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Rivedere, se necessario, le proprie posizioni è proprio delle menti aperte, libere.

21 Mar

Un chiaro segno di maturità di una persona, della sua crescita intellettuale, è la capacità di rivedere, anche radicalmente, in presenza di validi motivi, le posizioni che aveva tenuto fino a un certo momento su un dato argomento.

Questo può avvenire sia attraverso una lettura più attenta di elementi già noti sia attraverso la scoperta di elementi nuovi, l’acquisizione di nuove informazioni, che vanno a migliorare la conoscenza su fatti del passato.

Rendersi conto, per esempio, attraverso una lettura più attenta dell’Odissea, che alcuni dei luoghi toccati da Ulisse nel suo famoso viaggio per il Mediterraneo non sono in realtà quelli che ci sono stati raccontati come tali non deve impedirci di modificare le nostre precedenti convinzioni.

Allo stesso modo, venire a conoscenza di fatti accaduti dopo l’8 settembre 1943 ma tenuti nascosti per tanto tempo non deve impedirci di rileggere una parte importante della Storia italiana.

Quella di rivedere le posizioni che si erano tenute fino a un certo momento su un dato argomento è una capacità che non caratterizza soltanto chi possiede una mentalità scientifica ma, più in generale, chi possiede una mente aperta, caratteristica senza la quale le persone vivono in un sistema chiuso, privo della possibilità di scambio, di relazione, col mondo esterno.

In questi anni, invece, caratterizzati da un fanatismo che si va diffondendo ovunque in maniera preoccupante, non si fa che assistere, con sempre maggiore frequenza, a manifestazioni di chiusura “a prescindere” sulle proprie posizioni, anche quando i fatti ne dimostrano l’infondatezza.

Ed è proprio in questa incuranza dei fatti, della realtà, che si manifesta una mentalità che prima ancora che a-scientifica considero contraria all’essenza stessa della natura umana.

Cos’è infatti che caratterizza gli esseri umani se non la capacità di ragionare?

La situazione diventa ancora più negativa se all’incapacità di ragionare sui fatti si aggiunge l’abitudine, tipica dei media italiani, di utilizzare le parole al di fuori del loro reale significato o di connotarle di un significato positivo o negativo, a seconda della tesi che interessa sostenere (come nel caso di “identità” e di “sicurezza”).

Un esempio, fra i tanti, di questo modo di ragionare è dato dall’uso della parola “revisionismo”.

In questi anni questa parola è stata usata, come ormai sempre più spesso accade con gran parte delle parole, in un modo “personale”: ognuno le ha dato un senso diverso, a seconda della tesi che gli interessava sostenere.

L’accezione, peraltro non corrispondente al suo esatto significato, con la quale si è voluta far passare nell’opinione pubblica italiana questa parola è stata quella che ha puntato a collegarla ad una pretesa tanto inaccettabile quanto ridicola: quella tendente non solo a minimizzare il ruolo della Resistenza nella liberazione dell’Italia dall’occupazione tedesca ma, soprattutto, quella di equiparare le parti in campo dopo l’8 settembre 1943.

In realtà la parola “revisionismo” ha un significato ben diverso da quello che le si è voluto attribuire: indica una rilettura critica, priva di pregiudizi ideologici, da parte degli storici, del fascismo e del nazismo.

Com’è dovere degli storici.

Ci si è invece divisi sul significato di questa parola anziché ragionare sul perché siano ancora tante le zone oscure della storia italiana, sulle difficoltà che si incontrano se si vuole far luce su certi fatti, recenti e passati, sul ritardo col quale certe verità vengono alla luce.

Come nel caso del ritardo col quale sono stati rivelati fatti avvenuti in alcune zone dell’Italia dopo l’8 settembre 1943, fatti considerati per tanto tempo verità scomode da rivelare.

Come se la verità non fosse importante in sé, per quello che dice, come se avesse bisogno di essere qualificata.

Una verità scomoda era quella degli italiani che parteciparono alla Resistenza senza però per questo condividere con gli altri gli stessi valori, senza sentire dentro di sé alcuno spirito “rivoluzionario”.

Aver tenuta nascosta per tanto tempo questa verità significa non capire che partecipare ad una stessa esperienza non significa, solo per questo, essere spinti a parteciparvi dalle stesse motivazioni.

La pretesa che solo una parte, anche se importante, si dovesse appropriare della Resistenza, così come il non aver saputo distinguere Patria da fascismo, con la conseguenza che per tanto tempo le due cose sono state erroneamente identificate, sono fra gli errori più grandi commessi dalla sinistra italiana.

La vera opera incompiuta di questo Paese è il Risorgimento, altro che la Salerno-Reggio Calabria!

27 Apr

Ora che si sono concluse le manifestazioni dedicate al 25 aprile, nelle quali l’ipocrisia e la retorica nazionali hanno avuto modo di esprimersi al meglio delle loro possibilità, incuranti del rischio di strumentalizzare, per miseri fini di bottega o, peggio, di banalizzare, quello che è stato un momento eccezionale, straordinario (nel senso pieno del termine, e cioè fuori dalla norma, dalla consuetudine, dall’ordinario) della storia nazionale, ora che le cerimonie sono finite, invito a riflettere sulle seguenti parole di Piero Calamandrei, uno dei padri della Costituzione italiana.

Bisogna fare di tutto perché quella intossicazione vischiosa non ci riafferri: bisogna tenerla d’occhio, imparare a riconoscerla in tutti i suoi travestimenti. In quel ventennio c’è ancora il nostro specchio: uno specchio deformante, che dà a chi vi si guarda un aspetto mostruoso di caricatura. Ma i tratti essenziali sono quelli: non dimentichiamoli. Solo riguardando ogni tanto in quello specchio possiamo accorgerci che la guerra di liberazione, nel profondo delle coscienze, non è ancora terminata.”

Cosa dire, dopo aver (ri)letto queste parole, se non che la cosa più seria che il popolo italiano dovrebbe fare (se davvero volesse onorare il ricordo della guerra di liberazione) è quella di vergognarsi per come ha ridotto questo Paese, per come ha usato la libertà regalatagli da chi lo ha liberato, per come ha tradito lo spirito della resistenza?

Cosa dire, se si ha il coraggio di vedere le condizioni (non solo quelle economiche) nelle quali si trova l’Italia e di confrontare il Paese reale con quello al quale pensavano quelli che hanno scritto la Costituzione, se non che si è di fronte ad un altro progetto incompiuto, proprio come quello dello Stato unitario?

Cosa dire, se non che la Costituzione, quella Costituzione per la quale tanti italiani non hanno esitato a mettere in gioco la propria vita, è ancora, a distanza di tanti anni (è entrata in vigore il primo gennaio 1948), lettera morta?

Cosa dire, se non che lo spirito della resistenza è stato totalmente tradito, proprio come lo fu a suo tempo quello del Risorgimento, primo dei progetti rimasti incompiuti nella Storia dell’Italia unita, che in realtà più disunita non si può?

E chiudo ricordando ancora Piero Calamandrei, con queste sue parole, pronunciate nel gennaio del 1955: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione“.

Genova e il 25 aprile 1945, oltre la retorica

28 Apr

Ahi Genovesi, uomini diversi/d’ogne costume e pien d’ogne magagna,/perché non siete voi del mondo spersi?

Queste parole (Inferno, canto XXXIII), con le quali Dante ha manifestato il suo profondo sdegno nei confronti dei genovesi, bollati come traditori, gente di cui non fidarsi, mi sono tornate in mente la scorsa settimana, in occasione delle celebrazioni in ricordo del 25 aprile 1945, data che per gl’italiani rappresenta il simbolo della fine della seconda guerra mondiale e dell’occupazione tedesca.

E proprio pensando a Genova ed a quel 25 aprile riflettevo su come a volte possa accadere che una stessa caratteristica, giudicata generalmente negativa (come nel caso della “diversità” dei genovesi evidenziata in quella famosa invettiva dantesca), possa invece, in un certo contesto, in determinate condizioni, rivelarsi elemento favorevole, utile, tutt’altro che negativo.

Come, cioè, alcune caratteristiche degli esseri umani vadano messe in relazione con l’ambiente e col momento storico nel quale vivono; come, a seconda del contesto, il loro valore cambi.

Limitarsi a dire che ogni città italiana è diversa dalle altre è dire un’ovvietà assoluta.

E come potrebbe essere altrimenti, in questo strano puzzle chiamato Italia, che va dalle Alpi a Lampedusa?

Il problema, quando si parla di diversità, è che molto spesso si commette il grossolano (e grave) errore di connotare di negatività quelle che sono invece semplici differenze.

Inviterei a questo proposito i lettori di questo post a cercare di cogliere le peculiarità che rendono ogni luogo un luogo unico (e quindi inevitabilmente diverso da tutti gli altri) e a domandarsi il perché di queste diversità.

Ritornando alla famosa “diversità” di Genova, trovo che la peculiarità di questa città vada ricercata nel carattere dei suoi abitanti, in quella loro proverbiale chiusura, diffidenza, ritrosia, in quel loro temperamento schivo (generalmente scambiato per superbia), in quel suo essere una città selvatica (secondo la definizione datane da Paolo Conte in quella splendido affresco che è “Genova per noi”), in quella predisposizione naturale dei suoi abitanti alla ribellione, all’insubordinazione, caratteristica della quale tanto si parla, quasi sempre però in maniera superficiale.

Così come alcune piante, per crescere, hanno bisogno di trovare un ambiente, un terreno, un clima, a loro favorevoli, allo stesso modo i fatti, per poter accadere in un determinato luogo (e così segnare la Storia di quel luogo) hanno bisogno che quel luogo sia caratterizzato da elementi a loro “favorevoli”.

E l’elemento che caratterizza un luogo, che lo rende “diverso” da tutti gli altri, è dato principalmente dal carattere delle persone che in quel luogo vivono, conseguenza e al tempo stesso causa dei fatti che lì (e non in altri luoghi) accadono.

Ogni luogo (come ogni individuo) è inevitabilmente, naturalmente, “diverso” da qualunque altro, per i fatti che ne hanno segnato la Storia: quel che accade oggi non è altro che la conseguenza di quel che è accaduto nel passato.

Ed è proprio a questa predisposizione naturale alla ribellione, che rende praticamente impossibile governare chi ce l’ha e che rende i genovesi così diversi, che si devono quei fatti che ogni anno, da 69 anni a questa parte, vengono con tanto orgoglio (e con tanta retorica) ricordati.

Come noto, Genova è la sola città d’Europa ad essersi liberata da sola nella primavera del 1945.

Il 27 aprile 1945, quando la V armata americana entrò a Genova, trovò una città libera.

Il dato sul quale però non viene mai posta la dovuta attenzione, quello che caratterizza l’unicità di Genova, non sta nel fatto di avere a che fare con una città che è stata capace di liberarsi da sola ma nel fatto che solo in questa città le truppe naziste si sono arrese ai partigiani, con ciò non consentendo agli alleati (ed alla classe politica che in Italia ha rivestito il ruolo del potere ufficiale) di esercitare nei suoi confronti quella parte che è stata invece esercitata nei confronti delle altre città italiane.

Ma chi ama la libertà, chi è indipendente per natura, sa bene per il compimento di certi gesti, di certi comportamenti, c’è un prezzo da pagare.

Sa bene che in un Paese come l’Italia certi valori (quali appunto la libertà, l’indipendenza), di cui pure tanto si chiacchiera, in realtà sono combattuti, contrastati.

E Genova, ancora oggi, continua a pagare un prezzo per essere stata la sola città che ha visto le truppe tedesche arrendersi ai partigiani.

E sempre a proposito di dati sui quali non viene mai posta la dovuta attenzione, come non considerare il valore (non soltanto simbolico) della differenza (di natura militare e sociale) fra chi firmò, in nome del Regno d’Italia, il 3 settembre 1943, a Cassibile, l’armistizio (nella sostanza, un atto di resa) nei confronti degli Alleati anglo-americani e chi firmò, in nome del Comitato di Liberazione Nazionale per la Liguria, il 25 aprile 1945, a Genova, l’atto di resa delle truppe tedesche?

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