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Un breve ricordo di Denis Mack Smith

15 Lug

Nei giorni scorsi è morto lo storico inglese Denis Mack Smith.

Anni fa, a Genova, ebbi modo di scambiare alcune considerazioni con lui, in occasione di un convegno su Mazzini.

Era un grande conoscitore della Storia d’Italia, e del Risorgimento in particolare.

A proposito di quel periodo, così tanto mitizzato dagli storici italiani, sosteneva (secondo me non senza ragione) che nell’Italia della seconda metà dell’800 fossero già presenti certi virus e che pertanto il ventennio andasse considerato come una conseguenza logica dell’Italia risorgimentale.

Denis Mack Smith parlava in sostanza di fascismo (che in tanti continuano a confondere col Fascismo, non cogliendo le differenze tra quello che è stato un determinato periodo storico e qualcosa che invece è connaturato negli italiani) anche quando parlava del Risorgimento.

Questa sua visione fu alla base di molte critiche, com’era facile aspettarsi in un Paese che si nutre di retorica e d’ipocrisia.

Gli si addebitava in generale una vena polemica verso i governanti italiani, non capendo che questa era invece segno del profondo amore che nutriva per l’Italia.

Ma non era questa la principale critica che gli si muoveva.

Lo stile giornalistico, il ricorso a numerosi aneddoti, caratteristiche del suo modo di scrivere, contribuivano a rendere gradevole la lettura dei suoi libri, procurandogli in tal modo il favore del pubblico.

Ed era proprio questo successo presso il grande pubblico il “peccato” che non gli veniva perdonato.

Non a caso gli accademici italiani, così privi delle caratteristiche del mondo anglosassone, così inclini a parlare solo a se stessi, solo alla ristretta cerchia degli “addetti ai lavori” (e non al pubblico), lo accusavano di “superficialità”, cercando in tal modo di sminuirne il valore.

Nulla di nuovo, nel Paese del latinorum, dove si confonde serietà con seriosità, autorità con autoritarismo, semplicità con superficialità, dove i relatori invitati a parlare in un convegno si limitano a leggere delle cartelle, dove le parole più criptiche sono più sono considerate di valore, dove “annoiare” prevale su “suscitare interesse”.

In definitiva, il principale “difetto” che gli accademici italiani rimproveravano a Denis Mac Smith era proprio un suo grande pregio: l’accessibilità.

La cosa tragica è che non se ne rendevano conto.

 

 

 

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La vera opera incompiuta di questo Paese è il Risorgimento, altro che la Salerno-Reggio Calabria!

27 Apr

Ora che si sono concluse le manifestazioni dedicate al 25 aprile, nelle quali l’ipocrisia e la retorica nazionali hanno avuto modo di esprimersi al meglio delle loro possibilità, incuranti del rischio di strumentalizzare, per miseri fini di bottega o, peggio, di banalizzare, quello che è stato un momento eccezionale, straordinario (nel senso pieno del termine, e cioè fuori dalla norma, dalla consuetudine, dall’ordinario) della storia nazionale, ora che le cerimonie sono finite, invito a riflettere sulle seguenti parole di Piero Calamandrei, uno dei padri della Costituzione italiana.

Bisogna fare di tutto perché quella intossicazione vischiosa non ci riafferri: bisogna tenerla d’occhio, imparare a riconoscerla in tutti i suoi travestimenti. In quel ventennio c’è ancora il nostro specchio: uno specchio deformante, che dà a chi vi si guarda un aspetto mostruoso di caricatura. Ma i tratti essenziali sono quelli: non dimentichiamoli. Solo riguardando ogni tanto in quello specchio possiamo accorgerci che la guerra di liberazione, nel profondo delle coscienze, non è ancora terminata.”

Cosa dire, dopo aver (ri)letto queste parole, se non che la cosa più seria che il popolo italiano dovrebbe fare (se davvero volesse onorare il ricordo della guerra di liberazione) è quella di vergognarsi per come ha ridotto questo Paese, per come ha usato la libertà regalatagli da chi lo ha liberato, per come ha tradito lo spirito della resistenza?

Cosa dire, se si ha il coraggio di vedere le condizioni (non solo quelle economiche) nelle quali si trova l’Italia e di confrontare il Paese reale con quello al quale pensavano quelli che hanno scritto la Costituzione, se non che si è di fronte ad un altro progetto incompiuto, proprio come quello dello Stato unitario?

Cosa dire, se non che la Costituzione, quella Costituzione per la quale tanti italiani non hanno esitato a mettere in gioco la propria vita, è ancora, a distanza di tanti anni (è entrata in vigore il primo gennaio 1948), lettera morta?

Cosa dire, se non che lo spirito della resistenza è stato totalmente tradito, proprio come lo fu a suo tempo quello del Risorgimento, primo dei progetti rimasti incompiuti nella Storia dell’Italia unita, che in realtà più disunita non si può?

E chiudo ricordando ancora Piero Calamandrei, con queste sue parole, pronunciate nel gennaio del 1955: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione“.

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