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Prima ancora della terapia, quella che manca è una corretta diagnosi.

11 Dic

Sta facendo discutere il discorso tenuto ieri all’Accademia dei Lincei da Napolitano.

Leggendone il testo, scritto, come al solito, in quello stile ampolloso tipico di questo Paese (mi è venuto in mente un passo dei Promessi Sposi “quelle gride, ripubblicate e rinforzate di governo in governo, non servivano ad altro che ad attestare ampollosamente l’impotenza de’ loro autori”), mi sono soffermato in particolare su un passo che trovo francamente incredibile, questo:

non deve mai apparire dubbia la volontà di prevenire e colpire infiltrazioni criminali e pratiche corruttive nella vita politica e amministrativa”.

Cosa dire? Si resta senza parole a sentire il principale rappresentante politico di questo Paese, il garante della nostra Costituzione, pronunciare, con riferimento a fenomeni come le infiltrazioni criminali e pratiche corruttive nella vita politica e amministrativa, parole come prevenire e colpire.

Mi rendo conto che ormai da tempo le parole vengono usate per colpire, per impressionare chi le ascolta, senza minimamente curarsi dell’esistenza di un legame con quello che è il loro reale significato, ma come si fa a sentire parole che esortano i cittadini italiani a non avere dubbi (!) sulla volontà di  prevenire e colpire infiltrazioni criminali e pratiche corruttive nella vita politica e amministrativa del Paese più corrotto d’Europa?

Come si fa, se si pensa che questo è il Paese nel quale, fin dalla nascita del cosiddetto “Stato unitario” (altra parola, unitario, usata a sproposito, dal momento che non esiste entità più disunita), parti significative del territorio sono in mano alla criminalità organizzata, che in alcuni casi è arrivata al punto di mettere propri uomini nei posti di rappresentanza delle istituzioni formali, portando in tal modo i cittadini a non distinguere fra criminalità organizzata e Stato?

Se non si è capaci di fare una corretta diagnosi, com’è pensabile che si possa individuare la corretta terapia?

Ma forse fare diagnosi sbagliate non è segno d’incapacità, forse è una tecnica adottata con intenzione, perché chi la usa sa bene che questo Paese non è in grado di sottoporsi alla corretta terapia.

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Tra chiacchiere e documenti c’è una bella differenza

11 Feb

Il modo col quale i media italiani stanno trattando il contenuto dell’ultimo libro del giornalista americano Alan Friedman (“Ammazziamo il Gattopardo”) la dice lunga su che cosa s’intenda in questo Paese per “informazione”.

Come noto, questo libro (in uscita domani) si trova al centro dell’attenzione perché in esso l’autore ha reso di dominio pubblico la notizia dei contatti che, nell’estate del 2011 (alcuni mesi prima cioè della caduta del governo Berlusconi), ci furono tra Giorgio Napolitano e Mario Monti.

Questa notizia, inizialmente presentata come uno scoop, è stata subito dopo (forse perché qualcuno s’era reso conto di quelle che avrebbero potuto essere le conseguenze) minimizzata, sterilizzata, degradata: la gran parte dei giornali italiani ne ha parlato come di una non notizia, alcuni addirittura come di un “segreto di Pulcinella”.

Lo stesso “Corriere della Sera”, che solo ieri l’aveva pubblicata e presentata come uno scoop, oggi (!) è uscito con un editoriale (dal titolo “l’emergenza dimenticata”) nel quale praticamente sconfessa se stesso (definendo quella pubblicata il giorno prima una notizia inesistente, altro che scoop!).

Lo “scandalo” provocato da Alan Friedman col suo “Ammazziamo il Gattopardo” non sta però nell’aver portato al centro dell’attenzione pubblica un fatto del quale prima di oggi nessuno fosse a conoscenza (in tanti infatti si sono subito affrettati a dire che quella dei contatti, nell’estate del 2011, tra Giorgio Napolitano e Mario Monti era una notizia già ampiamente nota, anche in quella famosa estate), ma nell’averlo reso di dominio pubblico, fornendo per di più prove documentali al riguardo.

Due considerazioni in proposito:

la prima riguarda il fatto che un conto è “dire” che un fatto esiste, un altro è fornire la prova documentale dell’esistenza di quel fatto (un fatto non esiste semplicemente perché qualcuno ne parla); evidentemente a molti critici di Friedman sfugge la differenza che passa tra “parlare di un fatto” e “documentare un fatto”.

la seconda riguarda “chi” deve essere informato dell’esistenza di certi fatti; quello che in questo Paese sfugge a molti, giornalisti e non, è che a dover essere informati correttamente di ciò che accade non sono soltanto gli appartenenti ad una cerchia, più o meno ristretta, di persone ma i cittadini, quei cittadini dei quali tanti parlano solo per pura demagogia, quei cittadini che per potere scegliere correttamente devono essere messi in condizione di farlo (conoscere per deliberare, diceva Luigi Einaudi).

E qual è la funzione della stampa, se non quella d’informare correttamente i cittadini, tutti i cittadini?

Ma tra inciucio e accordo c’è una bella differenza

25 Apr

Del discorso del secondo insediamento al Quirinale di Napolitano mi hanno colpito queste parole:

Il fatto che in Italia si sia diffusa una sorta di orrore per ogni ipotesi di intese, alleanze, mediazioni, convergenze tra forze politiche diverse, è segno di una regressione, di un diffondersi dell’idea che si possa fare politica senza conoscere o riconoscere le complesse problematiche del governare la cosa pubblica e le implicazioni che ne discendono in termini, appunto, di mediazioni, intese, alleanze politiche“.

Ho notato in esse una “strana” somiglianza con quelle contenute nella parte conclusiva dell’intervento di Massimo D’Alema alla direzione del PD del 6 marzo di quest’anno:

Un’ultima cosa: vogliamo liberarci dal complesso ossessivo, dalla malattia psicologica dell’inciucio? Badate, Antonio Gramsci diceva che la paura dei compromessi è una manifestazione di subalternità culturale, che serpeggia anche nelle nostre fila. Se c’è una cosa sicura su questa disgraziata Seconda Repubblica è che non è stato mai fatto nessun accordo, né segreto né pubblico e, infatti, moltissimi problemi non si sono potuti risolvere. Il fatto che, in un Paese dove da vent’anni le forze politiche non sono d’accordo su nulla, il dibattito pubblico sia dominato dall’ossessione dell’inciucio è segno di fragilità culturale“.

Da una parte regressione, dall’altra fragilità culturale, parole entrambe indirizzate a chi si ostina a manifestarsi contrario agli “inciuci”.

E non è certamente casuale il fatto che il richiamo agli accordi, alle intese, alle mediazioni, al compromesso, alle convergenze tra schieramenti opposti (?) provenga da personaggi accomunati dalla medesima radice culturale, frutti dello stesso albero.

Entrambi però non si chiedono il perché di questa ostilità (da parte di alcuni) verso l’inciucio, che tra l’altro assimilano erroneamente all’accordo.

Ad entrambi sfugge che l’ostilità nei confronti degli “inciuci” (che per molti non è ostilità nei confronti dei reali accordi) nasce dal fatto che i partiti della repubblica italiana, tra i quali quello della loro comune origine (che in questa materia ha fatto scuola), hanno troppo spesso stravolto, svuotandolo del suo significato proprio, il termine “accordo”, termine che in realtà sta ad indicare qualcosa di assolutamente naturale (per lo meno in una società che vuole considerarsi democratica).

Un accordo, per essere considerato tale, presuppone però il rispetto di alcune condizioni di base: per esempio, che avvenga alla luce del sole, che ne siano trasparenti i motivi e gli scopi, che entrambe le parti si muovano all’interno dello stesso campo, nel rispetto di regole condivise, che nessuno si trovi nelle condizioni di ricattare l’altro (costringendolo ad accettare condizioni normalmente inaccettabili).

In definitiva, non esistono accordi a qualunque costo e, soprattutto, non esistono accordi con chiunque.

A che cosa invece ci ha abituati la classe politica italiana?

A compromessi al ribasso, ad accordi “sotto banco”, mai alla luce del sole, a ricatti, a intimidazioni, a patti inconfessabili, a intese così “larghe” da includere soggetti che infrangono sistematicamente la Costituzione.

Ad “accordi” presi al di fuori del Parlamento, considerato dai politici di questo Paese un semplice luogo dove recarsi per formalizzare, come davanti ad un notaio, decisioni già prese altrove (in qualche stanza privata) e non come la sede deputata alla formazione delle leggi.

Ad accordi con autentici fuorilegge, come quelli che in più occasioni esponenti delle istituzioni italiane hanno concluso con la criminalità organizzata di questo Paese.

Per quanto riguarda infine il passo sopra ricordato del discorso di D’Alema, non è affatto vero che nella cosiddetta seconda repubblica  “non è stato mai fatto nessun accordo, né segreto né pubblico“.

Per rendersene conto è sufficiente ricordare l’allucinante intervento che il 28 febbraio del 2002 Luciano Violante fece alla Camera.

In quell’occasione questo esponente di primo piano della sinistra italiana dichiarò tranquillamente (senza preoccuparsi minimamente di cosa stavano ad indicare le parole che usò) che nel 1994 era stata data a Silvio Berlusconi piena garanzia che non sarebbero state toccate le sue televisioni. Aggiunse anche (per chiarire meglio il senso del suo intervento) che non avevano fatto la legge sul conflitto d’interessi e che avevano dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni a lui facenti capo.

Ma come si fa a valutare positivamente la rielezione di Napolitano?

21 Apr

Semplicemente sconcertante.

Questo è il commento che andrebbe espresso a proposito della rielezione di Giorgio Napolitano alla Presidenza della Repubblica.

Altro che le tonnellate di insopportabile retorica che già da ieri sera si stanno riversando sugli italiani!

Al di là dell’anomalia di questo secondo mandato, la cui possibilità era stata più volte chiaramente esclusa dallo stesso interessato, ma come si fa a compiacersi del fatto che si sia dovuto implorare un signore di ottantotto anni (!), supplicandolo in ginocchio di accettare per una seconda volta un incarico così impegnativo come quello di Presidente della Repubblica, per giunta poi in un momento così importante come questo?

Non si dovrebbe, tanto per cominciare, essere fortemente preoccupati da un primo significato di questa notizia, trattandosi della migliore conferma del fatto che in questo Paese usare la parola “cambiamento” significa prendere per i fondelli le persone?

E non ci si dovrebbe poi indignare di essere di fronte all’ennesima, lampante, prova dell’assoluta inutilità dei partiti italiani, della loro totale estraneità rispetto ai problemi degli italiani, dell’evidente conferma di quanto sia falso pensare di vivere in una democrazia rappresentativa?

Se poi si passa a considerare quel che ha fatto Napolitano nei suoi primi sette anni di Presidente della Repubblica, come si fa a non tener conto delle leggi-vergogna da lui promulgate?

Come si fa a dimenticare che molte di queste leggi sono state considerate anticostituzionali (alla faccia della sua pretesa figura di garante dei principi della Costituzione)?

Come si fa a dimenticare il fatto che a fine 2011, davanti alla caduta del governo Berlusconi, anziché sciogliere le Camere e far votare gli italiani, ha inventato un governo tra i più autoreferenziali della storia italiana, artefice tra l’altro della scandalosa vicenda degli esodati?

Come si fa poi a dimenticare la polemica sollevata nei confronti della Procura di Palermo?

E come non considerare la perla che ci ha regalato a coronamento del suo primo settennato, l’idea di nominare dieci cosiddetti saggi?

Richiamando proprio questa sua ultima operazione, di una inutilità assoluta, finalizzata com’era solo a prendere tempo, Napolitano ha confermato di essere stato, nei fatti, un garante dell’interesse dei partiti, vale a dire dell’interesse solo di una minima parte (per di più indecente) di italiani.

Altro che garantire, in nome di tutti i cittadini, il rispetto dei principi sanciti nella nostra Costituzione, buona solo da citare nei tanti discorsi ufficiali, ma evidentemente troppo difficile da applicare!

A proposito dell’invito di Napolitano alle solite “larghe intese”

11 Apr

Giorni fa, nell’ambito di un convegno organizzato per ricordare Gerardo Chiaromonte, storico dirigente del PCI (Partito Comunista Italiano), il Presidente della Repubblica ha ricordato quanto avvenne nel 1976, allorché il PCI e la DC (Democrazia Cristiana), i due partiti che allora dominavano la scena della politica italiana, ebbero il coraggio, per uscire da una profonda crisi, di una scelta di larga intesa, che li portò a collaborare dopo decenni di netta opposizione.

Analogo coraggio, a parere di Napolitano, ci vorrebbe anche oggi, per uscire dal pantano nel quale ci troviamo.

A proposito di questa rievocazione storica fatta dal nostro Presidente della Repubblica nel tentativo di spingere gli schieramenti politici italiani a collaborare, in nome dell’interesse generale del Paese, ritengo che pensare di proporre un’analogia tra l’Italia del 1976 e quella di oggi significhi pensare che sia possibile comparare realtà non solo nettamente diverse tra di loro ma assolutamente incomparabili, esattamente come pretendere di voler mettere assieme “capra e cavoli”.

Ma come si fa a non rendersi conto delle trasformazioni intervenute nel mondo e nel nostro Paese dagli anni settanta ad oggi?

Forse perché, mentre il mondo è cambiato, il sistema politico italiano è rimasto fermo, chiuso nella sua pretesa immutabilità, insensibile a qualunque sollecitazione esterna.

Quello che invece vedo nell’invito di Napolitano alle “larghe intese”, al compromesso, al mettersi comunque d’accordo, senza tenere conto delle differenze, è la presenza di un elemento di continuità nella nostra classe politica, elemento fortemente connaturato col modo col quale questa intende la politica.

Questo elemento invariante, che torna sempre a galla, anche a distanza di tanti anni, lo vedo chiaramente nel comportamento dello schieramento politico che rappresenta la sinistra in questo Paese, nella sua incapacità di essere una vera alternativa, di rappresentare nei fatti un altro modo di occuparsi della cosa pubblica, e questo perché questo schieramento non è altro che l’altra faccia della stessa realtà italiana,  la cui classe dirigente (non soltanto quella politica) fa parte dello stesso, unico sistema, imperniato sulla collusione, sulla connivenza col potere.

Così come negli anni della cosiddetta prima repubblica il PCI, di cui Napolitano era un esponente di spicco, ha favorito, di fatto, il sistema di potere della DC, facendo finta di non vedere quello che era visibile a tutti e impedendo l’emersione di scomode verità, allo stesso modo il centrosinistra della cosiddetta seconda repubblica, di cui Bersani è un autorevole rappresentante, ha consentito che Berlusconi acquisisse e mantenesse il potere che ancora oggi gli consente di giocare il ruolo che più gli è congeniale.

Quanto a Bersani, persona sicuramente perbene, continua a dimostrare di non saper convincere, di non saper persuadere (essere capace di convincere della bontà delle proprie tesi è una dote essenziale di un vero leader), ma soprattutto dimostra di non avere la grinta che ci vuole per decidere, di non avere l’autorevolezza di un vero capo.

La realtà è che, più che un leader, Bersani dimostra di essere un follower (oltre che un fornitore di battute per Maurizio Crozza).

A proposito della manifestazione svoltasi ieri a Milano

12 Mar

In una nota diramata oggi dal Quirinale, il Presidente della Repubblica Napolitano ha espresso “rammarico per quanto è accaduto ieri ed è sfociato in una manifestazione politica senza precedenti all’interno del palazzo di giustizia di Milano“.

Nella stessa nota il nostro Presidente ha anche fatto “appello a un comune e generale senso di responsabilità perché non appaia messa in questione né la libertà di espressione di ogni dissenso né l’autonomia e l’indipendenza della magistratura“.

Nel leggere questa nota mi sono chiesto (è una domanda che in realtà mi pongo da tanto tempo) perché mai in questo Paese, anziché esprimere “rammaricarsi” dopo, quando ormai la frittata è fatta, non si faccia nulla per impedire che possano accadere certi fatti, che diventano “senza precedenti” solo dopo che sono accaduti, solo perché sono accaduti.

“Rammaricarsi” dopo è pura retorica.

La manifestazione svoltasi ieri davanti e dentro il Palazzo di Giustizia di Milano è soltanto l’ultimo (per ora) di una lunga serie di episodi senza precedenti che sono avvenuti in questo Paese (non solo in questi ultimi vent’anni).

Ma la cosa che considero assolutamente incredibile (e che nessun organo d’informazione stigmatizza) è il fatto che l’episodio di ieri di Milano (così come tanti altri avvenuti in precedenza) è avvenuto senza che nessuna autorità intervenisse per impedirlo.

Ma quand’è che in questo Paese avremo Autorità autorevoli che intervengono per impedire che accadano certi fatti, al posto di quelle che lasciano fare per poi limitarsi ad esprimere “rammarico” perché quei fatti sono accaduti e che si aspettano che persone che hanno più volte dimostrato di essere irresponsabili diventino, come per incanto, responsabili per il semplice fatto di essere stati invitati ad esserlo?

Per il momento non rimane che prendere atto del fatto che, come diceva Ennio Flaiano, “la situazione è grave ma non è seria”.

L’anti-partitismo non è anti-politica

27 Apr

In occasione delle celebrazioni del 25 aprile, il nostro presidente della Repubblica ha lanciato il suo ennesimo monito.

In quest’occasione ha messo in guardia gli italiani contro i pericoli dell’anti-politica, invitandoli a continuare a fidarsi dei partiti e a non “finire per dar fiato a qualche demagogo di turno”.

Per quanto riguarda i partiti (che pure ha invitato a riformarsi), Napolitano ha affermato che nulla può sostituirli.

A parte il fatto che non si capisce per quale motivo nel suo discorso Napolitano non abbia citato apertamente Grillo (è chiaro che era a lui che si riferiva quando parlava di “qualche demagogo di turno”), è evidente che per il nostro capo dello Stato (e così pure per tanti altri osservatori) il Movimento 5 Stelle è un chiaro esempio di anti-politica.

A me sembra invece che il Movimento di Grillo (al di là del merito delle sue prese di posizione) rappresenti la risposta ad un’evidente richiesta di partecipazione alla vita politica espressa da parte di tanti cittadini che mostrano apertamente di non credere alla funzione rappresentativa dei partiti.

La nascita e la crescita del Movimento 5 Stelle sono fenomeni che vanno interpretati come la conseguenza dell’anti-politica dei partiti (e non come causa dell’allontanamento da essi dei cittadini) e sarebbe ora che ci si rendesse conto (e questo da parte di tutti, a partire da Napolitano, che, come capo dello Stato, rappresenta tutti i cittadini italiani e non solo la parte, sempre più piccola, formalmente rappresentata dai partiti) che i partiti non possono essere considerati come la sola, riconosciuta, forma di partecipazione alla vita politica.

Ma come si fa a non vedere l’assurdità della situazione che è davanti agli occhi di tutti (almeno di tutti quelli che hanno ancora occhi per guardare e vedere): alcune associazioni di privati cittadini (tali sono infatti i partiti) hanno di fatto privatizzato lo Stato, vale a dire quanto di più pubblico possa esserci!

Ma come si fa ad invitare i cittadini italiani a continuare a fidarsi di quei partiti che si sono beffeggiati della volontà popolare espressa a suo tempo col referendum che chiedeva l’abrogazione del finanziamento pubblico di queste associazioni?

L’aspetto che trovo più assurdo in tutta questa situazione è che ormai in Italia i comici hanno assunto il ruolo che in un Paese normale sarebbe riservato ai filosofi.

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