeno come la Mafia agli ignoranti, non considerando anche gli istruiti!

Com’è comodo limitarsi a parlare dei criminali che appartengono agli strati sociali più bassi, trascurando quelli che vivono in quelli più alti.

Eppure a uccidere Giuseppe Letizia, un bambino di appena 13 anni, condannato a morte per il solo fatto di essere stato involontario testimone, mentre accudiva il proprio gregge, dell’omicidio di Placido Rizzotto (10 marzo 1948), non fu la mano di un criminale analfabeta ma un’iniezione, fattagli a sangue freddo, nell’ospedale diretto dal dottor Michele Navarra, capo, in quegli anni, della famiglia mafiosa di Corleone (vale forse la pena di dire che si tratta dello stesso Michele Navarra al quale lo Stato italiano concesse l’onorificenza di cavaliere al merito della Repubblica Italiana).

La verità che si vuole affermare, da parte sia dei difensori “a prescindere” che dei complici, diretti e indiretti, di chi commette crimini, è che se si sapesse, si sceglierebbe il bene.

Ecco un classico esempio in cui si dà per scontata, per vera, una cosa falsa.

Il difetto di ragionamento di cui parlo in apertura di questo post ricorda molto la cosiddetta petizione di principio, l’errore logico che si commette quando, per cercare di dimostrare la verità di qualcosa, si parte dando per scontata la rispondenza al vero di quello che invece si deve dimostrare essere vero.

A giustificazione di molte scelte giudicate sbagliate si suole dire che le persone non scelgono bene perché non sono informate bene.

I sostenitori di questa tesi forse fanno riferimento alle famose parole di Luigi Einaudi “come si può deliberare senza conoscere?“, dalle quali il noto principio “conoscere per deliberare“.

Secondo questa tesi, milioni di cittadini italiani, se solo fossero stati a conoscenza della reale natura di certi soggetti, non avrebbero eletto come loro rappresentanti delinquenti, intrallazzatori, gente che anziché in un parlamento dovrebbe stare in galera.

In molti casi, invece, è proprio alla loro natura di delinquenti, di intrallazzatori, che molti dei politici italiani (nazionali e locali) devono la loro elezione.

Ecco un altro esempio di verità tanto evidente quanto, proprio per la sua evidenza, scomoda da ammettere.

Non è affatto vero che, se fossero informate, le persone sceglierebbero sensatamente.

L’errore sta proprio qui, nel dare per scontata, per assodata, una cosa che i fatti hanno invece già dimostrato non essere vera, nel ritenere cioè che una buona informazione equivalga, necessariamente, a una buona scelta.

Altri sono gli elementi che condizionano le scelte dei cittadini-elettori, non la mancanza di informazioni, non l’ignoranza.

Mai come in questi anni le persone sono informate di ciò che accade attorno a loro (e non solo attorno a loro).

Non solo oggi si è informati di ciò che accade nel mondo, ma l’informazione è simultanea ai fatti; la tecnologia dà la possibilità di assistere “in diretta” a ciò che accade.

Ma forse (ecco un’altra verità scomoda da accettare) l’informazione è inutile.

Forse è più utile, a conferma del fatto che il male è qualcosa di insito nell’uomo, capace di azioni estranee perfino alle bestie più feroci (come quella di sciogliere un bambino in un bidone pieno d’acido e nel frattempo mangiare un panino) e non, come i tanti giustificazionisti si ostinano a voler far credere, un frutto dell’ignoranza, ricordare le famose parole del “Riccardo III” di William Shakespeare, uno dei più profondi conoscitori di quell’universo, in gran parte sconosciuto, che è l’animo umano.

A lady Anna che gli dice: “No beast so fierce but knows some touch of pity”, il re Riccardo III risponde con queste poche, agghiaccianti parole:  “But I know none, and therefore am no beast“.

Il solito vizio di scambiare i sintomi con le cause

19 Ott

La marea delle polemiche sollevate dalla recente alluvione di Genova fornisce un quadro davvero avvilente delle istituzioni locali di questo Paese, risultate ancora una volta assolutamente inadeguate, incapaci come sono di affrontare come si deve i problemi concreti dei cittadini (di risolverli, nemmeno se ne parla).

Un’analisi attenta di questa triste vicenda fornisce, in più, la possibilità di riflettere su alcuni elementi che, non a caso, vengono tenuti nascosti all’opinione pubblica.

Mi riferisco a elementi che caratterizzano le gare di appalto indette dalla pubblica amministrazione italiana.

Come tutti hanno avuto modo di osservare, la gran parte dei politici e, al suo seguito, la cosiddetta “informazione” (che tutto fa tranne che informare correttamente), hanno subito puntato il dito accusatore contro il TAR (tribunale amministrativo regionale) di Genova, colpevole, secondo loro, di non aver consentito l’avvio dei lavori che, se alla data del 9 ottobre 2014 fossero risultati già realizzati (?), avrebbero potuto ridurre (se non evitare) i danni provocati dall’ultimo straripamento del torrente Bisagno.

L’intenzione di questa operazione di disinformazione, rivelatrice, da parte di chi l’ha messa in atto, di un’insofferenza ad ogni tipo di controllo, in particolare a quello di legalità (da qui gli inevitabili conflitti con la magistratura), è chiara: sviare l’attenzione, indirizzandola su un falso bersaglio, al fine di evitare che ci si possa porre la domanda-chiave: perché le gare di un appalto pubblico sono soggette a continui ricorsi al TAR, cosa c’è alla base di questi infiniti contenziosi, quali sono i vizi che sono presenti (in tutte le fasi, dalla progettazione all’esecuzione) degli appalti pubblici di questo Paese?

Eh già, perché se c’è una sentenza, deve pur esserci un motivo per cui dei contendenti si sono rivolti ad un giudice che l’ha emessa!

È come se, davanti al mancato superamento di una prova d’ammissione da parte di uno studente, si ritenesse responsabile di quella bocciatura la commissione esaminatrice e non invece l’impreparazione di quel candidato, e più ancora la scuola che ha frequentato, che non è stata capace di metterlo in grado di superare quell’esame.

Perché allora, stando a chi imputa alle commissioni esaminatrici la responsabilità delle bocciature di studenti risultati non idonei, non eliminare gli esami?

Non avendo però il coraggio di arrivare a tanto, si è scelto, per salvare la forma, di allentare le briglie, di rendere cioè gli esami sempre meno severi.

Poco importa se, a valle di questi esami sempre più formali, si immettono nella società persone sempre più ignoranti, sempre meno capaci di far funzionare meglio la società nella quale vengono inseriti.

A questo proposito mi è venuto in mente un altro esempio di quello che considero un vizio molto diffuso, quello di scambiare un sintomo con quella che è invece la causa all’origine del difetto che quel sintomo non fa altro che evidenziare.

Si tratta di un episodio del quale sono stato testimone diretto tanti anni fa, nel corso di una fase della mia attività lavorativa.

Mi trovavo presso uno stabilimento di un’importante azienda, chiamato per cercare d’individuare i motivi all’origine del cattivo funzionamento di di una delicata macchina utensile.

Dopo aver esaminato gli elementi che mi erano stati forniti da parte del responsabile della produzione di quello stabilimento, avevo concentrato l’attenzione sull’impianto idraulico.

Mi era stato riferito che, a seguito di continui blocchi imposti dal filtro (s’intasava spesso), avevano deciso, per evitare quelle continue fermate della produzione, di rimuovere quel filtro.

Analizzai allora in particolare il fluido che veniva utilizzato in quel circuito idraulico.

Mi accorsi che la sua formulazione non era compatibile col grado di protezione richiesto da quell’impianto; la causa di quei continui blocchi della produzione era quel fluido, non quel filtro.

La presenza, in quel circuito idraulico, di componenti di elevata criticità, quali servovalvole a ridotta tolleranza, imponeva infatti di dotarlo di un idoneo sistema di filtraggio.

Come conseguenza, il fluido idraulico da utilizzare avrebbe dovuto essere formulato con componenti che ne assicurassero la filtrabilità, ovvero la capacità di passare indenne attraverso il filtro, senza che quel fluido desse luogo, con l’esercizio, alla formazione di sostanze in grado di provocare l’intasamento di quel filtro.

La funzione di quel filtro era quella di proteggere l’impianto, era stato messo lì apposta!

Averlo tolto non solo non aveva rimosso la causa del problema che quei continui intasamenti avevano segnalato ma aveva creato un problema ancora più serio.

Torniamo adesso alle polemiche suscitate dalla recente alluvione di Genova.

Nessuno (salvo rarissime eccezioni) che abbia sollevato il tappeto sotto il quale, anche questa volta, si cerca di nascondere la polvere, nessuno che si sia chiesto: ma per quale motivo la gara per la realizzazione della copertura del torrente Bisagno ha dato origine a questi ricorsi, qual è cioè la “causa prima” all’origine delle sentenze del TAR di cui tanto si parla (quasi sempre a sproposito)?

Perché non si pongono domande come queste?

Forse perché, in questo come in tanti altri casi, verrebbe fuori che la “causa prima” del mancato avvio dei lavori ha a che vedere più con difetti degli uffici tecnici della pubblica amministrazione che non con la lentezza della burocrazia?

Per quale motivo non si parla della mancanza di adeguate competenze tecniche all’interno della pubblica amministrazione italiana, carenze che la costringono ad affidare a professionisti esterni compiti che le sono propri (in primis la progettazione delle opere), compiti che, a causa delle sue incapacità, la pubblica amministrazione non è in grado di svolgere?

Perché non si dice che a questo primo difetto si aggiunge il fatto che molti di questi professionisti hanno spesso rapporti professionali con le imprese che concorrono all’aggiudicazione degli appalti pubblici?

E che questo rapporto innaturale tra “controllore” e “controllato” diventa ancora più grave nella fase esecutiva dei lavori, nel corso della quale non solo emergono le carenze più gravi del committente pubblico (quelle che riguardano la progettazione, carenze che il ricorso a professionisti esterni non è in grado di superare, per il semplice motivo che non basta essere “esterno” per essere competente!), ma risulta ancora più evidente l’assurdità di una situazione che vede agire, nei panni del “controllore” per conto del committente, professionisti esterni non indipendenti dagli interessi del “controllato”?

Se poi si analizzasse seriamente l’intera vita di un’opera pubblica, anziché limitarsi a singole parti, ci si accorgerebbe che è proprio nella fase della progettazione che si annida la “causa prima” all’origine delle varianti in corso d’opera, vera regina delle anomalie degli appalti pubblici italiani.

Per avere una conferma del fatto che un progetto scritto male (a volte non solo per incompetenza) è il presupposto per successivi ricorsi, basta vedere cos’è venuto fuori nella gara avente come oggetto la costruzione dello scolmatore del torrente Fereggiano.

Ebbene, delle sei offerte presentate, ben quattro sono state ammesse con riserva.

E questo, a causa di come è stato scritto il bando di gara.

La conseguenza è che già adesso, prima ancora che i lavori abbiano inizio, risulta molto probabile la presentazione di ricorsi, con inevitabili ripercussioni negative sulla durata e sui costi di quest’opera.

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