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A proposito di un’indagine su un carabiniere

13 Apr

La vicenda che vede coinvolto un capitano dell’Arma dei carabinieri nell’ambito del caso Consip si presta a tante considerazioni, di carattere generale, non limitate cioè a questo specifico fatto di cronaca, ma non è di questo che parlo in questo post.

Quello che secondo me è più interessante evidenziare ha a che vedere con qualcosa che ricorre spesso in questo Paese, e cioè col modo con il quale vengono trattati i fatti, soprattutto da parte dei cosiddetti mezzi d’informazione.

Com’è noto, la Procura di Roma sta indagando su un capitano dei Carabinieri per falso.

Due i comportamenti di cui questo capitano è chiamato a rispondere: avere accreditato la tesi di un’ingerenza dei servizi segreti nel corso di alcuni accertamenti e avere attribuito la paternità di una frase, intercettata, ad una persona diversa da quella che in realtà l’aveva pronunciata.

Lo scopo di quest’indagine è stabilire la natura di questi comportamenti: sono da considerarsi errori oppure azioni messe in atto volontariamente, intenzionalmente?

Ovviamente, qualora a conclusione dell’indagine dovesse essere stabilito che in quei comportamenti c’era del dolo, sarà poi necessario domandarsi: perché li ha commessi?

E magari trovare la risposta.

Ma non è di questo caso che voglio parlare, quanto piuttosto del modo col quale questo caso, come tanti altri, viene affrontato.

Come detto, la definizione della natura di quei comportamenti è demandata ad un’indagine.

Solo alla fine di questa indagine sarà possibile sapere come vanno considerati quei comportamenti (l’indagine si fa proprio per questo motivo).

Eppure, nonostante ciò, molti commenti qualificano già quei comportamenti come “errori”.

Al di là delle opinioni che ciascuno può farsi in proposito, c’è però una cosa che trovo assolutamente priva di senso, in questo caso come in tanti altri: vedere come tanti commentatori basino le loro considerazioni dando per scontato che si tratti di errori, dando cioè come presupposto del loro ragionamento una cosa che è invece tutta da dimostrare.

Si tratta di un classico errore di logica, molto diffuso.

Si chiama “petizione di principio”.

Che lo commettano cittadini comuni è un conto, che invece lo commettano i professionisti dell’informazione o, più ancora, coloro ai quali è demandata l’amministrazione della giustizia, è un altro.

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A proposito della disinformazione che avvolge l’informazione

9 Nov

Uno dei più diffusi difetti di ragionamento che noto nel modo con cui si comunica, a livello sia privato che pubblico, è quello di iniziare un discorso dando per assodato, per vero, qualcosa di cui invece i fatti hanno già dimostrato l’insussistenza.

Ciò nonostante ci si inoltra, incuranti di questo vizio d’origine, in discussioni lunghe, a volte interminabili, molto spesso astruse, ma soprattutto inutili, prive di senso, dal momento che i presupposti sui quali sono basate sono falsi.

E siccome nessuno ha il coraggio di fermarle sul nascere, evidenziandone le falsità originarie, queste discussioni danno spesso vita, nel generale disinteresse nei confronti della verità, a conseguenze dalle quali, una volta prodotte, risulta praticamente impossibile tornare indietro.

Si assiste così alla costruzione di gigantesche “strutture” che, una volta costruite, risulta poi molto difficile, se non impossibile, a causa delle loro dimensioni, della loro complessità, radere al suolo, come si dovrebbe.

Le situazioni che si vengono a creare quando, non intervenendo in tempo utile, nelle fasi iniziali, con le necessarie correzioni, si lasciano “crescere” discussioni basate su premesse errate, mi fanno venire in mente quella che si verrebbe a creare se si accettasse di viaggiare su una nave dotata di un sistema di rilevamento della posizione che si ritiene essere perfettamente funzionante, mentre in realtà così non è.

E, più ancora, quella nella quale ci verrebbe a trovare qualora, a fronte delle segnalazioni provenienti da un sistema che invece dà informazioni corrette sulla reale posizione della nave, il comandante non ne tenesse conto.

In mancanza delle necessarie correzioni di rotta da mettere in atto non appena ci si dovesse rendere conto che la rotta seguita dalla nave non è quella prevista (a che serve infatti un sistema di rilevazione della posizione se poi non si corregge, se necessario, la rotta?), ci si verrebbe a trovare, a fine viaggio, in una località diversa rispetto alla destinazione prevista all’inizio del viaggio (e la distanza fra le due località potrebbe anche essere molto elevata).

La cosa assurda di questo Paese, a conferma della retorica che lo caratterizza, è vedere come in molti casi, come ho avuto modo di sperimentare in più occasioni nel corso della mia carriera lavorativa (e non mi riferisco al mondo delle navi), anche in presenza di sofisticati sistemi d’informazione dei quali ci si dota per essere informati per tempo su eventuali scostamenti fra la strada che si percorre e quella dichiarata nei documenti ufficiali, non vengano poi attuate le necessarie correzioni di “rotta” che quei sistemi prevedono.

E il bello è che si tratta di quegli stessi sistemi dei quali, con tanta enfasi, ci si era pubblicamente vantati, sottolineandone la grande capacità di controllo (!).

Questa situazione, già di per sé paradossale, viene ulteriormente aggravata dal fatto che in Italia, Paese fondato sul perdono (la più nefasta delle invenzioni della chiesa cattolica), sono molti quelli che ritengono il genere umano una comunità formata da persone naturalmente buone (l’uomo è buono per natura, diceva Jean-Jacques Rousseau).

Quando hanno a che fare con atti malvagi o con comportamenti che appartengono al mondo del male, questi difensori “a prescindere” del genere umano cercano di trovare, sempre e comunque, nei confronti di quegli autori, una giustificazione (il famoso giustificazionismo, vera sciagura italiana), pur di non rinunciare alla loro “fede”.

E, a proposito della funzione assegnata alle informazioni, e in particolare della disinformazione che le circonda, una delle giustificazioni alle quali si fa più frequentemente ricorso è quella del “non sapere”, del non essere stati informati.

Lasciando intendere che, se solo avessero potuto disporre di informazioni su quello che accadeva attorno, il comportamento degli autori di certi atti malvagi e di certi comportamenti sarebbe stato diverso da quello che invece è stato.

Il male, quindi, viene visto come frutto della mancanza di informazioni e, più in generale, frutto dell’ignoranza.

Quanti, per esempio, hanno sostenuto, per anni, per cercare di giustificarne il comportamento, che i cittadini tedeschi che vivevano accanto ai campi di sterminio fossero all’oscuro di quello che accadeva in quei luoghi infernali, volendo con ciò far credere che, se solo fossero stati informati di ciò che avveniva lì dentro, quei cittadini avrebbero tenuto un comportamento diverso.

La verità, invece, è che chi viveva accanto ai campi di sterminio nazisti sapeva quello che accadeva in quei posti.

E, venendo a un dramma italiano, quanti sono quelli che limitano l’estensione di un fenomeno come la Mafia agli ignoranti, non considerando anche gli istruiti!

Com’è comodo limitarsi a parlare dei criminali che appartengono agli strati sociali più bassi, trascurando quelli che vivono in quelli più alti.

Eppure a uccidere Giuseppe Letizia, un bambino di appena 13 anni, condannato a morte per il solo fatto di essere stato involontario testimone, mentre accudiva il proprio gregge, dell’omicidio di Placido Rizzotto (10 marzo 1948), non fu la mano di un criminale analfabeta ma un’iniezione, fattagli a sangue freddo, nell’ospedale diretto dal dottor Michele Navarra, capo, in quegli anni, della famiglia mafiosa di Corleone (vale forse la pena di dire che si tratta dello stesso Michele Navarra al quale lo Stato italiano concesse l’onorificenza di cavaliere al merito della Repubblica Italiana).

La verità che si vuole affermare, da parte sia dei difensori “a prescindere” che dei complici, diretti e indiretti, di chi commette crimini, è che se si sapesse, si sceglierebbe il bene.

Ecco un classico esempio in cui si dà per scontata, per vera, una cosa falsa.

Il difetto di ragionamento di cui parlo in apertura di questo post ricorda molto la cosiddetta petizione di principio, l’errore logico che si commette quando, per cercare di dimostrare la verità di qualcosa, si parte dando per scontata la rispondenza al vero di quello che invece si deve dimostrare essere vero.

A giustificazione di molte scelte giudicate sbagliate si suole dire che le persone non scelgono bene perché non sono informate bene.

I sostenitori di questa tesi forse fanno riferimento alle famose parole di Luigi Einaudi “come si può deliberare senza conoscere?“, dalle quali il noto principio “conoscere per deliberare“.

Secondo questa tesi, milioni di cittadini italiani, se solo fossero stati a conoscenza della reale natura di certi soggetti, non avrebbero eletto come loro rappresentanti delinquenti, intrallazzatori, gente che anziché in un parlamento dovrebbe stare in galera.

In molti casi, invece, è proprio alla loro natura di delinquenti, di intrallazzatori, che molti dei politici italiani (nazionali e locali) devono la loro elezione.

Ecco un altro esempio di verità tanto evidente quanto, proprio per la sua evidenza, scomoda da ammettere.

Non è affatto vero che, se fossero informate, le persone sceglierebbero sensatamente.

L’errore sta proprio qui, nel dare per scontata, per assodata, una cosa che i fatti hanno invece già dimostrato non essere vera, nel ritenere cioè che una buona informazione equivalga, necessariamente, a una buona scelta.

Altri sono gli elementi che condizionano le scelte dei cittadini-elettori, non la mancanza di informazioni, non l’ignoranza.

Mai come in questi anni le persone sono informate di ciò che accade attorno a loro (e non solo attorno a loro).

Non solo oggi si è informati di ciò che accade nel mondo, ma l’informazione è simultanea ai fatti; la tecnologia dà la possibilità di assistere “in diretta” a ciò che accade.

Ma forse (ecco un’altra verità scomoda da accettare) l’informazione è inutile.

Forse è più utile, a conferma del fatto che il male è qualcosa di insito nell’uomo, capace di azioni estranee perfino alle bestie più feroci (come quella di sciogliere un bambino in un bidone pieno d’acido e nel frattempo mangiare un panino) e non, come i tanti giustificazionisti si ostinano a voler far credere, un frutto dell’ignoranza, ricordare le famose parole del “Riccardo III” di William Shakespeare, uno dei più profondi conoscitori di quell’universo, in gran parte sconosciuto, che è l’animo umano.

A lady Anna che gli dice: “No beast so fierce but knows some touch of pity”, il re Riccardo III risponde con queste poche, agghiaccianti parole:  “But I know none, and therefore am no beast“.

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