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A proposito dell’assoluzione di Erri De Luca

20 Ott

Secondo la gran parte dei commentatori italiani la sentenza di assoluzione di Erri De Luca rappresenta una vittoria della giustizia, il riconoscimento del diritto alla parola, l’affermazione della libertà d’espressione.

Ma, soprattutto, rappresenta una sentenza “giusta”.

Per i giudici di Torino che hanno emesso questa sentenza le parole pronunciate dallo scrittore napoletano non vanno considerate un’incitazione a commettere un reato (istigazione a delinquere).

“Il fatto non sussiste” (questa la formula utilizzata dai giudici) vuol dire che nelle parole pronunciate da De Luca non c’era alcuna istigazione a commettere un reato, e quindi non c’era alcun reato.

Secondo me, invece, ad aver vinto a Torino è, ancora una volta, l’idea che in questo Paese possa essere consentito ad alcuni (in nome di qualcosa che sarà sempre possibile trovare, come la grida favorevole che cercava affannosamente l’avvocato Azzeccagarbugli) di non rispondere delle conseguenze dei loro comportamenti.

Ad aver vinto a Torino è l’idea che ad alcuni (solo ad alcuni, alla faccia della nostra Costituzione) possa, debba, essere riconosciuto il diritto ad essere irresponsabili.

E poco importa che si arrivi anche, con arroganza, alla provocazione (significative le parole pronunciate in aula da De Luca poco prima della sentenza, sempre, sia chiaro, in nome della famosa libertà d’espressione).

Quanto poi al considerare giusta una sentenza solo se favorevole, ritengo si sia di fronte ad una vera aberrazione: una sentenza è giusta solo se afferma la verità, e questo indipendentemente dalle conseguenze che da questa possano derivare.

Il vero problema che vedo nella sentenza di Torino non è nel non aver riconosciuto reato pronunciare certe parole ma nel non considerare responsabile delle conseguenze che certe parole possono provocare chi quelle parole le pronuncia.

Ed i primi ad avvertire questo grave rischio dovrebbero essere proprio gl’intellettuali, che invece rivendicano per sé, in quanto intellettuali, il diritto ad essere irresponsabili, il diritto all’impunità (e questo in un Paese che, com’è noto, alla punizione preferisce il perdono).

Molti di questi intellettuali (spesso solo sedicenti tali) si considerano, in nome della libertà d’espressione, esenti da responsabilità, anche se le loro parole, i loro comportamenti, dovessero funzionare da innesco, anche involontario, di un’esplosione.

Chi accende un fiammifero in un ambiente saturo di gas (pur essendo consapevole della natura di quell’ambiente) compie un’azione che è ben diversa se quella stessa azione la compie per accendere un bruciatore di un fornello a gas.

L’azione è la stessa (l’accensione del fiammifero) ma le conseguenze che questa provoca, in funzione dell’ambiente nel quale avviene, sono ben diverse!

Ma, evidentemente, questo è un Paese che rifiuta le responsabilità e al quale la Storia non insegna nulla.

 

P.S. L’Italia è un Paese davvero singolare: vengono sottoposte a processo persone che lo stesso processo riconosce non aver commesso alcun reato (persone che quindi non avrebbero dovuto essere processate) mentre persone che commettono reati (vedi l’apologia di fascismo) non vengono sottoposte ad alcun processo.

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A proposito del concetto di “responsabilità”

7 Apr

Quante volte capita di sentire, da parte dei personaggi della classe politica italiana, riferita alle possibili conseguenze di certi comportamenti di loro colleghi, l’espressione “se ne assumeranno la responsabilità”?

Ciò che a mio avviso conferisce a queste parole (che nelle intenzioni di chi le pronuncia dovrebbero suonare come una minaccia) un valore di assoluta comicità, è la consapevolezza (non solo da parte di chi ne è il destinatario, che delle eventuali conseguenze negative del proprio operato se ne infischia nella maniera più assoluta) della loro assoluta insignificanza.

Da qui, l’indifferenza generale con la quale quell’espressione viene accolta.

Semplici suoni, ecco cosa sono quelle parole (“se ne assumeranno la responsabilità”).

Niente di più che contenitori privi di contenuto, della stessa consistenza dell’aria che esce dai polmoni di chi le pronuncia.

Il termine che, nella mente dell’autore di queste “minacce”, dovrebbe incutere timore è quel “responsabile”.

Non capisce invece (o forse non se ne rende nemmeno conto) che in Italia questa parola ha un significato che è ben lontano da quello che si vorrebbe far credere che abbia.

In Italia il termine “responsabile” identifica quasi sempre una persona che, nell’ambito di un’organizzazione aziendale, percepisce, per il semplice fatto di essere chiamato tale, uno stipendio maggiore di chi quella qualifica non ce l’ha.

Ci sono però casi nei quali l’equivoco di far coincidere in modo meccanico il concetto di responsabilità con la quantità di danaro che si percepisce per la propria attività non esiste.

Parlo, per esempio, del caso della giustizia, settore nel quale essere “responsabile” significa essere “destinatario di sanzioni”; “responsabile”, in una struttura organizzativa aziendale, è, per un giudice, chi è destinatario di sanzioni, non chi usa quella qualifica solo per giustificare quanto guadagna in quell’azienda.

Il giudice che interviene in caso di incidente sul lavoro individua facilmente chi è “responsabile”: va a vedere chi sono i soggetti che, secondo le leggi che si applicano a quel caso, sono destinatari di sanzioni e analizza il comportamento da essi tenuto, quello che hanno, o non hanno, fatto.

Come si vede, la differenza non è di poco conto.

In genere, nel mondo del lavoro, soprattutto nella pubblica amministrazione, la gran parte di quelli che vengono identificati come “responsabili” (quelli cioè che in virtù di questa qualifica guadagnano di più) sono in realtà dei soggetti assolutamente irresponsabili.

E questo non solo perché non sono destinatari di sanzioni, ma per una ragione ancora più profonda: perché non rispondono del loro comportamento, perché non rendono conto del loro operato.

E l’origine di ciò sta nel fatto che, nella stragrande maggioranza dei casi, il lavoro non viene considerato come un’attività finalizzata al raggiungimento di un preciso risultato, ma solo, più semplicemente e più genericamente, come lo svolgimento di determinati compiti (le cosiddette “mansioni”).

Quello che manca, nella maggior parte del mondo del lavoro dipendente, è il concetto di “risultato”.

Prendiamo, per esempio, il settore della scuola, dove quello che conta è soltanto il numero di ore di lezione.

Nessuno, mai, che chiami gl’insegnanti a rispondere del livello di competenza degli studenti della scuola media italiana evidenziato dal rapporto Ocse-Pisa.

Chi è “responsabile” della preparazione degli studenti? Chi risponde di questo bel risultato?

Il punto è che in Italia, Paese refrattario come pochi al rispetto delle regole, manca un concetto-chiave, quello che in inglese viene definito accountability.

E questo in un Paese dove non si fa che ricorrere all’uso di termini inglesi.

Solo che del mondo anglosassone si importano le parole, non i concetti, i contenitori, non i contenuti.

Ci sono casi poi in cui (in alcuni settori del mondo del lavoro) si fa ricorso al lavoro per obiettivi: a inizio anno vengono fissati dei traguardi e a fine i risultati ottenuti vengono confrontati con quelli attesi.

A parte il fatto che spesso la definizione degli obiettivi, dei risultati attesi, sui quali misurare la responsabilità, non risponde ai dovuti criteri di trasparenza, quello che rende poco seri questi meccanismi è il fatto che il loro funzionamento è unidirezionale: il responsabile, se raggiunge gli obiettivi prefissati, viene premiato, ma non rende conto del loro mancato raggiungimento.

Non esiste cioè alcuna responsabilità per chi non raggiunge gli obiettivi che gli sono stati assegnati.

Adottare l’accountability, chiamare cioè i responsabili a rispondere del risultato raggiunto, significa invece prevedere conseguenze sia positive (premi) che negative (sanzioni).

Il responsabile deve essere destinatario non solo di premi ma anche di sanzioni.

Se no, il peggio che gli possa capitare è “non vincere”.

Come nella battuta di Totò, che inventa una regola per la quale non perde mai: qua vinciamo, qua perdi.

Responsabilità: un concetto da inculcare fin dalle elementari

15 Dic

Più vado avanti negli anni e più mi convinco del fatto che elemento essenziale di una società civile, perché questa possa essere considerata una comunità degna di questo nome, è che gl’individui che la compongono siano individui responsabili, persone responsabilizzate, abituate a rispondere in prima persona delle proprie azioni.

Per costruirla (una società civile va creata, non è qualcosa che è presente spontaneamente in natura) la strada maestra da seguire è quella di diffondere il più possibile, a tutti i livelli, il concetto di responsabilità.

E quest’operazione va fatta partendo dalla scuola elementare, quando l’individuo è in fase di formazione.

Sarebbe meglio se a cominciarla, quest’operazione, fossero, ancora prima della scuola, i genitori, ma molto spesso proprio questi sono i primi irresponsabili nei quali s’imbatte un individuo.

Pensare di farlo dopo, quando la crosta s’è ormai formata, è perfettamente inutile.

Credo sia essenziale che gl’individui imparino (ed è bene che comincino a farlo quando sono piccoli) a rispondere, non solo delle loro azioni ma anche delle conseguenze che da queste derivano.

Ai futuri adulti dovrebbe però essere prima insegnato come prevedere le conseguenze delle loro azioni (e delle loro mancate azioni).

Solo così potranno un giorno essere chiamati, a ragione, davanti ad una situazione che fosse conseguenza del loro comportamento, a rispondere di ciò che da quello è dipeso.

P.S.: non è certo casuale il fatto che la parola “responsabile” derivi dal verbo latino respondere.

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