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A proposito di Risorgimento. E di miti.

27 Mar

È dal 17 marzo 1861, giorno di proclamazione del Regno d’Italia e data di nascita dello Stato unitario, che in Italia, ogni volta che si affronta il tema “Risorgimento”, spunta sempre fuori la tesi secondo la quale, per una parte non marginale di italiani, quella fase della storia italiana non fu tanto quella che portò alla fusione, in uno solo, di quelli che erano i diversi Stati pre-unitari, quanto invece una “rivoluzione mancata”.

Perché “mancata”?

E perché il Risorgimento italiano fu caratterizzato da un’esigua partecipazione popolare?

Rispondere a queste domande significa evidenziare il carattere strumentalmente visionario, velleitario, della tesi della “rivoluzione mancata”, carattere che tornerà alla luce più volte nella storia dello Stato italiano.

Il difetto fondamentale di quella tesi sta nel fatto che i suoi sostenitori non hanno mai considerato che non era possibile una sollevazione popolare da parte di un popolo incapace, perché privo dei presupposti necessari, di fare quello che in tanti speravano (meglio dire, sognavano) che facesse.

Si tratta di un dato di primaria importanza: in questa mancanza di consapevolezza, in questa incapacità di misurarsi con la realtà, in questo prescindere dai dati di fatto, emerge infatti un difetto molto diffuso nella cultura italiana, direi una sua caratteristica: non tenere mai conto (allora come ora) di quanto sia debole, di quanto sia fragile, la coscienza nazionale degli italiani.

Il popolo italiano, semplicemente, non era quello che i sostenitori della tesi del Risorgimento come “rivoluzione mancata” pensavano che fosse.

Appare incredibile che ancora oggi, nonostante che siano passati quasi 160 anni da quel 17 marzo, si continui a commettere lo stesso errore, quello di ritenere che il popolo sia qualcosa che corrisponda a quella che è in realtà un’astrazione, un’idea, l’idea che se ne ha (a seconda dei casi).

Ciò che esiste solo nell’immaginazione, nella fantasia, ha poco o nulla a che fare con ciò che esiste nella realtà.

Errore incredibile ma non incomprensibile, ove si consideri che della parola popolo (parola peraltro di una genericità assoluta) si è sempre fatto un mito.

Così come quello che è stato costruito sul Risorgimento.

E i miti contano più della scienza, più delle religioni.

Quando si parla di miti non bisogna dimenticare che la loro funzione non è solo quella di creare una realtà, da sostituire a quella vera, ma anche quella di nascondere la verità.

Il Risorgimento italiano fornisce un chiaro esempio in proposito, con la creazione del mito più famoso costruito attorno alla nascita dello Stato italiano, quello della spedizione dei Mille.

Per la creazione di questo mito era fondamentale far passare l’idea che fossero stati quei mille uomini, da soli, a compiere l’impresa: quell’idea doveva diventare realtà, doveva entrare nella mente degli italiani, doveva alimentare la loro fantasia, doveva farli sognare, anche a sprezzo del ridicolo.

Poco importava che non fosse razionalmente sostenibile l’idea che mille uomini, da soli, siano in grado di sconfiggere un intero esercito.

I miti sono indifferenti alla logica, se no non sarebbero miti.

Non è forse considerato “vero” che Enea, fuggito da Troia, si fermò a Cartagine (fondata quattro secoli dopo la guerra al centro dell’Iliade), dove visse una storia d’amore con Didone (la regina che aveva fondato quella città)?

Perché il mito della spedizione dei Mille potesse nascere (e durare nel tempo), era però necessario nascondere il ruolo (strategico, se non decisivo) giocato dagli inglesi nella caduta dei Borbone.

Occorreva innanzitutto nascondere la copertura militare fornita dalla marina militare inglese in occasione dello sbarco di Marsala.

Era necessario nascondere il fatto che quell’11 maggio 1860 le fregate Argus e Intrepid della British Mediterranean Fleet si erano poste, intenzionalmente, sulla linea di fuoco dei vascelli borbonici, a protezione dei garibaldini.

Quella manovra, infatti, impedì il cannoneggiamento dei Mille, che in tal modo poterono tranquillamente sbarcare (lo stesso Garibaldi riconobbe il ruolo cruciale svolto con quella manovra dalle due fregate inglesi).

Allo stesso modo occorreva ignorare il ruolo svolto dalla Camorra nell’estate di quel 1860, quando le bande camorristiche (che avevano il pieno controllo di Napoli) facilitarono lo sbarco delle truppe piemontesi e l’ingresso in città dei volontari garibaldini.

I miti però non riescono ad impedire che la realtà, anche se nascosta, si manifesti attraverso i segni che, prima o poi, emergendo, la rivelano per quella che è.

Come nel caso dell’assetto unitario dello Stato italiano, precario fin dalle sue origini, fin da quel 17 marzo 1861.

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