Tag Archives: Rai

A proposito del fenomeno Camilleri

18 Lug

Il 6 maggio 1999 il pubblico di Rai 2 conobbe Salvo Montalbano, e con lui Vigàta, Fazio, Catarella ecc.

Andò in onda, quella sera, “Il ladro di merendine”, il terzo giallo di Camilleri con protagonista il commissario Montalbano (prima c’era stato “Il cane di terracotta” e, prima ancora, “La forma dell’acqua”).

Chissà quanti, quella sera di vent’anni fa, dopo aver visto “Il ladro di merendine”, avrebbero scommesso sul successo di quel nuovo commissario di polizia.

Significativo il fatto che quel primo episodio sia stato trasmesso sul secondo canale e non sulla rete ammiraglia della Rai.

Segno che i primi a nutrire dubbi sul successo di quel nuovo personaggio erano proprio i dirigenti Rai.

Quell’episodio era tratto dal racconto omonimo di Camilleri, un autore già molto noto in Rai ma pressoché sconosciuto al grande pubblico.

Anche a quello televisivo, nonostante che si trattasse di un nome che, da quasi 40 anni, era di casa non solo nel mondo della televisione ma anche in quello del teatro.

Chissà quanti, per esempio, avevano associato il nome di Camilleri a quel Camilleri che compariva nei titoli di coda dei primi episodi del commissario Maigret, trasmessi dalla Rai a metà degli anni ’60.

Quello che è successo dopo la visione di quel primo episodio è qualcosa di incredibile, di inspiegabile.

Ancora oggi, a distanza di tanti anni, ci si chiede a cosa sia dovuto l’incredibile successo del commissario Montalbano (gli esseri umani hanno un istintivo bisogno di spiegare qualsiasi cosa accada secondo una logica di causa-effetto).

Tante le ipotesi, ma nessuna convincente.

L’idea che mi son fatto è che il successo di Camilleri, un successo planetario, senza precedenti, sia un successo indotto: non è l’autore la chiave, ma i personaggi da lui creati, unitamente all’ambiente nel quale questi agiscono.

E quando parlo di ambiente non mi riferisco ai luoghi reali, ma all’immaginazione, alla fantasia, a ciò che quei luoghi evocano, al fascino millenario che li circonda: la Sicilia che fa da sfondo alle avventure di Montalbano non è la Sicilia reale, quella delle strade impercorribili, quella delle montagne di spazzatura che da tempo immemorabile fanno da sfondo, quella degli intrallazzi, quella delle collusioni di larghi strati della società col potere mafioso, quella delle coste deturpate da un abusivismo osceno, ma quella che il nome stesso “Sicilia” evoca, al solo pronunciarlo, nella mente di chi ascolta, di chi guarda, quella dei miti del passato, quella che ancora oggi, nella mente di tante persone, rappresenta il mondo esotico a portata di mano.

E chi più di Camilleri poteva avere la consapevolezza della potenza creatrice della letteratura?

Non a caso, a chi gli chiedeva come mai non avesse mai scritto di Mafia, Camilleri rispondeva dicendo di non averlo mai fatto per paura di creare, seppure involontariamente, eroi simpatici (forse pensava al Padrino, di Mario Puzo, personaggio reso simpatico da Marlon Brando).

Tornando al successo del creatore del commissario Montalbano, credo che questo lo si debba più alle scene televisive che non alle pagine dei romanzi.

Si tratta in sostanza di un fenomeno mediatico (mediatico, non solo editoriale) ed è inutile, vista la natura del fenomeno, cercare spiegazioni: sarebbe come cercare causalità in eventi casuali.

E cercare di spiegare in termini di causalità quelli che sono fenomeni casuali è qualcosa di irrimediabilmente sbagliato.

A proposito dell’intervista di Bruno Vespa a Salvo Riina

7 Apr

Il problema al centro dello scandalo suscitato dall’intervista di Bruno Vespa a Salvo Riina non dovrebbe essere chi viene intervistato ma il motivo per il quale viene intervistato e, soprattutto, chi conduce l’intervista, e come la conduce.

La domanda che ci si dovrebbe porre dopo aver sentito l’intervista di ieri sera di Bruno Vespa a Salvo Riina è una, semplice:

che cos’ha rivelato l’intervistato di così importante da giustificare l’intervista, quali sono le rivelazioni che l’evento presentato come “scoop giornalistico” ha fornito a chi l’ha visto?

C’è stata, per esempio, da parte dell’intervistato, una condanna morale del padre per gli omicidi per i quali questo sta scontando l’ergastolo?

C’è stata, sempre da parte dell’intervistato, una dissociazione dal mondo nel quale è nato e cresciuto?

E la risposta, altrettanto semplice, è una sola: nulla, nessuna rivelazione, nessuna condanna, nessuna dissociazione, né nel libro né nell’intervista.

E allora, per quale motivo Bruno Vespa ha organizzato quell’intervista?

E soprattutto, per quale motivo la Rai l’ha mandata in onda, dopo averla visionata (com’è noto Porta a Porta non va in diretta)?

Per quanto riguarda la motivazione di Bruno Vespa, credo che questa vada ricercata nella sua aspirazione ad essere considerato alla pari dei giornalisti che hanno fatto la storia della Rai (penso a Sergio Zavoli, a Enzo Biagi, a Piero Angela).

A mostrare però quanto questa aspirazione poggi su fragili basi basta poco: basta ricordare, per esempio, il primo “scoop” di Bruno Vespa, quando, nel dicembre 1969, annunciò in tv l’arresto di Pietro Valpreda quale colpevole della strage di piazza Fontana e quando, sempre in tv, disse, a braccetto con Arnaldo Forlani, che il suo editore di riferimento era la Democrazia Cristiana (ma il riferimento di un giornalista non dovrebbero essere i fatti?).

Quanta differenza con le interviste di Sergio Zavoli ai terroristi e di Enzo Biagi a Tommaso Buscetta.

E che distanza siderale, a proposito di interviste di mafiosi, con quella che considero un’intervista esemplare, quella che Ennio Remondino fece a Gaetano Badalamenti nel 1994!

Venendo poi alle motivazioni che hanno spinto la Rai a trasmettere comunque l’intervista a Salvo Riina, nonostante la mancanza di un suo reale valore giornalistico, come non considerare che il principale motivo, al di là delle dichiarazioni ufficiali, è stato semplicemente il desiderio di fare ascolti?

Pubblicità, solo pubblicità, nulla a che vedere con l’informazione.

Ancora con questa mistificazione del “servizio pubblico”

27 Ott

Una delle più ricorrenti mistificazioni (alterazioni a proprio vantaggio della verità) alle quali si ricorre in Italia è quella di far passare un’azienda di proprietà dello Stato per un’azienda che sia garanzia, per il semplice fatto di essere pubblica, di un servizio pubblico, che abbia cioè come suo obiettivo primario quello di soddisfare bisogni della collettività.

Quello che si vuol far credere, abusando della credulità di gran parte dei cittadini italiani, è che essere di proprietà pubblica significhi essere al servizio dei cittadini.

Come dovrebbe invece essere evidente (anche se una buona parte degli italiani preferisce sentire menzogne che lusingano anziché verità che fanno male ad ascoltarle), in realtà le cose sono diverse:  in Italia essere “pubblico” non significa affatto essere al servizio del pubblico.

La Rai, per fare un esempio tratto dall’attualità, è un’azienda che di “pubblico” ha solo la forma giuridica; di fatto si tratta di un’azienda in mano a dei privati, essendo, da sempre, alle dirette dipendenze dei partiti politici (come hanno recentemente ricordato, in un significativo disinteresse generale, le parole pronunciate dal suo direttore generale a proposito dell’impossibilità della sua (?) azienda di mettere sotto contratto Maurizio Crozza).

E i partiti politici altro non sono che associazioni di privati cittadini, tra i cui obiettivi primari non c’è di certo quello di soddisfare i bisogni della collettività.

Per non parlare poi di come la Rai dipenda dalla pubblicità, vale a dire da specifici interessi privati (a quelli sì che l’azienda radiotelevisiva “pubblica” di questo Paese presta attenzione!).

C’è però da dire che accanto ad aziende pubbliche che dipendono da interessi privati ce ne sono di private che si occupano di soddisfare bisogni, interessi della collettività.

Un esempio per tutte è il FAI (Fondo Ambiente Italiano), che da quasi quarant’anni salva, restaura, importanti tesori artistici e naturalistici di questo Paese, svolgendo egregiamente un importante servizio pubblico, al posto di tante, incapaci, inutili, istituzioni pubbliche.

A  conferma del fatto che a dire se un’azienda è pubblica o meno dovrebbe essere cosa fa e non la proprietà delle sue azioni.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: