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La Cappella Palatina di Palermo: un miracolo della Storia

25 Ott

La più bella chiesa del mondo”: così Guy de Maupassant definì la Cappella Palatina quando, nel 1885, visitò Palermo.

Si tratta del luogo più affascinante, più spettacolare, tra quelli toccati dal cosiddetto “itinerario arabo-normanno”, termine utilizzato per indicare alcuni tra i monumenti costruiti in Sicilia nei primi due secoli del secondo millennio.

A proposito dell’espressione “arabo-normanno”, trovo che parlare in questi termini del fenomeno che caratterizzò la Sicilia di quel periodo, limitandolo così a due sole componenti, con la prima per di più identificata con un termine, “arabo”, generico, non consenta di cogliere la particolarità di quella Sicilia: la grande quantità delle culture che in quegli anni vi convissero (la Sicilia del XII secolo era abitata da musulmani, greci, ebrei, latini, tutti con notevole autonomia).

Andrebbe ricordato che non solo in quel periodo in Sicilia erano presenti altre culture (a cominciare da quella greco-bizantina) ma anche che le tecniche utilizzate nella realizzazione della Cappella Palatina erano nate in Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente in periodi antecedenti alla caduta di quei territori sotto il potere musulmano.

Nella decorazione della parte interna della cupola, per esempio, operarono artisti che provenivano dall’Egitto, dove quelle tecniche erano giunte tanto tempo prima, dall’Iraq; nella realizzazione del soffitto, per fare un altro esempio, vennero applicate tecniche derivate dall’arte persiana e in seguito sviluppate in Iraq.

Come si può allora ignorare che la contaminazione culturale che caratterizza la Sicilia di quegli anni fu ben più ampia di quella alla quale rimanda l’espressione “arabo-normanno”?

È proprio alla mescolanza di quelle diverse influenze che si deve l’originalità di quei monumenti, nei quali la severità dello stile gotico, portato in Sicilia dagli “uomini del nord”, si sposò felicemente con l’uso dei mosaici, espressione dell’arte bizantina, e con la raffinatezza delle decorazioni a muqarnas, espressione dell’arte islamica (quelle del soffitto ligneo sono un autentico capolavoro, senza pari al mondo).

Ed è proprio questa ricca e fortunata mescolanza di tanti stili, di tante culture, di tanti elementi diversi, l’elemento che non traspare dall’uso dell’espressione “arabo-normanno”.

Perché, a questo proposito, non usare il termine “siciliano” quando ci si riferisce allo stile dei monumenti costruiti in Sicilia, in quella Sicilia?

È del tutto evidente come quel periodo storico, irripetibile, a volte mitizzato, rappresenti solo una breve parentesi nella storia millenaria dell’isola ma è altrettanto evidente come quel “miracolo” sia avvenuto solo in Sicilia.

Ritornando alla Cappella Palatina, credo che ciò che ne fa un unicum assoluto, magico, sia la concentrazione, in uno spazio molto limitato, di un’incredibile ricchezza di decorazioni.

Se si istituisce un confronto con altri monumenti dell’itinerario arabo-normanno si può notare che, a differenza del Duomo di Monreale (dove c’è pari rilevanza tra l’elemento architettonico e quello decorativo) e del Duomo di Cefalù (dove invece l’elemento architettonico predomina), la Cappella Palatina di Palermo si caratterizza, rispetto ai primi due, per una netta predominanza delle decorazioni.

Le composizioni realizzate con le tessere colorate abbagliano come in nessun altro luogo, e non caso.

Ruggero II aveva infatti voluto far le cose in grande (volle “fari fiura”, come si dice a Palermo): la ricchezza delle decorazioni, la grande quantità di oro, utilizzato a profusione, dovevano innanzitutto suscitare stupore, meraviglia, nei visitatori, e mostrare a tutto il mondo il ruolo centrale del suo regno.

Ma la Cappella Palatina di Palermo non è solo una meravigliosa opera d’arte, sarebbe riduttivo limitarsi a considerarla tale: si tratta infatti anche, e forse soprattutto, di uno straordinario simbolo, evocativo come pochi altri al mondo.

Chi la visita si trova infatti davanti a quella che è la più chiara concretizzazione visiva del capolavoro politico di cui furono capaci i re normanni (in particolare Ruggero II): riuscire a fare stare insieme popolazioni differenti, dando vita ad un popolo solo, ad una civiltà sola.

Il regno normanno ebbe la capacità di conservare e di valorizzare ogni traccia delle precedenti civiltà e ancora oggi, a quasi mille anni di distanza, la sua eclettica amministrazione resta un esempio per gli uomini di tutto il mondo di che cosa significhi convivenza (parola che non necessariamente significa mancanza di problemi).

L’iscrizione trilingue posta su una parete poco prima dell’ingresso nella Cappella ricorda ai visitatori che nella Palermo normanna si parlavano tre lingue (il latino, il greco e l’arabo), a conferma del livello culturale che Palermo aveva raggiunto con Ruggero II.

Il dato sul quale bisognerebbe insistere, per sottolineare cos’era Palermo in quegli anni (e per rendersi conto del baratro nel quale è poi precipitata), è che nessun’altra città dell’epoca dava la possibilità d’imparare, in uno stesso luogo, il latino, il greco e l’arabo.

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P.S.

Si parla tanto, spesso con eccessiva enfasi, della tolleranza manifestata dai normanni nei confronti delle altre culture allora presenti in Sicilia.

La Sicilia però, per la sua posizione geografica, posta com’è proprio in mezzo a quello che gli ebrei chiamavano il “Grande Mare”, era già stata, ben prima dell’arrivo dei normanni e, prima ancora, di quello degli arabi, teatro di rapporti con altre culture.

Come non tener conto che fu proprio questa antica familiarità siciliana con gli altri ad aver creato le condizioni perché certe abitudini continuassero nel tempo?

Nato e cresciuto in un’isola che è stata sempre naturalmente aperta, predisposta, all’incontro con gli altri, come sono i popoli che viaggiano, un’isola abitata da Fenici, Greci, Romani, Arabi, Normanni, Francesi, Spagnoli, non sono mai riuscito a capire come sia possibile concepire discriminazioni tra esseri umani semplicemente per la loro appartenenza a popoli diversi.

E men che meno per il colore della loro pelle.

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A proposito dell’ultimo discorso pubblico di Paolo Borsellino

29 Lug

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Nel quartiere palermitano di Ballarò, proprio a fianco alla Chiesa del Gesù (nota anche come Casa Professa), si trova la Biblioteca Comunale.

Fu qui, esattamente nell’atrio di questa Biblioteca, che Paolo Borsellino tenne il suo ultimo discorso pubblico.

Era la sera del 25 giugno 1992, un mese prima c’era stato l’attentatuni di Capaci, un mese dopo ci sarebbe stata la bomba di via D’Amelio.

Quella sera, nel suo discorso, Paolo Borsellino ricordò più volte che Giovanni Falcone, suo amico prima ancora che suo collega, aveva cominciato a morire nel gennaio 1988 e non, come da molti sostenuto con superficialità, dopo la famosa intervista del Corriere della Sera a Leonardo Sciascia, dal titolo “I professionisti dell’antimafia”.

Come quella sera ricordò Paolo Borsellino, Giovanni Falcone aveva cominciato a morire quando il CSM aveva bocciato la sua candidatura alla guida dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, preferendogli un altro magistrato.

E quella sera Paolo Borsellino, ricordando quella notizia, disse, in tono amaramente ironico, che quello era stato il regalo che il CSM gli aveva fatto per il suo compleanno.

Per di più in quel gennaio del 1988 ebbe inizio la disgregazione del pool antimafia, la struttura organizzativa ideata all’inizio degli anni ’80 da Rocco Chinnici, un magistrato che sperava, purtroppo invano, in una mobilitazione delle coscienze dei palermitani, dei siciliani.

E a questo riguardo, a 33 anni esatti da quel 29 luglio che vide Palermo diventare come Beirut, va fatta una considerazione.

Troppo spesso, quando si parla di mafia, si commette un grave errore, che considero decisivo: ci si concentra solo sull’aspetto criminale del fenomeno, ignorando, tralasciando (volutamente, per ignoranza o per convenienza), un aspetto centrale: quello del coinvolgimento di larghi strati della società siciliana.

Si guarda sempre e solo alla superficie, a ciò che appare, e lì ci si ferma.

Si dice, per comoda ipocrisia: il fenomeno mafioso riguarda solo una piccola minoranza di siciliani, forse poche migliaia, a fronte di una maggioranza che è vittima innocente.

Mai che si cerchi di vedere cosa c’è sotto la superficie, mai che si cerchi di analizzare la vasta rete di relazioni che caratterizza il fenomeno mafioso.

Non si tratta di collegamenti occasionali, contingenti, ma di relazioni “storiche”, profonde, inestricabili, tra il mondo mafioso propriamente detto e rappresentanti del mondo economico, del mondo imprenditoriale, del mondo delle istituzioni.

Evidentemente si ignora (o si vuole ignorare) che è proprio questa fitta rete di relazioni che ha fatto della mafia qualcosa di molto più potente, e molto più pervasivo, di una semplice organizzazione criminale.

Ma come si fa a voler spiegare un fenomeno storico come quello mafioso in termini esclusivamente criminali?

Perché si evita, accuratamente, di andare a vedere cosa c’è sotto la superficie?

Forse perché andare sotto la superficie significherebbe chiamare in causa larghi strati della società siciliana, forse perché si scoprirebbe che molti di quelli che passano o vengono fatti passare per vittime sono in realtà complici, diretti o indiretti, gente che approfitta del lato violento del fenomeno mafioso per trarre, servendosi di questo, concreti benefici.

Ed è proprio questa mancanza di volontà di andare sotto la superficie che impedisce a quella speranza di Rocco Chinnici di diventare realtà, che fa della mobilitazione delle coscienze della quale parlava quel giudice galantuomo solo un sogno, che frena quei cambiamenti nei comportamenti quotidiani che sono la base di una reale, concreta, manifestazione di quella volontà di contrastare realmente il potere mafioso, volontà che troppo spesso viene invece surrogata con banali, e spesso ridicole, manifestazioni esteriori.

A proposito della data del 23 maggio e di Giovanni Falcone

23 Mag

Dal momento che in questo Paese l’ipocrisia e la retorica non sono mai abbastanza, ecco che il 23 maggio è diventato il giorno della legalità!

E così, dopo essere stato, in vita, oggetto di gelosia e d’invidia, dopo essere stato deriso, attaccato, isolato, umiliato, soprattutto da parte dei suoi colleghi magistrati (con poche eccezioni, una su tutte Ilda Boccassini), Giovanni Falcone, dopo essere stato ammazzato, è stato ormai ridotto, da quel 23 maggio di 24 anni fa, a ostaggio della retorica.

E allora, proprio in questo giorno, proprio in memoria di una persona che ho sempre considerato un esempio, un riferimento nel suo campo (non un santino), voglio dire una cosa molto semplice ai tanti ipocriti di questo Paese, a tutti quelli che parlano di cose che non conoscono, di cose che neanche capiscono: nella storia italiana ci sono magistrati che sono diventati famosi per le loro capacità, per il loro metodo di lavoro (penso innanzitutto a Rocco Chinnici, grazie al quale Giovanni Falcone ha potuto dimostrare le sue qualità) e ce ne sono altri invece che devono la loro popolarità solo a quella dei loro inquisiti.

La differenza tra queste due tipologie di magistrati è notevole, ed evidente.

Si tratta infatti della stessa differenza che passa tra le stelle e i pianeti: le prime brillano di luce propria, i secondi invece brillano solo di luce riflessa.

Una stella produce luce e calore, un pianeta invece viene illuminato e riscaldato dalla stella intorno alla quale gira.

E Giovanni Falcone, così come Rocco Chinnici e Paolo Borsellino, è una stella, una stella che splende e continuerà a splendere per sempre.

Tanti magistrati, per quanto possano fare per attirare su di sé l’attenzione, con certi loro atteggiamenti, con certe loro dichiarazioni, ma soprattutto con il loro modo di parlare, rimangono quello che sono: semplici pianeti.

Ripetere, per esempio, come fanno alcuni di loro, l’espressione menti raffinatissime, usata per la prima volta da Giovanni Falcone un mese dopo il giorno del fallito attentato dell’Addaura (21 giugno 1989), pensando forse in questo modo di essere considerati “simili” a chi l’aveva pronunciata, non solo ne sottolinea la diversa statura ma li rende pure ridicoli.

Ad evidenziare le differenze tra Giovanni Falcone ed altri magistrati bastano due elementi, tra i tanti: la grande differenza nella gestione dei cosiddetti pentiti e l’esito di certi processi.

Da una parte il cosiddetto maxiprocesso (avviato il 10 febbraio 1986) che, grazie al rigore professionale col quale fu istruito da Giovanni Falcone, fu in grado di reggere a tutte le verifiche (fino alla sentenza definitiva pronunciata il 30 gennaio 1992 dalla Corte di Cassazione), dall’altra processi miseramente falliti.

P.S.: ancora oggi, a distanza di tanti anni, si continua a far confusione a proposito del famoso pool antimafia di Palermo. Il suo ideatore fu Rocco Chinnici ed è pertanto a lui che ne va attribuita la paternità e non, come invece si continua a scrivere, ad Antonino Caponnetto. Quest’ultimo, una volta assunta la guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo, dopo l’assassinio di Chinnici, ne sviluppò l’idea.

A proposito dell’espressione “arabo-normanna”

11 Mar

L’anno scorso l’Unesco ha dichiarato “Patrimonio Mondiale dell’Umanità” un insieme di monumenti di Palermo, Monreale e Cefalù, costruiti negli anni della dominazione normanna della Sicilia.

Questo insieme è stato chiamato “itinerario arabo-normanno”, termine con il quale si suole comunemente definire lo stile di quei monumenti (il perché sta nel fatto che i re normanni, per la realizzazione di quelle opere, fecero ricorso a maestranze musulmane).

Parlare però di arte “arabo-normanna” quando ci si riferisce a quei monumenti significa commettere una grossolana semplificazione.

Denominare in tal modo l’arte che fiorì in Sicilia nei primi due secoli del secondo millennio significa infatti ignorare che quella che lì nacque in quegli anni è una cultura caratterizzata da una contaminazione ben più ampia di quella alla quale rimanda la dicitura “arabo-normanna”.

Basta, per rendersene conto, pensare alla Cappella Palatina, alla Martorana, al Duomo di Monreale, chiese nelle quali si rimane abbagliati dallo splendore dei mosaici bizantini.

In realtà gli splendidi monumenti che ancora oggi si possono ammirare a Palermo, a Monreale e a Cefalù sono il frutto della fusione delle diverse componenti culturali presenti nella Sicilia dei secoli XI e XII, nella quale si mescolano insieme influenza araba, gotica, greco-bizantina, egiziana.

È proprio dalla mescolanza di quelle diverse influenze che nasce l’originalità di quei monumenti, nei quali la severità dello stile gotico portato in Sicilia dai normanni si sposa felicemente con l’uso dei mosaici bizantini e con la raffinatezza delle decorazioni a muqarnas musulmane.

Ed è proprio questa mescolanza l’elemento che la dicitura “arabo-normanna” ignora.

Un conto è parlare di rispetto delle regole, un altro è rispettarle.

11 Gen

Si parla tanto di rispetto delle regole, di legalità (vale a dire di rispetto delle leggi).

A parte il fatto che rispettare le regole non significa affatto, semplicemente per questo, fare la cosa giusta (che è quello che dovrebbe interessare di più, se solo si tenesse conto del fatto che la giustizia vale più della legalità), come ci si può aspettare il rispetto delle regole da parte di chi non rispetta nemmeno le regole che stanno alla base della scrittura e della pronuncia delle parole?

Sono in tanti, per esempio, gl’italiani che non capiscono la differenza che c’è tra scrittura e pronuncia, abituati come sono più a parlare che a scrivere e, soprattutto, ad usare una lingua (l’italiano, appunto) caratterizzata da una sostanziale coincidenza tra pronuncia e grafia delle parole.

Le difficoltà che molti italiani incontrano nello scrivere aumentano considerevolmente con le parole straniere, non essendovi in quelle coincidenza tra grafia e pronuncia.

Non sono rari i casi di parole straniere pronunciate in maniera assolutamente “libera”. Alcune di queste parole sono oggetto di modifiche che interessano la pronuncia (talvolta vengono pronunciate come se fossero italiane, cioè così come sono scritte), per altre le modifiche riguardano la scrittura.

Palermo, con la sua storia, ricca di presenze straniere, ce ne dà diversi esempi.

Tra i tanti ne cito solo due, entrambi relativi alla lingua spagnola.

Nel primo caso ad essere stata modificata è la pronuncia, nel secondo la scrittura (il primo riguarda una parola che viene pronunciata come se fosse italiana, il secondo una parola che viene scritta come si pronuncia).

In entrambi si evidenzia il mancato rispetto delle regole di pronuncia e di scrittura delle parole straniere (va però detto che in Italia non esiste l’equivalente della Real Academia Española, organismo al quale la Spagna riconosce la responsabilità di garantire, attraverso l’elaborazione di regole linguistiche, di grammatica e di ortografia, uno standard linguistico comune).

Il primo caso ha per oggetto la via Maqueda, il cui nome i palermitani pronunciano così com’è scritto, e non invece Machéda, secondo la corretta pronuncia di quella parola spagnola.

Nella convinzione che la pronuncia di Maqueda fosse Maqueda, e non Machéda, si è arrivati al punto di storpiare la grafia del nome di quella città spagnola (di cui il vicerè Bernardino de Cárdenas y Portugal era duca) in Macqueda.

Il secondo caso ha per oggetto i Quattro Canti (di città), ovverosia piazza Villena.

In questo secondo caso, allo scopo di far coincidere pronuncia e scrittura (secondo l’usanza italiana), si è modificata la scrittura del nome della città spagnola citata nel titolo di un altro vicerè, Juan Manuel Fernández Pacheco, fondatore e primo direttore della Real Academia Española sopra richiamata.

E così Villena è diventata Vigliena.

A quando la modifica della grafia di John Lennon (al quale i palermitani hanno dedicato una piazza), in Giòn Lennon?

Se la varietà dei modi con cui gl’italiani scrivono e pronunciano i nomi stranieri può essere attribuita alla mancanza dell’equivalente italiano della Real Academia Española, non può certamente essere attribuita a questa mancanza l’abitudine di non rispettare le regole, o quella di crearne di proprie.

Ed a Palermo, città dalla quale ho tratto i due esempi sopra citati, entrambe queste usanze sono particolarmente diffuse.

Per la gran parte dei palermitani, infatti, uniformarsi alle regole, qualunque sia la materia che queste regolamentano, è qualcosa di inconcepibile.

Accettare l’idea che ci sia qualcuno (un’istituzione, un’autorità) che stabilisca delle regole alle quali dover sottostare, regole generali, vincolanti per tutti, è una cosa assolutamente inaccettabile.

A meno che non si tratti di regole particolari, per esempio delle regole del proprio ristretto gruppo, del proprio clan.

A Palermo il rispetto di regole generali, valide per tutti, è come il mare d’inverno di Enrico Ruggeri: qualcosa che il pensiero non considera.

N.B.: la Real Academia Española fu fondata, a Madrid, nel 1713, da Juan Manuel Fernández Pacheco, marchese di Villena e duca di Escalona, vale a dire proprio dal vicerè ricordato dai Quattro Canti di Palermo.

A proposito del ruolo della serendipità e del caso nella vita delle persone

4 Gen

Credo non ci sia esempio migliore della lingua parlata per far comprendere quanto sia illusorio pensare di opporsi a fenomeni come la diffusione di parole nuove nella vita di tutti i giorni.

La lingua parlata, infatti, è quanto di più vivo possa esserci e, in quanto cosa viva, evolve continuamente, cambia, si arricchisce di nuove parole, ne lascia altre.

Rispetto al passato sono cambiate soltanto la velocità con la quale le parole nuove si diffondono e la vastità del territorio interessato dalla loro diffusione.

Sono proprio la velocità con la quale oggi viaggiano le notizie e la diffusione loro consentita dai moderni media che fanno sì che termini nuovi diventino di uso comune in tempi di gran lunga inferiori rispetto al passato.

Prendiamo per esempio la parola serendipità, che sta a significare “imbattersi in qualcosa di diverso da quello che si stava cercando”.

Si tratta di una parola che, solo una decina d’anni fa, era pressoché sconosciuta, anche se il concetto che essa esprime esisteva già da tanto tempo.

I nomi vengono sempre dopo le cose che indicano.

Basti pensare ad uno degli esempi più classici di serendipità: la scoperta dell’America (com’è noto, Colombo la scoprì mentre stava cercando di fare qualcosa di ben diverso).

A volte, però, ci s’imbatte in qualcosa, anche di notevole importanza, unicamente per caso e, soprattutto, senza che si stia cercando nulla (nel caso della scoperta imprevista dell’America, Colombo stava comunque cercando qualcosa, una via per le Indie navigando verso occidente).

Voglio accennare brevemente a due episodi che mi sono capitati di recente: in entrami è stato il caso, e non la serendipità, a giocare il ruolo di protagonista.

Non molto tempo fa, passeggiando, senza alcuna meta, a Genova, nella zona del Carmine (zona indissolubilmente legata alla memoria di Don Gallo), mi sono ritrovato, assolutamente per caso, in vico dello zucchero, una stradina della quale nemmeno conoscevo l’esistenza.

Ricordo la strana sensazione che ho provato quando ho letto quel nome: in una frazione di secondo mi sono ritrovato indietro di molti anni, proiettato in un altro luogo e in un’altra epoca.

Mi sono ritrovato, in un attimo, in uno dei miei “posti delle fragole”: ero davanti alla chiesa di San Giovanni degli Eremiti, nella zona più antica di Palermo, la zona nella quale sono nato e nella quale ho vissuto i primi dieci anni della mia vita, quelli che segnano per sempre.

Di fronte a quella chiesa c’è infatti un piccolo slargo che si chiama proprio Piazzetta dello Zucchero (la dolcezza evocata da quel nome non basta però a contrastare l’amarezza che provo, quando vado a Palermo, nel vedere com’è stata ridotta).

Il secondo episodio al quale voglio accennare a proposito del ruolo giocato dal caso nella vita delle persone mi è capitato l’estate scorsa: mi trovavo a Granada e, mentre percorrevo Carrera del Darro, strada dalla quale si apprezza molto bene l’imponenza dell’Alhambra, mi sono imbattuto, assolutamente per caso, nel Monastero cistercense di San Bernardo, nel quale le monache preparano squisite dolcezze.

Molto particolare, ma soprattutto strana, non esprimibile a parole, è stata la sensazione procuratami da quella vista: sicuramente una grande, e piacevole, sorpresa (ricordo che mi è venuta in mente la famosa pasticceria conventuale siciliana, ormai praticamente scomparsa), ma la parola “sorpresa” non rende efficacemente quel che ho provato quel giorno della scorsa estate a Granada.

Anche quel giorno, mentre percorrevo Carrera del Darro, senza che stessi cercando nulla di preciso, mi è capitato all’improvviso, per caso, in maniera assolutamente inaspettata (la sorpresa è stata più grande del piacere), qualcosa di piacevole.

Anche in quell’occasione un, pur se momentaneo, stato di benessere era stato originato da un incontro fortuito con qualcosa di cui ignoravo completamente l’esistenza.

Spesso, per sentirci appagati, soddisfatti, per avere successo, non facciamo che cercare di raggiungere certi obiettivi, ai quali abbiamo collegato il nostro stato di star bene, il nostro successo.

A volte il nostro stato di star bene, il nostro successo, dipende invece dall’incontro casuale, nel corso della nostra ricerca, con qualcosa di diverso da quello che era l’obiettivo che stavamo cercando di raggiungere (come nel caso di molte scoperte nel campo della scienza).

Ci sono però casi in cui il nostro stato di star bene, il nostro successo, dipende dall’incontro casuale con qualcosa che nemmeno stavamo cercando, e del quale ignoravamo pure l’esistenza (in questi casi la sorpresa è ancora più grande, a volte indescrivibile a parole).

Nella vita il bene e il male convivono, l’uno accanto all’altro. E a Palermo lo si vede bene.

24 Set

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Lo scorso mese i mezzi d’informazione si sono occupati della polemica che Rita Dalla Chiesa aveva innescato a causa del degrado che aveva riscontrato nella zona di Palermo nella quale si trova la targa che ricorda l’uccisione di suo padre, avvenuta la sera del 3 settembre 1982.

Cercando di trovare una motivazione a quella mancanza di cura, la figlia del Generale aveva pensato che questa fosse legata al fatto che suo padre non era siciliano e che per questo i cittadini di Palermo lo sentissero estraneo.

Che il Generale Dalla Chiesa fosse considerato un estraneo (e questo, per la verità, non solo a Palermo) era evidente ma questa sua estraneità non era affatto legata al suo non essere siciliano ma a ciò che rappresentava.

Nella sua denuncia Rita Dalla Chiesa non ha infatti considerato il fatto che chiunque, in Sicilia, sia siciliano o meno, rappresenti lo Stato (inteso come comunità, come interessi generali da difendere, come regole da fare rispettare a tutti, senza alcuna distinzione), è visto come “estraneo”, è considerato “strano”, e per questa sua “stranezza” viene isolato.

Di casi di siciliani considerati “estranei” nella loro terra, isolati da vivi e ipocritamente ricordati da morti (con insopportabile retorica, anche da chi, quand’erano vivi, aveva contribuito al loro isolamento), è piena la Storia.

Non che la ricerca del favore, del privilegio, per la voglia di prevalere, predominare, sugli altri, sia una prerogativa dei siciliani ma certamente tra di essi questa tendenza è ben radicata e molto diffusa, una propensione quasi “naturale”, al punto da considerarla normale, fisiologica.

Ma, al di là di questo, quello che negli anni mi ha colpito, del luogo nel quale avvenne quel delitto, è il fatto che disti solo pochi metri da quello che per i palermitani è un autentico tempio della gola: la pasticceria F.lli Magrì, famosa, oltre che per le splendide cassate, per la “castagna” e la “patata”.

La pasticceria si trova al numero civico 42 di via Isidoro Carini, proprio a pochi metri dal luogo dove furono uccisi il Generale Dalla Chiesa, sua moglie e l’uomo che guidava l’auto di scorta.

Ogni volta che penso a questo luogo di delizie, a quanto questo sia così vicino a quello della strage di quel 3 settembre, rifletto sul fatto che quel delitto sarebbe potuto avvenire in qualunque altro punto del percorso dell’auto sulla quale quella sera viaggiavano il Generale Dalla Chiesa e sua moglie, ma il caso volle che avvenisse proprio lì, a pochi metri dalla pasticceria Magrì.

O si deve pensare che Atropo, la più vecchia delle tre mitiche Moire greche (le Parche romane), quando decretò il momento di quelle morti, quando decise di recidere il filo di quelle vite, scelse, oltre al tempo, anche il luogo?

In ogni caso, in questa casuale vicinanza vedo una conferma di come a Palermo sia possibile trovare il massimo della dolcezza proprio accanto al massimo della ferocia, della crudeltà.

Proprio come accade nella vita reale, nella quale il bene e il male sono spesso così vicini che non è raro trovarli, assieme, in uno stesso luogo, a pochi metri di distanza l’uno dall’altro o, ancora più vicini, in una stessa persona.

Una caratteristica di Palermo è quella di essere la dimostrazione visiva di come nell’essere umano i pregi e i difetti non si trovino in due colonne distinte e separate (da una parte il bene e dall’altra il male) ma si intreccino invece inestricabilmente, dando vita ad un unico contesto, nel quale il bene e il male sono costretti a convivere nello stesso spazio, inevitabilmente.

Sulle coste siciliane non ci sono monumenti che ricordino lo sbarco del 10 luglio 1943. Perché?

25 Apr

Oggi, in Italia, si celebra il settantesimo anniversario del giorno della liberazione, giorno che segna la liberazione del territorio nazionale dall’occupazione nazista e la fine del regime fascista.

Fine del regime fascista, si badi bene, ma non del fascismo, il cui virus continua, da sempre, ad essere presente nel corpo del popolo italiano (l’eterno fascismo italico, diceva Sciascia).

La guerra di liberazione, durata poco più di 21 mesi (aveva avuto inizio nella notte tra il 9 e il 10 luglio 1943, con lo sbarco degli alleati sulle coste meridionali della Sicilia), ha visto tanti luoghi, in tutto il territorio nazionale, sedi di importanti eventi, meritevoli di essere ricordati: per le battaglie che vi furono combattute, per le orrende stragi di cui furono teatro, per altri episodi che vi si svolsero.

Nel corso della Storia, nei luoghi sede dei fatti più importanti sono stati eretti monumenti (alcuni maestosi), ed attorno ad alcuni di questi ci si raduna periodicamente per non dimenticare, per tenere vivo il ricordo di quel che lì avvenne, per spiegare a chi non c’era il significato dei fatti lì accaduti.

L’anno scorso, per esempio, la Francia ha celebrato un famoso anniversario (un altro settantenario), quello dello sbarco in Normandia (avvenuto il 6 giugno 1944, il famoso D-Day, “il giorno più lungo”).

I francesi, per ricordare la cosiddetta “operazione Overlord” (questo il nome dello sbarco in Normandia), hanno eretto un monumento, dedicato ai soldati che quel 6 giugno sbarcarono sulle spiagge Omaha e Utah per liberare l’Europa dal nazismo.

E pensando a quello che i francesi hanno fatto per ricordare quell’episodio, che ha segnato la loro vita (e non solo la loro), ho riflettuto sul fatto che invece, nei luoghi dove il 10 luglio 1943 avvenne lo sbarco delle truppe alleate in Sicilia, non esiste nessun monumento che ricordi quell’evento.

Eppure si tratta del più grande sbarco mai fatto fino ad allora!

Nessun monumento che ricordi la cosiddetta “operazione Husky” (questo il nome dello sbarco in Sicilia), operazione che vide in azione la più grande flotta che avesse mai solcato il Mediterraneo.

Come mai in questo Paese non si è sentito il bisogno di ricordare, nei luoghi interessati, quello sbarco?

Come mai, né sulla spiaggia di Scoglitti (dove sbarcò la settima armata americana, guidata dal generale Patton) né sulla penisola di Pachino (dove avvenne lo sbarco dell’ottava armata inglese, guidata dal generale Montgomery), esiste un monumento a ricordo di quel che lì avvenne?

Eppure lo sbarco del 10 luglio 1943 dovrebbe essere considerato più importante di quello di Enea, ricordato da una stele sul litorale di Trapani, nei pressi della località Pizzolungo (la stele di Anchise).

E come mai a Cassibile (frazione di Siracusa) non c’è nessun monumento che ricordi il luogo dove, il 3 settembre 1943, fu firmato l’atto che mise fine alla seconda guerra mondiale?

Nell’estate del 1943, nella Sicilia sud orientale, in luoghi che distano pochi chilometri l’uno dall’altro, si sono svolti due tra i fatti più importanti della seconda guerra mondiale.

Eppure non esiste nessun segno che li ricordi, nessun monumento che ne conservi la memoria.

Nessun segno, a parte qualche bunker e qualche monumento in alcune località dell’isola, che ricordi che quelle spiagge siciliane, in quei giorni, furono testimoni di fatti che significarono l’inizio della fine del regime fascista, e con questa l’inizio della fine della seconda guerra mondiale.

Come mai?

Forse perché la Sicilia non è vista (dai siciliani e dagli altri italiani) come parte della nazione italiana?

O forse perché la Sicilia è condannata ad essere, per la sua posizione geografica, un luogo destinato ad essere teatro di fatti che segnano la Storia, ad essere una terra capace di produrre tesori ma, nello stesso tempo, a non essere in grado (per incapacità o per mancanza di volontà) di valorizzarli come meritano?

Quale monumento ricorda, per esempio, che Palermo fu la prima grande città europea ad essere conquistata dagli alleati (22 luglio 1943)?

E chi ricorda che Salemi è stata la prima capitale dell’Italia unificata?

Per rendersi conto dell’importanza dello sbarco in Sicilia basta considerare il fatto che per la sua preparazione gli alleati misero in piedi la più riuscita operazione di disinformazione della seconda guerra mondiale.

E ricordare che il generale Patton definì, quello avvenuto in Sicilia nell’estate del 1943, the greatest blitz in history.

Di 25 aprile da ricordare non c’è solo quello del 1945

9 Apr

Il 25 aprile, in Italia, è un giorno che viene associato, automaticamente ed esclusivamente, ad un momento chiave della storia recente del Paese, e cioè alla liberazione del territorio nazionale dall’occupazione nazista e dal regime fascista (25 aprile 1945).

C’è però un altro 25 aprile, pressoché sconosciuto ai cittadini italiani.

Riguarda un fatto meno recente, un fatto relativo ad un fenomeno che caratterizza fortemente questo Paese, del quale ha segnato la storia.

Si tratta del 25 aprile del 1865.

A differenza del “giorno della liberazione”, quel 25 aprile di centocinquant’anni fa non è una data spartiacque tra un prima e un dopo, non ha a che fare con qualcosa che c’era prima di quel giorno e che dopo non c’è stato più.

Quel 25 aprile del 1865 ha a che fare con qualcosa che c’era prima e che c’è stato anche dopo (e che continua ad esserci ancora oggi), qualcosa che permea la storia di questo Paese, molto di più di quanto non si creda (o non si voglia credere).

Il 25 aprile 1865 è la data in cui comparve per la prima volta, in un documento ufficiale (un rapporto inviato dal prefetto di Palermo al ministro dell’interno), la parola maffia (versione antica della parola mafia).

In realtà, di mafiosi (e quindi, di mafia) si era già parlato due anni prima, in una commedia popolare siciliana di grande successo (I mafiusi di la Vicaria).

Mai, però, prima di quel 25 aprile, la parola mafia era apparsa in un documento ufficiale.

Il motivo per il quale il 25 aprile 1865 è un giorno che gli italiani (non solo i siciliani) dovrebbero tenere ben presente nella loro mente (ed è forse lo stesso motivo per cui viene ignorato) è per ricordare quanto, da allora, non sia stato fatto dalle istituzioni di questo Paese per rimuovere le cause all’origine del fenomeno mafia.

Fin da quando è venuto a conoscenza della sua esistenza, lo Stato Italiano ha infatti sempre avuto, nei confronti di questo fenomeno, un comportamento ben diverso da quello che tanti siciliani, all’indomani dell’annessione della loro isola al neonato Regno d’Italia (sancita dal Plebiscito del 21 ottobre 1860), si aspettavano.

Con la sua nascita, lo Stato italiano fece ufficialmente conoscenza del fenomeno mafioso, che però già da tanto tempo si era profondamente radicato nell’isola.

Eppure, nonostante le numerose evidenze storiche circa l’epoca in cui il fenomeno mafioso cominciò a manifestarsi, ancora oggi continua ad essere diffusa l’opinione secondo la quale la cosa chiamata “mafia” è coetanea dello Stato italiano, e ciò in virtù del fatto che quel rapporto del Prefetto di Palermo porta una data di appena quattro anni successiva a quella della nascita del nuovo Stato.

Le cose, invece (in questo caso il fenomeno chiamato “mafia”, che esisteva anche quando non si chiamava così), esistono prima che venga dato loro un nome e per di più possono tranquillamente esistere anche senza possedere alcun nome, così come possono benissimo non esistere anche se dotate di nome (sono molte le cose che hanno un nome e che in realtà non esistono).

Non è infatti l’avere o non avere un nome che determina l’esistenza di un fenomeno (la realtà è indipendente dai nomi).

Pensare che un fenomeno esista solo perché gli viene associato un nome è come pensare che la forza di gravità esista soltanto a partire da Newton.

In realtà, le mele cadevano anche prima che una di esse colpisse l’attenzione (non la testa) del padre della legge della gravitazione universale.

Rivoluzione popolare? Impossibile, soprattutto se manca il popolo.

13 Feb
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Il 4 aprile 1860 è una delle date che i palermitani dovrebbero conoscere e tenere sempre a mente.
Si tratta della data che segnò l’inizio dell’ultima insurrezione contro i Borbone, insurrezione nota come “rivolta della Gancia”, dal nome del convento che fu al centro di quei fatti.
Quel 4 aprile il palermitano Francesco Riso, che capeggiò la rivolta, decise di agire, di passare all’azione comunque, anche contro il parere del comitato segreto cittadino.
Come al solito, i rivoltosi erano uniti solo dalla volontà d’insorgere, ma non dagli obiettivi da perseguire.
Alla base del parere contrario di quel comitato non c’erano però tanto le idee politiche di Francesco Riso (era un mazziniano) quanto la sua estrazione sociale (si trattava di un fontaniere).
Il timore del comitato, il motivo del sospetto col quale veniva guardato Riso non era infatti quell’iniziativa in sé, ma la possibilità che si concludesse con un successo (un’iniziativa vittoriosa guidata da un “semplice” fontaniere, era quello il rischio).
A fare paura, quel 4 aprile, era, allora come sempre, l’iniziativa popolare.
Paura però infondata, visto che anche in quell’occasione il popolo palermitano non diede segni di vita.
L’insuccesso di quella rivolta non dipese infatti soltanto dalla “soffiata” di in frate del convento della Gancia ma, soprattutto, dalla mancata sollevazione del popolo, che non si mosse, come Riso forse pensava, al suono delle campane del convento.
Quel giovane mazziniano, ignaro del contesto nel quale si muoveva, si ritrovò solo, una condizione nella quale si sono venuti a trovare altri palermitani.
Il fallimento di quell’insurrezione ricorda che in Sicilia l’iniziativa è sempre stata nelle mani dei nobili, di quei nobili che a volte amano atteggiarsi a liberali, a progressisti.
Ma, come al solito, si tratta di una semplice apparenza, di un “gioco”: questi sedicenti liberali amano più che altro “apparire” amanti del progresso,”mostrarsi” propensi alle rivoluzioni, purché queste siano governate da loro e, soprattutto, siano limitate al campo politico; temono le rivoluzioni che possano in qualche modo minacciare i loro privilegi, come quelle sociali.
Temono, in sostanza, le vere rivoluzioni.
Ma forse, alla base dei tanti fallimenti delle rivoluzioni “popolari”, a Palermo come in altre città meridionali, c’è un semplice dato, tanto semplice quanto sottovalutato, se non ignorato: la mancanza di un popolo, almeno nell’accezione corretta di tale termine (“popolo” non come generalità della popolazione ma come collettività omogenea, consapevole della propria identità, capace di organizzarsi per perseguire un fine sociale comune).
Forse tutto ciò dipende dal fatto che quello che viene comunemente chiamato “popolo” è in realtà semplice “plebe” (moltitudine sgangherata di individui, massa amorfa, facile preda dei populisti).
Non rimane che sperare che la plebe riesca ad essere popolo, a pensare come popolo.
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