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A proposito della morte di Totò Riina

17 Nov

Da questa mattina, una volta appresa la morte di Totò Riina, è tutto un susseguirsi di analisi, di commenti, per la gran parte ad opera dei tanti tuttologi ignoranti che popolano i media italiani.

Gli ultimi 24 anni della sua vita Totò Riina li ha trascorsi da carcerato, dopo averne trascorsi altrettanti da latitante.

Come sempre, anche nel caso del cosiddetto “capo dei capi” (per il quale sarebbe forse più corretto parlare di ”ultimo dei capi”), si è posto l’accento sull’aspetto più appariscente, quello criminale, più su Cosa Nostra che sulla Mafia.

Continua a mancare un’analisi vera, sincera, spietata, del brodo di coltura dell’organismo Mafia, delle complicità ambientali di cui gode, da sempre e a tutti i livelli, questa struttura vivente.

Un giornalismo serio, per esempio, avrebbe indagato a fondo sulle tante complicità che hanno permesso una latitanza incredibilmente lunga (24 anni!) di Totò Riina, su quella vasta e fitta rete di relazioni che lo ha protetto, nella sua terra.

Così come un giornalismo serio avrebbe denunciato all’opinione pubblica nazionale la variegata composizione di quelli che frequentavano a suo tempo la tenuta di caccia di Michele Greco, a Ciaculli.

E invece i media italiani si sono sempre limitati a parlare dell’aspetto militare, quello più appariscente, più spettacolare, senza mai scavare nel terreno fertile nel quale affondano le radici della Mafia, fatta sempre passare come fenomeno esclusivamente criminale.

Ad indignare, a scandalizzare, è il gran numero di morti, non le condizioni che hanno reso possibile il potere della Mafia.

Per l’ipocrisia italiana la Mafia è inaccettabile, fa paura, solo se uccide, non se corrompe, non se condiziona, non se svuota di senso la parola democrazia.

Non se (com’è accaduto negli anni ‘50 e ‘60) sfregia Palermo e uccide la Conca d’oro che un tempo la cingeva come una corona.

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Le parole sono importanti. Vanno usate rispettandone il significato (a proposito della sentenza sul processo mafia capitale)

24 Lug

Dopo i commenti alla recente sentenza su “mafia capitale”, la scritta che compare sul Palazzo della Civiltà italiana dell’Eur di Roma si arricchisce di una nuova categoria di italiani: non solo infatti un popolo di poeti, di artisti, di eroi... (elenco che già da tempo comprende allenatori della nazionale di calcio e sismologi) ma, da ieri, anche mafiologi.

Ovviamente, come in altri casi, tutti esperti di una materia della quale sono assolutamente ignoranti.

Ma veniamo alla sentenza.

La prima reazione di questi nuovi mafiologi è stata quella di far dire alla sentenza un cosa che la sentenza non dice: che cioè a Roma la mafia non c’è.

In tanti commenti non c’è però soltanto la consueta strumentalizzazione (sia da parte dei politici che da parte dei cosiddetti organi d’informazione) delle parole (in questo caso, voler far dire ad una sentenza una cosa che quella non dice, manomettendola al fine di farne uno strumento utile per far considerare poco credibili certe accuse e ingiuste certe condanne).

In molti commenti si vede infatti confermato anche (e forse, direi, soprattutto) il fatto che in Italia è molto alto il numero di quelli che leggono senza capire quello che leggono, di quelli che vedono quello che non c’è e non vedono quello che c’è.

Cos’è che si dovrebbe capire dalla lettura della sentenza?

Si dovrebbe capire una cosa molto semplice: e cioè che la sentenza non dice affatto che a Roma la mafia non c’è, dice invece che l’associazione criminale processata (di quella si parla, e solo di quella) non è di tipo mafioso.

C’è poi un altro elemento da sottolineare, a proposito di certi commenti, e questo è davvero surreale: il sollievo che in molti ha procurato il mancato accoglimento della tesi sostenuta dalla Procura (l’aggravante mafiosa).

E qui c’è da sottolineare il fatto che ad innescare tutto questo putiferio è stata l’espressione “mafia capitale”, usata per la prima volta (forse con una certa dose di leggerezza) dalla Procura di Roma, come elemento sul quale basare la richiesta dell’aggravante mafiosa.

Dire però che la Procura di Roma ha usato in maniera superficiale la parola mafia (parola che più abusata non si può), associandola alla banda criminale oggetto del processo, non significa affatto sminuire il lavoro di quella Procura, così come non giustifica il tentativo di volerla associare a chi, fino a poco tempo fa, negava l’evidenza, affermando “qui la mafia non esiste”; né, tanto meno, può in alcun modo giustificare l’aver messo la Procura di Roma sul banco degli imputati, come invece hanno fatto, in maniera miserabile, in tanti.

A proposito del ricorso alla parola mafia, va detto che agli italiani questa parola provoca un certo effetto: agli italiani piace considerare la mafia come il non plus ultra del male ma, soprattutto, piace considerarla qualcosa di invincibile (non sono pochi quelli che, proprio per questo, sotto sotto l’ammirano).

Va anche detto che la polemica innescata dal mancato riconoscimento dell’aggravante mafiosa è poi sfociata in commedia (com’è noto, tutto in Italia si trasforma in commedia): alla fazione di quelli che si sono dichiarati sollevati (sprezzanti del ridicolo) si è affiancata infatti quella di chi invece ha tenuto a ribadire che la mafia è presente anche a Roma (pur di evitare che si possa dire che la situazione in cui versa la capitale d’Italia è ancora peggiore di quella di una città in mano alla mafia, a certi personaggi fa comodo poter avere un nemico forte, invincibile, dal quale far dipendere il loro fallimento).

Quelli che si sono sentiti sollevati non tengono conto del fatto che l’associazione di tipo mafioso identifica un determinato tipo di reato (ve ne sono anche altri, di natura diversa ma non per questo meno gravi) e fanno finta d’ignorare che la sentenza non sminuisce la pericolosità di quell’associazione criminale (la sentenza ha detto che l’associazione criminale processata non è di tipo mafioso, come prospettato dalla Procura, ma questo non vuol dire che i danni che ha prodotto siano meno gravi, o che sia meno pericolosa: si può essere pericolosi anche senza essere mafiosi).

Solo in un Paese ridicolo come questo si può essere sollevati per il fatto che un’associazione criminale non venga considerata anche mafiosa (sarebbe come esultare per il fatto che gli esami hanno detto che il tumore che ci condanna senza scampo non è al cervello ma è solo ai polmoni).

Per quanto riguarda invece la fazione di quelli che invece, basandosi sulla denominazione di mafia capitale, hanno puntato a “gonfiare” l’accusa, va detto che in questo comportamento si trova una conferma del fatto che per certi mafia-dipendenti la mafia, se non ci fosse, bisognerebbe inventarla.

 

 

P.S.:

E come poteva mancare, nei commenti alla sentenza, un richiamo a Leonardo Sciascia, alla sua famosa “linea della palma”?

Quando si parla di mafia scatta subito, in maniera automatica, come un riflesso incondizionato, il richiamo all’autore di quello che va considerato un vero libro spartiacque nel campo della letteratura, “Il giorno della civetta”.

La cosa divertente, di questi superficiali, banali, richiami a Sciascia, è il tentativo di volerne fare un esperto di mafia.

A conferma della loro superficialità (Sciascia, famoso per la sua cura maniacale nell’uso delle parole, avrebbe invitato a non far diventare tutto mafia, e a sciogliere sempre qualche dubbio in quelle che si ritengono certezze aritmetiche), questi non sanno nemmeno che proprio Sciascia, in un articolo del 1982 sul Corriere della Sera (riportato, non a caso, nel suo “A futura memoria”) diceva di sé: non c’è nulla che mi infastidisca quanto l’essere considerato un esperto di mafia o, come oggi si usa dire, un “mafiologo”.

A conferma del fatto che non basta citare Sciascia per dare a intendere di conoscerlo.

Anche se se ne è letto qualche libro.

A proposito della vicenda di Bruno Contrada

11 Lug

Nei giorni scorsi ha destato grande sorpresa la sentenza con la quale la Corte di Cassazione ha revocato la condanna a 10 anni di reclusione che la Corte di Appello di Palermo aveva emesso il 25 febbraio 2006 a carico di Bruno Contrada, ex capo della Squadra Mobile di Palermo ed ex funzionario del Sisde, giudicandolo colpevole del reato di concorso esterno in associazione mafiosa (Contrada era stato arrestato il 24 dicembre 1992).

Nel revocarla, la Corte di Cassazione ha definito quella condanna (divenuta definitiva nel 2007) “ineseguibile e improduttiva di effetti penali”.

Alla base di questa revoca sta il fatto che, secondo i giudici della Cassazione, all’epoca dei fatti contestati a Contrada (gli anni che vanno dal 1979 al 1988) il reato di concorso esterno in associazione mafiosa “non era sufficientemente chiaro e prevedibile”.

Non vengono quindi messi in discussione quei fatti, ma la loro riconducibilità ad un reato.

Il punto sul quale si dovrebbe riflettere, con calma, a mente fredda, senza lasciarsi coinvolgere nella solita sfida tra tifoserie contrapposte, senza voler a tutti i costi strumentalizzare questa sentenza di revoca, sta nel modo col quale viene normalmente trattata la delicata materia dei rapporti tra il mondo mafioso vero e proprio e quello esterno ad esso.

Chi conosce la materia sa bene che la caratteristica-chiave dell’organizzazione mafiosa risiede nella fitta rete di relazioni che la lega al mondo esterno, rete senza la quale quella che è una vera e propria struttura di potere verrebbe ridotta ad un’organizzazione solo criminale.

Quello che colpisce della vicenda di Bruno Contrada, più che la condanna penale (peraltro basata su alcune dichiarazioni di quelli che, un termine che più ambiguo, ipocrita, falso, non si può, vengono chiamati “pentiti”), è la condanna morale (e chissà se questa non ebbe un ruolo su quella).

Ed è proprio di questa condanna morale che voglio parlare.

Su che cosa si basa?

Sul fatto che Contrada ebbe contatti con esponenti di Cosa Nostra (contatti la cui esistenza non è in discussione).

Questa condanna prescinde dalle finalità di quei contatti, dall’uso fattone.

I “moralisti” non considerano l’ipotesi che quei contatti possano essere stati instaurati per conoscere dal di dentro l’organizzazione criminale e in questo modo poterla combattere più efficacemente (il discorso cambia, ovviamente, se quei contatti sono in realtà serviti a procurare vantaggi ad alcuni esponenti di Cosa Nostra).

Questi “puristi” pretendono in sostanza che chi, per il mestiere che fa, non può non entrare in contatto con certi personaggi, riesca nell’impresa di restare indenne da qualsiasi contatto compromettente.

Sarebbe come chiedere ad un spazzacamino di pulire l’interno di un camino e poi condannarlo per essersi sporcato di fuliggine gli abiti che indossava.

A proposito della vicenda di Pino Maniaci

9 Mag

Quand’è che la si smetterà con questa moda di essere “anti” e si comincerà ad essere “per”, “per” la verità, “per” la giustizia?

In tanti commenti che ho letto in questi giorni a proposito di questa triste vicenda ho visto all’opera, ancora una volta, due abitudini tipiche di molti meridionali(sti): quella di praticare giochi intellettuali privi di rilevanza e quella di cedere al vittimismo.

Che speranze può avere una comunità che da una parte si affida, oggi come ieri, o a delinquenti o a personaggi da operetta, ad autentiche macchiette, e che dall’altra si compiace nel perdersi a spaccare il capello in quattro, e poi in quattro ancora, e così di seguito, all’infinito?

Sventurata la terra che ha bisogno di eroi, ha detto Bertolt Brecht.

Se poi gli “eroi” sono certi personaggi, allora quella terra fa anche ridere.

Alcuni, evidentemente privi della capacità di distinguere, hanno parlato, secondo la solita abitudine di mettere tutto in un unico calderone, dando vita ad una miscela in cui tutto si confonde, di un attacco alla libera informazione.

Ma l’attività della televisione “Telejato” non c’entra nulla con la vicenda che vede coinvolto il suo creatore.

Si tratta, casomai, molto più banalmente, stando agli elementi fin qui emersi, del tentativo di sfruttare l’attività giornalistica e la notorietà acquisita per avere in cambio favori.

La banalizzazione che caratterizza questi anni ha interessato anche la mafia.

Un tempo c’erano delitti di mafia che venivano mascherati da delitti passionali (emblematico a questo proposito il caso Tandoj), oggi si assiste invece al tentativo di usare la mafia per mascherare finalità che con essa nulla hanno a che vedere.

È proprio vero che per tante persone, appartenenti ai più diversi settori di attività, la mafia rappresenta, direttamente e indirettamente, una risorsa.

Per questi individui la mafia, se non ci fosse, bisognerebbe inventarla.

A tutti quelli che si professano “antimafia” andrebbe fatto capire che agire in modo che si stabilisca la verità, e quindi si affermi la giustizia, comporta logicamente essere antimafia.

E che dichiararsi invece “antimafia”, esibendo l’appartenenza a questa variegata “compagnia” come un comodo lasciapassare, come un passe-partout, non significa affatto che, solo per il possesso di questo distintivo, si agisca per stabilire la verità, per affermare la giustizia.

Succede la stessa cosa con la religione: con o senza di essa chi è buono si comporta bene e chi è cattivo fa del male.

Ma è solo con la religione che una persona buona può fare del male.

Solo conoscendo il passato si può capire il presente (a proposito di mafia).

24 Mag

Se, com’è evidente, non è vero che la mafia uccide solo d’estate (come dice il titolo del film di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, trasmesso ieri sera dalla Rai) è però vero che di mafia si parla solo occasionalmente, stagionalmente, e sempre in maniera parziale e approssimativa.

In particolare, se ne parla con una superficialità, con un retorica, con un’ipocrisia che, ogni anno che passa, diventano sempre più fastidiose, sempre più insopportabili.

Soprattutto in occasione di alcune date-simbolo, com’è diventata, dopo il 1992, quella del 23 maggio.

In queste funzioni liturgiche si celebrano date che molti di quelli che vi partecipano (in mezzo ad alcune autentiche macchiette e a tanti opportunisti) ricordano “a comando”, solo per apparire, solo per partecipare ad un evento, solo per sentirsi “parte” di qualcosa più grande di loro.

Per non parlare di tutti quelli che nemmeno sanno a cosa quelle date si riferiscano, ignari dei sentimenti che alcune date suscitano, delle ferite che riaprono, nel cuore, nella mente, di chi non appartiene al mondo finto dell’immagine, un mondo superficiale, assolutamente non adatto a trattare temi seri, complessi, come il fenomeno mafioso.

In questi giorni, il ricordo “stagionale” è stato dedicato ad una delle date che più hanno segnato la storia recente di questo Paese.

Lo Stato italiano, attraverso le sue istituzioni (centrali e periferiche), lo ha fatto, come al solito, con quella retorica e con quell’ipocrisia delle quali è intriso, retorica e ipocrisia che fanno chiamare “accoglienza” il modo vergognoso col quale, da anni, vengono trattate le persone che, dopo aver attraversato il Mediterraneo, sbarcano in Italia, retorica e ipocrisia che fanno celebrare l’entrata italiana nella prima guerra mondiale, senza minimamente curarsi del fatto che ogni cinque minuti ci si dichiari contrari alle guerre (da chi si dichiara pacifista ci si aspetterebbe che celebrasse la fine di una guerra, non l’inizio).

Capisco che alcuni vogliano mantenere vivo il ricordo di certe date, consapevoli che una comunità priva di ricordi è una comunità priva di futuro, morta.

Ma che a farlo sia lo Stato italiano, che a farlo siano istituzioni rappresentate da certi personaggi, questo proprio no.

Lo Stato italiano, inteso non come alcuni singoli individui, fuori dalla norma, che ne hanno fatto/che ne fanno parte, ma come insieme delle istituzioni che lo compongono, non ha i titoli necessari per officiare questo tipo di cerimonie.

Soprattutto, non ha quello che è il requisito più importante per farlo seriamente: la credibilità.

La Storia, quella che sempre meno italiani conoscono, dimostra che lo Stato italiano, al di là della retorica, al di là delle chiacchiere, non ha mai fatto nulla, fin da quando è nato, per contrastare efficacemente il potere mafioso, soprattutto non ha fatto nulla per rimuovere le cause dalle quali quel potere trae la sua forza.

Non solo, ma anziché combatterla apertamente, anche ricorrendo all’uso della violenza, legittimato in questo proprio dal suo essere Stato (gli Stati, come diceva Max Weber, sono i detentori del monopolio della forza fisica legittima), la mafia lo Stato italiano l’ha sempre usata, se ne è sempre servito, incurante delle conseguenze derivanti dall’aver rinunciato ad essere “Stato” (proprio come fece in occasione dell’avvento del fascismo).

Lo Stato italiano si è servito della mafia ogni volta che ne ha avuto bisogno e lo ha fatto, cinicamente, per perseguire i propri interessi, trovandosi per questo alleato di chi aveva come obiettivo quello di mantenere quei privilegi che del fenomeno mafioso sono il brodo di coltura.

Ed è proprio su questa delega di funzioni, su questo mandato ad operare, che si fonda quel riconoscimento sociale di cui l’organizzazione mafiosa ha sempre goduto in larghi strati della popolazione.

Ridurre, come superficialmente fanno in tanti, il fenomeno “mafia” ad una questione di criminalità organizzata è una comoda banalizzazione, una limitazione che impedisce di capire la portata del fenomeno col quale si ha a che fare (portata che è proprio quella che si vuole tenere nascosta).

Se è certamente vero che la mafia è una potente organizzazione criminale è altrettanto vero che il potere di cui questa gode, potere che non potrebbe essere tale se non fosse fondato su un largo consenso sociale (ed è questo il punto-chiave della questione), non è spiegabile con la sola dimensione criminale del fenomeno, per quanto grande questa possa essere.

Le descrizioni dei fenomeni, anche se ben fatte, anche se ben documentate (come nel caso di alcune descrizioni del fenomeno mafioso), sono comunque soltanto una descrizione di ciò che avviene.

Molto più interessante è invece cercare di capire qual è l’essenza dei fenomeni, perché accadono i fatti descritti e, soprattutto, quali sono le loro origini, dove certi fenomeni affondano le loro radici.

E questo non perché, una volta note le basi sulle quali si fonda un fenomeno storico, si possa cambiare il corso delle cose, ma semplicemente per il piacere della verità.

La verità, però, come l’onestà (“Il piacere dell’onestà”, di Pirandello), è un’arma molto pericolosa per il potere, in quanto in grado di destabilizzarlo, di scuotere le fondamenta sulle quali è stato costruito.

Ed è proprio per questo motivo che chi detiene il potere fa di tutto per tenerla nascosta.

Occorre guardare il presente dal passato, da lontano, occorre evitare di ridurre la Storia ad una banale successione di date, occorre essere consapevoli che le diverse età della Storia non sono scatole tra di loro non comunicanti.

Solo la conoscenza del passato può permettere di capire il presente.

A conferma di quanto poco sia stato fatto dallo Stato italiano in centocinquant’anni (a questo proposito, più che di un evidente fallimento sarebbe forse più realistico parlare di complicità), basta leggere quella che ancora oggi rimane la più lucida analisi del fenomeno mafioso (quella condotta nel 1876 da Leopoldo Franchetti) e confrontare lo Stato di allora con quello di oggi.

In quella famosa inchiesta sulla Sicilia, Franchetti mise in evidenza il problema di una classe dirigente diretta erede del sistema feudale, della sua abitudine di considerare le istituzioni come strumento di sopraffazione, lontana anni luce dalla concezione della legge come qualcosa di impersonale, uguale per tutti.

Una questione sociale, quindi, prima ancora che di ordine pubblico.

Conseguenza di quella concezione feudale del potere fu il favoreggiamento di briganti e delinquenti, nonché il ricorso ai loro “servizi” per la custodia e la gestione delle proprietà.

Ed è proprio in questo comportamento di quelle “classi dirigenti” che va individuato il nocciolo del problema.

Elemento-chiave della società siciliana descritta da Franchetti è la funzione assunta in essa dall’uso della violenza: da strumento del quale, nel sistema feudale, la classe dominante teneva l’esclusiva, la violenza divenne lo strumento al quale far ricorso per l’affermazione dei propri diritti anche per altri soggetti.

La conclusione alla quale giunse Franchetti è che il comportamento mafioso (da notare l’uso dell’aggettivo mafioso al posto di quello del sostantivo mafia) rappresentava la maniera di essere della società siciliana, di tutta la società, in una miscela nella quale a prevalere erano gli elementi della tradizione.

Ed è per questo motivo, per il ruolo della tradizione, che, se si vuole conoscere la verità su un fenomeno che segna la società siciliana, tipicamente una società “tradizionale” (l’opposto di “innovativa”), è di fondamentale importanza conoscerne la storia, fin dalle origini.

Si può così capire, per esempio, l’uso strumentale del termine “mafioso”, non sempre associato ad un’effettiva appartenenza all’organizzazione criminale, oppure capire come il sistema feudale sia sopravvissuto all’abolizione del feudalesimo (avvenuta nel 1812).

Così come si può capire che è proprio della classe dirigente siciliana l’abitudine di farsi promotrice di “rivoluzioni”, mobilitando a tal fine le masse, ma rimanendo sempre ben attenta al mantenimento dell’ordine sociale, ad impedire che le “rivoluzioni” diventino realmente tali.

Ma, soprattutto, si può capire come il fenomeno mafioso affondi le proprie radici negli anni seguiti alla morte di Federico II, anni che videro, da una parte, un aumento del potere baronale e, dall’altra, una crescente emarginazione delle popolazioni cittadine.

Sono le vicende accadute in quegli anni che, a mio modo di vedere, hanno condizionato, e continuano a condizionare, la storia della Sicilia.

È in quell’epoca che sono stati piantati i semi di quel bisogno di giustizia che è alla base del successo del fenomeno mafioso.

Il fatto che, successivamente, questo fenomeno, da condizionato qual era, sia diventato condizionante, non sposta la questione.

È da quella necessità, da quell’esigenza di giustizia (da quasi ottocento anni in attesa, invano, di una risposta) che nasce il potere della mafia, organizzazione criminale diventata col tempo fonte essa stessa di bisogni, di quegli stessi bisogni per i quali fornisce, dopo averli creati, la soluzione.

Secondo le classiche regole del marketing.

E, in chiusura, voglio ricordare alcune parole di Rocco Chinnici, un siciliano che aveva ben chiari i termini della questione: “E allora, signori miei, il rimedio: la mobilitazione delle coscienze. Solo così, quando tutti noi saremo sensibilizzati, quando ci sentiremo solidali con chi è caduto, quando avvertiremo imperioso il bisogno di compiere il nostro dovere di cittadini: solo così si potrà dare un contributo per la lotta contro la mafia”.

Di 25 aprile da ricordare non c’è solo quello del 1945

9 Apr

Il 25 aprile, in Italia, è un giorno che viene associato, automaticamente ed esclusivamente, ad un momento chiave della storia recente del Paese, e cioè alla liberazione del territorio nazionale dall’occupazione nazista e dal regime fascista (25 aprile 1945).

C’è però un altro 25 aprile, pressoché sconosciuto ai cittadini italiani.

Riguarda un fatto meno recente, un fatto relativo ad un fenomeno che caratterizza fortemente questo Paese, del quale ha segnato la storia.

Si tratta del 25 aprile del 1865.

A differenza del “giorno della liberazione”, quel 25 aprile di centocinquant’anni fa non è una data spartiacque tra un prima e un dopo, non ha a che fare con qualcosa che c’era prima di quel giorno e che dopo non c’è stato più.

Quel 25 aprile del 1865 ha a che fare con qualcosa che c’era prima e che c’è stato anche dopo (e che continua ad esserci ancora oggi), qualcosa che permea la storia di questo Paese, molto di più di quanto non si creda (o non si voglia credere).

Il 25 aprile 1865 è la data in cui comparve per la prima volta, in un documento ufficiale (un rapporto inviato dal prefetto di Palermo al ministro dell’interno), la parola maffia (versione antica della parola mafia).

In realtà, di mafiosi (e quindi, di mafia) si era già parlato due anni prima, in una commedia popolare siciliana di grande successo (I mafiusi di la Vicaria).

Mai, però, prima di quel 25 aprile, la parola mafia era apparsa in un documento ufficiale.

Il motivo per il quale il 25 aprile 1865 è un giorno che gli italiani (non solo i siciliani) dovrebbero tenere ben presente nella loro mente (ed è forse lo stesso motivo per cui viene ignorato) è per ricordare quanto, da allora, non sia stato fatto dalle istituzioni di questo Paese per rimuovere le cause all’origine del fenomeno mafia.

Fin da quando è venuto a conoscenza della sua esistenza, lo Stato Italiano ha infatti sempre avuto, nei confronti di questo fenomeno, un comportamento ben diverso da quello che tanti siciliani, all’indomani dell’annessione della loro isola al neonato Regno d’Italia (sancita dal Plebiscito del 21 ottobre 1860), si aspettavano.

Con la sua nascita, lo Stato italiano fece ufficialmente conoscenza del fenomeno mafioso, che però già da tanto tempo si era profondamente radicato nell’isola.

Eppure, nonostante le numerose evidenze storiche circa l’epoca in cui il fenomeno mafioso cominciò a manifestarsi, ancora oggi continua ad essere diffusa l’opinione secondo la quale la cosa chiamata “mafia” è coetanea dello Stato italiano, e ciò in virtù del fatto che quel rapporto del Prefetto di Palermo porta una data di appena quattro anni successiva a quella della nascita del nuovo Stato.

Le cose, invece (in questo caso il fenomeno chiamato “mafia”, che esisteva anche quando non si chiamava così), esistono prima che venga dato loro un nome e per di più possono tranquillamente esistere anche senza possedere alcun nome, così come possono benissimo non esistere anche se dotate di nome (sono molte le cose che hanno un nome e che in realtà non esistono).

Non è infatti l’avere o non avere un nome che determina l’esistenza di un fenomeno (la realtà è indipendente dai nomi).

Pensare che un fenomeno esista solo perché gli viene associato un nome è come pensare che la forza di gravità esista soltanto a partire da Newton.

In realtà, le mele cadevano anche prima che una di esse colpisse l’attenzione (non la testa) del padre della legge della gravitazione universale.

I segni comunicano più delle parole (a proposito del discorso di Mattarella).

5 Feb

Tra la marea degli applausi (42, in soli trenta minuti!) che hanno più volte interrotto il discorso che Sergio Mattarella ha pronunciato martedì 3 febbraio nell’aula di Montecitorio in occasione del suo insediamento alla carica di Presidente della Repubblica, quello che ho trovato più incredibile, surreale, è stato quello seguito alle parole “la lotta alla Mafia e alla corruzione sono priorità assolute“.

Come definire altrimenti il fatto che, tra quella “folla plaudente”, ci fossero tanti personaggi che, pur avendone avuta la possibilità, non hanno mai fatto nulla per contrastare efficacemente, con atti concreti, con comportamenti, entrambi questi fenomeni?

E che ve ne fossero anche di quelli che li hanno pure favoriti?

Per non parlare poi di quelli la cui presenza in quell’uditorio aveva a che fare con l’esistenza stessa della Mafia (e con quella della cosiddetta “antimafia”, che della Mafia è uno dei frutti velenosi) e di quelli che hanno utilizzato la corruzione come strumento per acquisire consenso elettorale.

E che dire della presenza alla cerimonia d’insediamento di chi pubblicamente ha definito “eroe” un individuo che faceva parte della Mafia, vale a dire di quell’organizzazione criminale che decretò l’uccisione di Piersanti Mattarella, fratello del nuovo Presidente della Repubblica, del nuovo Presidente della Repubblica che nel suo discorso coperto di applausi ha definito la lotta alla Mafia “una priorità assoluta”?

Ma questa lotta non si combatte solo con le leggi, o con le forse dell’ordine, o con vuote parole, o con la presenza a convegni, ma soprattutto, prima di tutto, con i comportamenti.

Davanti a questa “strana” presenza, giudicata da alcuni “inopportuna”, i tanti ipocriti di questo Paese si sono subito affrettati a trovare una giustificazione.

E l’hanno trovata (proprio come una delle tante gride manzoniane) nel cerimoniale del Quirinale, secondo il quale hanno diritto ad essere invitati, fra gli altri, gli ex Presidenti del Consiglio e i leader delle formazioni politiche.

E come dubitare del fatto che nel mare magnum delle norme di questo Paese non ci fosse una norma, un articolo, un paragrafo, un comma adatto alla bisogna!

Ma quel diritto permane anche in presenza di una condanna definitiva?

E tra quel “diritto” e il “dovere” di essere credibile, cosa prevale?

Ma non è tanto questo l’elemento di disturbo che ho colto in quella presenza.

A me, più che “inopportuna”, quella presenza è apparsa in stridente contraddizione con il contenuto del discorso di Mattarella, in particolare con quel richiamo alla speranza, proprio a quella speranza che Mattarella aveva voluto richiamare (assieme alle difficoltà dei cittadini di questo Paese) con le prime parole pronunciate nella sua veste di Presidente della Repubblica.

Il fatto che trovo incoerente, da un punto di vista logico, prima ancora che morale, è che Mattarella abbia invitato (o abbia accettato che fosse invitato) chi, pubblicamente, definì “eroe” una persona che faceva parte della Mafia, vale a dire di quell’organizzazione criminale che, non solo dovrebbe essere oggetto di una lotta che lo stesso Mattarella ha definito “priorità assoluta”, ma che decretò la morte di suo fratello Piersanti, ucciso a Palermo il 6 gennaio 1980.

Come ha fatto Mattarella a non tener conto del segnale che quella presenza può veicolare?

Un conto è il rispetto delle procedure, o la volontà di riappacificazione, o il perdono (che i cattolici non negano a nessuno), un altro è il rispetto che si deve alle parole.

Mi è sembrata, quella presenza, un segnale incoerente con la volontà, espressa con delle parole, di dedicarsi alle difficoltà ed alle speranze degli italiani.

Qualunque messaggio, se si vuole che venga creduto, deve essere prima di tutto credibile.

E per esser tale, occorre fornire segni che ne confermino la credibilità.

Una famosa pubblicità degli anni sessanta, riguardante una lozione capace, secondo la “promessa”, di far ricrescere i capelli, indicava, quale “segno” di conferma della credibilità della promessa, la comparsa sulla fronte di un “benefico rossore”, segno premonitore della promessa ricrescita.

È, per esempio, con un segnale come quello veicolato da quella presenza (poco importa se frutto di un cerimoniale) che Mattarella pensa di poter riaccendere la speranza dei palermitani onesti, morta la sera del 3 settembre 1982, con l’uccisione, a Palermo, di Carlo Alberto Dalla Chiesa?

Possibile che proprio un palermitano come Mattarella sottovaluti il fatto che i segni sono un mezzo di comunicazione molto più efficace delle parole?

Le radici del vero potere della mafia

19 Ago

Ma com’è possibile che in questo Paese si perda così tanto tempo intorno a questa benedetta questione della trattativa Stato-mafia, trattativa che ancora oggi tanti farisei hanno la faccia tosta di definire “presunta”?

Come se non bastasse la devastante ignoranza della gran parte dei cittadini italiani (per i quali la storia del Paese nel quale vivono è qualcosa di assolutamente sconosciuto), bisogna fare i conti anche con i tanti ipocriti, quelli che fanno finta di non sapere, quelli che, pur di non vedere minimamente intaccate le loro convinzioni, le loro posizioni di potere, non hanno alcun pudore nel negare l’evidenza.

Lo Stato italiano, fin dalla sua formazione, ha da sempre trattato con i mafiosi (in alcuni casi gl’interessi delle due controparti erano coincidenti); da sempre istituzioni di questo Paese hanno  fatto ricorso ai servizi di chi comanda in Sicilia, per azioni che lo Stato non poteva fare, con un comportamento che ricorda molto quello dell’Inquisizione, che faceva ricorso al potere civile quando si trattava di eliminare qualcuno.

Quello che caratterizza il potere della mafia, quello che in particolare fa di Cosa Nostra un’organizzazione con la quale lo Stato italiano non è assolutamente in grado di competere, non è tanto l’efficienza della struttura organizzativa, non è nemmeno il capillare controllo del territorio, né la capacità d’infiltrazione nelle istituzioni; quello che rende incredibilmente forte Cosa Nostra è il suo potere punitivo, unito alla paura (fisica), al terrore (fisico), che da questo potere derivano.

Come la storia insegna, le sentenze emesse da Cosa Nostra sono sempre sentenze di morte e certa ne è l’esecutività (per lo Stato italiano invece quella della certezza della pena è da sempre una pura dichiarazione d’intenti).

Bisogna rendersi conto che uno Stato è effettivamente tale se è a lui che viene riconosciuto, da parte dei suoi cittadini, l’uso esclusivo della forza e della giustizia.

Ora, come chiunque sa, in Italia ci troviamo ben lontani da questa condizione, soprattutto in un terzo del Paese, dove il controllo del territorio da parte della criminalità organizzata è pressoché totale.

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