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A proposito dell’importanza di buoni insegnanti nella vita di un individuo.

24 Ott

Sono anni che non si fa che ripetere che in Italia si legge poco.

Si mostrano grafici, statistiche, indagini, che mostrano un vuoto le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

E però, al di là della singolarità del fatto che i primi a lamentarsi di questo dato siano le case editrici (elemento che dovrebbe far capire che, forse, dietro questa “nobile” preoccupazione si nascondono concreti  interessi economici), quello che dovrebbe preoccupare maggiormente, quello che, secondo me, è il dato più negativo, è il gran numero di quelli che non capiscono ciò che leggono.

A preoccupare davvero dovrebbe essere la mancanza di capacità di comprendere e interpretare in modo corretto il significato di un testo, la mancanza di capacità di valutare e utilizzare in maniera utile le informazioni a disposizione.

Ci si limita a dire che leggere libri è un elemento fondamentale di crescita culturale di una persona, ma non si considera che se questa è (come certamente è) una condizione necessaria, altrettanto certamente non è una condizione sufficiente per raggiungere l’obiettivo.

Una lettura che non modifica il lettore è come acqua che scorre su una lastra di vetro: la bagna ma dopo un po’ quella lastra ritorna com’era prima.

Vedo, in questa mancata percezione della gravità del fatto che la gran parte dei pochi lettori non capisce quel che legge, il manifestarsi di un’abitudine molto diffusa tra gli italiani: quella di non rendere conto di ciò che si fa, del proprio comportamento.

E se non lo si fa con se stessi (che senso ha leggere se non si capisce quello che sta scritto, si tratti di un libro o di un contratto), figurarsi con gli altri.

E non è certamente un caso che la materia in cima alle classifiche di vendita di libri è la narrativa: racconti, storie, fiumi di parole, meglio ancora (per le case editrici) se evocano mondi fantastici, se fanno sognare.

Di capire la realtà che ci circonda neanche se ne parla.

L’altro giorno mi trovavo ad una conferenza nella quale si parlava dell’importanza della lettura, soprattutto nell’età della scuola primaria.

L’uditorio era formato, per la maggioranza, da insegnanti.

Nell’invitare a considerare l’importanza di capire ciò che si legge, di afferrarne il senso, ho invitato a considerare l’importanza d’inserire nei programmi scolastici l’insegnamento della logica, al fine di abituare, fin dalla scuola primaria, a riflettere, a far funzionare il cervello.

Sono rimasto colpito (ma non meravigliato) dalla reazione, soprattutto di quella degli insegnanti.

L’insegnamento della logica è considerato fuori dall’ambito del loro mandato, non fa parte della loro missione, è un concetto che il loro modo di vedere la scuola nemmeno considera (proprio come il “mare d’inverno” di Enrico Ruggeri).

Una scuola che non si rende conto dell’importanza d’insegnare a ragionare è una scuola che non risponde al suo compito primario, quello di formare coscienze critiche.

Non utilizzare il cervello umano nell’età in cui la sua plasticità, la sua predisposizione a ricevere stimoli provenienti dall’ambiente esterno, è massima, lo considero un vero e proprio delitto, fra i più gravi che si possano compiere.

L’infanzia è il momento ideale in cui sviluppare le capacità intuitive e deduttive, in cui insegnare a trovare regole e a saper dedurre da queste conclusioni corrette.

Ma come si può formare se non si è stati formati a questo scopo?

Come ci si può vedere come formatori di persone ragionanti se ci si vede come semplici, banali, impiegati statali?

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A proposito delle celebrazioni della grande guerra. E dell’importanza dei libri.

31 Mag

Nei giorni scorsi si è celebrato il primo centenario dell’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale.

A parte la singolarità di aver celebrato l’inizio di una guerra in un Paese dove non si fa altro che parlare di ripudio della guerra (in un Paese simile ci si dovrebbe aspettare la celebrazione della fine della guerra, non dell’inizio), ho notato che in tutto questo gran parlare di prima guerra mondiale non si è parlato del libro “Un anno sull’Altipiano”, di Emilio Lussu (libro scritto nel 1936), né del film “Uomini contro”, di Francesco Rosi (film del 1970), che a quel libro si ispirò.

Eppure si tratta di due opere che avrebbero dovuto suscitare l’interesse di chi in questo Paese parla d’informazione.

Ma, si sa, un conto è “parlare” d’informazione, un altro è “fare” informazione.

Soprattutto non ne ha parlato la Rai, vale a dire la principale fonte d’informazione pubblica di questo Paese.

Di trasmissioni televisive dedicate alla grande guerra ce ne sono state tante, ma nessuna (per quanto ne sappia) ha parlato di quello che Mario Rigoni Stern definì “il più bello dei libri sulla prima guerra mondiale“.

Strano, per chi pretende di essere considerato produttore di cultura, non cogliere la portata di libri come quello di Emilio Lussu, libri capaci di far comprendere il perché di tante cose del proprio Paese, di far riflettere su questioni importanti della vita, libri nei quali è possibile imparare quello che la scuola non insegna (come nel caso dei fatti di Bronte), libri capaci di “fare” per davvero cultura, di produrla realmente.

Come non capire, per esempio, che è proprio leggendo libri come “Un anno sull’Altipiano” che è possibile trovare risposte a tanti interrogativi sul perché di tanti comportamenti degli italiani?

Come non vedere, leggendo e riflettendo sulle parole di Emilio Lussu, che in quel che accadde nella prima guerra mondiale è possibile trovare alcune risposte al perché della distanza che gli italiani vedono tra loro e lo Stato, della profonda estraneità che molti cittadini di questo Paese sentono nei confronti delle istituzioni?

Quali sentimenti può infatti suscitare uno Stato che, consapevolmente, manda allo sbaraglio i propri soldati, che affida le loro vite a gente assolutamente incapace, impreparata, in alcuni casi da chiudere in manicomio?

Come non vedere che è in certi fatti della celebrata grande guerra che affonda le sue radici la convinzione che porta tanti italiani non solo a non sentirsi rappresentati dallo Stato (uno Stato che non sentono “loro”), ma a credere che i loro veri nemici stiano nel cuore di questo Stato, “a Roma”?

Perché questa “dimenticanza”?

Perché nascondere la propria storia?

Forse perché “Un anno sull’Altipiano” smonta la visione retorica sulla grande guerra?

Forse perché la verità spazza via, in un attimo, la retorica di cui questo Paese sembra non riuscire a fare a meno?

Come non vedere che proprio l’ostinato rifiuto della verità, la sua continua negazione, sono i principali responsabili del perché per tanto tempo in questo Paese l’idea di patria è stata messa al bando?

Come non capire che la principale funzione dei libri è quella di far circolare le idee, di veicolare la conoscenza, di consentire di approfondire le questioni, di arrivare alla verità?

Altro che la superficialità con la quale oggi si parla della lettura, altro che l’uso che oggi si fa dei libri, ridotti a banale merce da vendere (anche a peso!).

Ma quale amore per la conoscenza!

Solo un cinico interesse, ben mascherato, a vendere, a far comprare, a far consumare.

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