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A proposito del crollo del ponte Morandi di Genova

18 Ago

A distanza di qualche giorno, a mente più fredda, scrivo alcune note su quello che è successo a Genova martedì 14 agosto, poco dopo le 11.30.

Scrivo con l’intento di proporre un approccio freddo, lucido, razionale, in una vicenda che definire incredibile è poco.

Com’è inevitabile, nel mondo dominato dalla rete, subito dopo il crollo del ponte Morandi è partita la serie di commenti sui social media, che come ormai è chiaro, sono, nella stragrande maggioranza dei casi, assolutamente irrazionali, privi di alcun senso, mossi unicamente dalla voglia di buttarsi nella mischia e dire (o meglio, gridare) “ehi, ci sono anch’io”.

A conferma poi dell’assoluta incapacità dei commentatori di distinguere, della loro diffusa tendenza a mettere tutto nello stesso calderone, così da confondere, (tanto a loro mica interessa capire, comprendere il perché delle cose, la sola cosa che interessa è dire la loro) si è arrivati anche a paragonare opere tra di loro completamente diverse, come il ponte di Genova e quello di Agrigento, solo perché avevano in comune il nome del progettista (il ponte Morandi di Genova era un unicum, non solo in Italia, ma in tutta Europa, e come tale avrebbe dovuto essere trattato).

Torniamo alla vicenda di Genova.

Le domande che si affacciano alla mente sono tante ma, su tutte, due sono quelle che considero le principali, quelle prioritarie:

  1. perché è crollato quel ponte?
  2. perché il crollo ha causato vittime?

Si tratta di questioni ben distinte, e come tali vanno affrontate in maniera diversa.

Rispondere alla prima domanda significa individuare responsabilità di natura tecnica, che riguardano l’intera vita del ponte: dalla fase di progettazione a quella realizzativa e a quella di esercizio.

Esistono cause riconducibili a carenze/errori riguardanti la fase di progettazione (ovviamente, sulla base delle conoscenze disponibili a quell’epoca)?

Esistono cause riconducibili alla fase di approvazione del progetto?

Esistono cause riconducibili alla fase esecutiva dei lavori?

Esistono cause riconducibili alla fase di direzione dei lavori?

Esistono cause riconducibili alla fase di collaudo (in corso d’opera e finale) dei lavori?

Esistono cause riconducibili alla fase di esercizio?

Esistono cause riconducibili alla fase di manutenzione (ordinaria e straordinaria) alla quale è stato sottoposto il ponte?

Esistono cause riconducibili al controllo a carico del concedente sui lavori di competenza del concessionario?

Rispondere alla seconda domanda significa invece individuare responsabilità di natura politica.

Esistono cause riconducibili alla decisione di aver lasciato aperto quel ponte?

Esistono cause riconducibili alla decisione di non aver alleggerito il carico da traffico gravante sul ponte?

Al momento non si ha la risposta sulle cause del crollo (la più probabile sembra essere il cedimento di due stralli), ma una cosa però è chiara fin d’ora: il crollo del ponte Morandi ha causato vittime perché al momento del crollo il ponte era aperto al traffico (per di più senza che questo fosse stato in alcun modo limitato), pur in presenza di segni da tanti ritenuti critici.

Se le indagini dovessero accertare che le condizioni del ponte (con particolare riferimento a quelle degli stralli) erano deteriorate ad un punto tale da far ritenere più che possibile, e senza alcun preavviso, un suo cedimento, qualora fosse stato mantenuto aperto al traffico regolare, allora la responsabilità delle vittime sarebbe di natura, più che tecnica, politica e dovrebbero essere chiamati a risponderne tutti quelli che, pur a conoscenza degli elevati rischi connessi al mantenimento in esercizio del ponte, non ne hanno deciso la chiusura, né un esercizio ridotto (alleggerito).

Com’è ormai prassi in Italia, si è demandato alla magistratura il compito di rispondere a queste domande.

E non è detto che ci si riesca.

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