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Quanta ipocrisia (e quanta vigliaccheria) dietro la parola “legalità”.

26 Mar

Lo strumento legislativo creato nel dicembre del 2001 per la realizzazione delle grandi opere (la cosiddetta “legge obiettivo”, della quale si parla tanto in questi giorni) è la dimostrazione più evidente dell’ipocrisia che in Italia si nasconde dietro la parola “legalità”.

L’obiettivo che si vuole raggiungere attraverso l’uso strumentale di questa parola-paravento è quello di rendere presentabili, accettabili, fatti dei quali si vuole mantenere nascosta la reale natura.

Per far questo, si punta sul fatto che le persone tendono a ritenere che comportamenti “legali”, rispettosi cioè delle leggi, non possano che essere, per ciò stesso, corretti, rispettabili.

Il riflesso condizionato che si vuole sfruttare è quello che fa credere che esista una corrispondenza perfetta tra essere “legale” ed essere “degno di rispetto”, “giusto”.

È quello che, per esempio, succede con certi concorsi pubblici, costruiti apposta per far passare per “vincitori di concorso”, e quindi per farli apparire formalmente meritevoli di assunzione, individui la cui assunzione era già stata decisa prima di bandire quel concorso (il concorso è solo uno strumento che rende “legale”, “legittimo”,”lecito” ciò che in realtà non lo è).

Lo stesso meccanismo lo si può vedere all’opera nel settore degli appalti, dove c’è la possibilità di costruirne quanti se ne vuole (alcuni “su misura”) per consentire di trasferire in maniera legale, nel pieno rispetto delle norme (create apposta), ingenti somme di danaro dalle casse pubbliche alle tasche di certi privati, individuati (anche in questo caso) prima dell’appalto.

In parecchi casi l’appalto non è nemmeno finalizzato alla realizzazione di un’opera, la sua sola funzione è quella di permettere un passaggio legale di danaro.

Quello che in realtà è un furto, un’appropriazione indebita, uno scippo, diventa così “legale” e quindi “accettabile” (in un Paese ipocrita come l’Italia, dove si bada solo all’apparenza, alla forma, mai alla sostanza, l’obiettivo non è quello di evitare gli scippi ma quello di renderli legali, di farli passare per tali).

Quello che sfugge alla gran parte dei cittadini, privi come sono delle conoscenze necessarie per capire (e quindi facili prede degli illusionisti), è il trucco che c’è dietro alcune leggi che escono dal “loro” Parlamento, trucco simile a quello che c’è dietro un gioco di prestigio.

In questo caso il trucco consiste nel dipingere come fossero strumenti pensati per l’interesse generale leggi che in realtà sono pensate (e a volte anche scritte) da personaggi i cui interessi non corrispondono affatto a quelli pubblici, leggi il cui reale obiettivo è quello di consentire ad alcuni privati di mungere, in modo legale, le casse dello Stato.

Lo scopo di certe leggi è quello di legalizzare l’illegalità.

Per rendersi conto di quanto sia assurdo lo “strumento di legalità” che è la “legge obiettivo” basta considerare il fatto che questa affida all’impresa che vince un appalto anche la direzione dei lavori, vale a dire la funzione pensata proprio per tutelare gl’interessi del committente.

In questo modo questa funzione-chiave (responsabile, fra l’altro, di verificare l’ammissibilità delle varianti in corso d’opera, strumento all’origine dell’anomalo aumento dei costi di realizzazione delle opere) finisce per essere, per legge, alle dipendenze del controllato.

Alla faccia del conflitto d’interesse!

L’elemento centrale che però si tende a ignorare, elemento del quale non ci si vuole rendere conto, è che questo svuotamento delle casse pubbliche è possibile solo a causa della storica debolezza dello Stato italiano, delle sue amministrazioni, centrali e periferiche, debolezza alla quale ci si guarda bene dal porre rimedio.

Quando, nel corso della mia attività lavorativa, ho cercato di marcare più nettamente la distanza che deve separare il controllore dal controllato, richiamando il committente ad interpretare correttamente il proprio ruolo, ad assumersi fino in fondo le proprie responsabilità, ho sempre visto sorgere ostacoli, e non a caso quelli maggiori li ho visti sorgere proprio all’interno del committente.

E non credo che quel rifiuto di svolgere correttamente il proprio compito avesse a che fare solo con incapacità, o con impreparazione, o con imbecillità,  o con pavidità (elementi che pure ho visto all’opera, tutti).

Penso però che l’usanza di nascondersi dietro parole-paravento quali “legalità” non sia solo segno d’ipocrisia.

Credo sia anche segno di vigliaccheria; quelli che se ne fanno scudo non hanno infatti il coraggio di rivendicare alla luce del sole la loro voglia di potere, di mostrare la loro violenza.

Hanno bisogno di fingere, di nascondere la loro meschinità, la loro nullità.

Da vigliacchi, da miserabili.

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A proposito della sentenza della Cassazione sul processo Eternit

23 Nov

Brutta cosa l’emotività, e la lettura dei commenti sulla recente sentenza della Cassazione sul processo Eternit ne è un’ulteriore conferma.

Ormai questo Paese è sempre più popolato da “tifosi”, da persone che, assolutamente incapaci di cogliere la complessità dei problemi, si posizionano, come in uno stadio, nei soli due schieramenti che conoscono (“colpevolisti” da una parte e “innocentisti” dall’altra, “on” contro “off”), a prescindere da come stanno in realtà le cose, a prescindere dalle condizioni date dei problemi sui quali non esitano a dire la loro, pur non disponendo delle conoscenze necessarie per farlo seriamente.

In questo modo qualunque tentativo di ragionare a mente fredda risulta impossibile.

La prima sensazione che sentenze come quella sul processo Eternit suscitano in chi le legge è che, mentre per i politici di questo Paese si possa parlare di distanza dai “normali” cittadini, per chi amministra la giustizia di debba parlare di estraneità.

Sembra infatti che, se politici e cittadini, pur distanti tra di loro, appartengano comunque allo stesso mondo (in una democrazia rappresentativa i primi sono espressione dei secondi), gli amministratori della giustizia vivano in un altro mondo.

Quello che però non si dice è che questa “estraneità” è resa possibile dal fatto che le leggi che chi giudica è chiamato ad applicare (“giudicare”, dal latino ius dicere, significa infatti esprimere, applicare, il diritto, e cioè le leggi che esistono in quel determinato momento) sono leggi scritte male (per dolo o per colpa), che lasciano, proprio per questo, ampi margini di discrezionalità a chi, dopo averle interpretate, le deve applicare.

Se si provasse a considerare la sentenza sul processo Eternit  a mente fredda si vedrebbe che la Cassazione non poteva non tener conto (dovendo far riferimento alle leggi scritte e non alla volontà popolare) del fatto che il reato contestato (disastro ambientale) era già caduto in prescrizione.

Tutti quelli che parlano di legalità, di Stato di diritto (molto spesso senza neanche sapere di cosa stanno parlando) dovrebbero tener conto del fatto che “legalità” vuol dire rispetto delle leggi (di quelle esistenti, non di quelle che si vorrebbe esistessero) e che “giudicare” (come ho richiamato prima) vuol dire esprimere quello che le leggi dicono.

Se le leggi sono scritte male, se un processo viene istruito in un modo anziché in un altro, se il capo d’imputazione è uno e non un altro, non ci si deve poi stupire delle conseguenze, anche se queste suscitano un comprensibile sconcerto in chi le ascolta.

A volte poi ci si chiede come sia possibile che alcune sentenze di condanna in primo grado vengano poi stravolte da quella di appello o cancellate da quella di cassazione.

A questo proposito ritengo che un ruolo importante sia quello giocato dal fatto che le sentenze di primo grado, più vicine al fatto al quale si riferiscono, risentono in qualche modo dell’emotività, sentimento che viene meno col passare del tempo.

E del fatto che, alla lunga, vengono fuori i difetti originari dei processi.

Anziché ripetere sempre le stesse cose, sapute e risapute (cosa c’è di più noto del fatto che in Italia il concetto di giustizia è semplicemente un concetto astratto?), anziché affrontare i problemi partendo dalla coda (come nel caso delle ricorrenti alluvioni di Genova, dove il problema sembra sia costituito dagli ultimi trecento metri del Bisagno), si cominci a scrivere bene, in modo chiaro, le leggi (così da limitare il potere della burocrazia), a fare meglio le indagini, a istruire meglio i processi.

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