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A proposito dell’ultimo discorso pubblico di Paolo Borsellino

29 Lug

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Nel quartiere palermitano di Ballarò, proprio a fianco alla Chiesa del Gesù (nota anche come Casa Professa), si trova la Biblioteca Comunale.

Fu qui, esattamente nell’atrio di questa Biblioteca, che Paolo Borsellino tenne il suo ultimo discorso pubblico.

Era la sera del 25 giugno 1992, un mese prima c’era stato l’attentatuni di Capaci, un mese dopo ci sarebbe stata la bomba di via D’Amelio.

Quella sera, nel suo discorso, Paolo Borsellino ricordò più volte che Giovanni Falcone, suo amico prima ancora che suo collega, aveva cominciato a morire nel gennaio 1988 e non, come da molti sostenuto con superficialità, dopo la famosa intervista del Corriere della Sera a Leonardo Sciascia, dal titolo “I professionisti dell’antimafia”.

Come quella sera ricordò Paolo Borsellino, Giovanni Falcone aveva cominciato a morire quando il CSM aveva bocciato la sua candidatura alla guida dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, preferendogli un altro magistrato.

E quella sera Paolo Borsellino, ricordando quella notizia, disse, in tono amaramente ironico, che quello era stato il regalo che il CSM gli aveva fatto per il suo compleanno.

Per di più in quel gennaio del 1988 ebbe inizio la disgregazione del pool antimafia, la struttura organizzativa ideata all’inizio degli anni ’80 da Rocco Chinnici, un magistrato che sperava, purtroppo invano, in una mobilitazione delle coscienze dei palermitani, dei siciliani.

E a questo riguardo, a 33 anni esatti da quel 29 luglio che vide Palermo diventare come Beirut, va fatta una considerazione.

Troppo spesso, quando si parla di mafia, si commette un grave errore, che considero decisivo: ci si concentra solo sull’aspetto criminale del fenomeno, ignorando, tralasciando (volutamente, per ignoranza o per convenienza), un aspetto centrale: quello del coinvolgimento di larghi strati della società siciliana.

Si guarda sempre e solo alla superficie, a ciò che appare, e lì ci si ferma.

Si dice, per comoda ipocrisia: il fenomeno mafioso riguarda solo una piccola minoranza di siciliani, forse poche migliaia, a fronte di una maggioranza che è vittima innocente.

Mai che si cerchi di vedere cosa c’è sotto la superficie, mai che si cerchi di analizzare la vasta rete di relazioni che caratterizza il fenomeno mafioso.

Non si tratta di collegamenti occasionali, contingenti, ma di relazioni “storiche”, profonde, inestricabili, tra il mondo mafioso propriamente detto e rappresentanti del mondo economico, del mondo imprenditoriale, del mondo delle istituzioni.

Evidentemente si ignora (o si vuole ignorare) che è proprio questa fitta rete di relazioni che ha fatto della mafia qualcosa di molto più potente, e molto più pervasivo, di una semplice organizzazione criminale.

Ma come si fa a voler spiegare un fenomeno storico come quello mafioso in termini esclusivamente criminali?

Perché si evita, accuratamente, di andare a vedere cosa c’è sotto la superficie?

Forse perché andare sotto la superficie significherebbe chiamare in causa larghi strati della società siciliana, forse perché si scoprirebbe che molti di quelli che passano o vengono fatti passare per vittime sono in realtà complici, diretti o indiretti, gente che approfitta del lato violento del fenomeno mafioso per trarre, servendosi di questo, concreti benefici.

Ed è proprio questa mancanza di volontà di andare sotto la superficie che impedisce a quella speranza di Rocco Chinnici di diventare realtà, che fa della mobilitazione delle coscienze della quale parlava quel giudice galantuomo solo un sogno, che frena quei cambiamenti nei comportamenti quotidiani che sono la base di una reale, concreta, manifestazione di quella volontà di contrastare realmente il potere mafioso, volontà che troppo spesso viene invece surrogata con banali, e spesso ridicole, manifestazioni esteriori.

A proposito della data del 23 maggio e di Giovanni Falcone

23 Mag

Dal momento che in questo Paese l’ipocrisia e la retorica non sono mai abbastanza, ecco che il 23 maggio è diventato il giorno della legalità!

E così, dopo essere stato, in vita, oggetto di gelosia e d’invidia, dopo essere stato deriso, attaccato, isolato, umiliato, soprattutto da parte dei suoi colleghi magistrati (con poche eccezioni, una su tutte Ilda Boccassini), Giovanni Falcone, dopo essere stato ammazzato, è stato ormai ridotto, da quel 23 maggio di 24 anni fa, a ostaggio della retorica.

E allora, proprio in questo giorno, proprio in memoria di una persona che ho sempre considerato un esempio, un riferimento nel suo campo (non un santino), voglio dire una cosa molto semplice ai tanti ipocriti di questo Paese, a tutti quelli che parlano di cose che non conoscono, di cose che neanche capiscono: nella storia italiana ci sono magistrati che sono diventati famosi per le loro capacità, per il loro metodo di lavoro (penso innanzitutto a Rocco Chinnici, grazie al quale Giovanni Falcone ha potuto dimostrare le sue qualità) e ce ne sono altri invece che devono la loro popolarità solo a quella dei loro inquisiti.

La differenza tra queste due tipologie di magistrati è notevole, ed evidente.

Si tratta infatti della stessa differenza che passa tra le stelle e i pianeti: le prime brillano di luce propria, i secondi invece brillano solo di luce riflessa.

Una stella produce luce e calore, un pianeta invece viene illuminato e riscaldato dalla stella intorno alla quale gira.

E Giovanni Falcone, così come Rocco Chinnici e Paolo Borsellino, è una stella, una stella che splende e continuerà a splendere per sempre.

Tanti magistrati, per quanto possano fare per attirare su di sé l’attenzione, con certi loro atteggiamenti, con certe loro dichiarazioni, ma soprattutto con il loro modo di parlare, rimangono quello che sono: semplici pianeti.

Ripetere, per esempio, come fanno alcuni di loro, l’espressione menti raffinatissime, usata per la prima volta da Giovanni Falcone un mese dopo il giorno del fallito attentato dell’Addaura (21 giugno 1989), pensando forse in questo modo di essere considerati “simili” a chi l’aveva pronunciata, non solo ne sottolinea la diversa statura ma li rende pure ridicoli.

Ad evidenziare le differenze tra Giovanni Falcone ed altri magistrati bastano due elementi, tra i tanti: la grande differenza nella gestione dei cosiddetti pentiti e l’esito di certi processi.

Da una parte il cosiddetto maxiprocesso (avviato il 10 febbraio 1986) che, grazie al rigore professionale col quale fu istruito da Giovanni Falcone, fu in grado di reggere a tutte le verifiche (fino alla sentenza definitiva pronunciata il 30 gennaio 1992 dalla Corte di Cassazione), dall’altra processi miseramente falliti.

P.S.: ancora oggi, a distanza di tanti anni, si continua a far confusione a proposito del famoso pool antimafia di Palermo. Il suo ideatore fu Rocco Chinnici ed è pertanto a lui che ne va attribuita la paternità e non, come invece si continua a scrivere, ad Antonino Caponnetto. Quest’ultimo, una volta assunta la guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo, dopo l’assassinio di Chinnici, ne sviluppò l’idea.

Solo conoscendo il passato si può capire il presente (a proposito di mafia).

24 Mag

Se, com’è evidente, non è vero che la mafia uccide solo d’estate (come dice il titolo del film di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, trasmesso ieri sera dalla Rai) è però vero che di mafia si parla solo occasionalmente, stagionalmente, e sempre in maniera parziale e approssimativa.

In particolare, se ne parla con una superficialità, con un retorica, con un’ipocrisia che, ogni anno che passa, diventano sempre più fastidiose, sempre più insopportabili.

Soprattutto in occasione di alcune date-simbolo, com’è diventata, dopo il 1992, quella del 23 maggio.

In queste funzioni liturgiche si celebrano date che molti di quelli che vi partecipano (in mezzo ad alcune autentiche macchiette e a tanti opportunisti) ricordano “a comando”, solo per apparire, solo per partecipare ad un evento, solo per sentirsi “parte” di qualcosa più grande di loro.

Per non parlare di tutti quelli che nemmeno sanno a cosa quelle date si riferiscano, ignari dei sentimenti che alcune date suscitano, delle ferite che riaprono, nel cuore, nella mente, di chi non appartiene al mondo finto dell’immagine, un mondo superficiale, assolutamente non adatto a trattare temi seri, complessi, come il fenomeno mafioso.

In questi giorni, il ricordo “stagionale” è stato dedicato ad una delle date che più hanno segnato la storia recente di questo Paese.

Lo Stato italiano, attraverso le sue istituzioni (centrali e periferiche), lo ha fatto, come al solito, con quella retorica e con quell’ipocrisia delle quali è intriso, retorica e ipocrisia che fanno chiamare “accoglienza” il modo vergognoso col quale, da anni, vengono trattate le persone che, dopo aver attraversato il Mediterraneo, sbarcano in Italia, retorica e ipocrisia che fanno celebrare l’entrata italiana nella prima guerra mondiale, senza minimamente curarsi del fatto che ogni cinque minuti ci si dichiari contrari alle guerre (da chi si dichiara pacifista ci si aspetterebbe che celebrasse la fine di una guerra, non l’inizio).

Capisco che alcuni vogliano mantenere vivo il ricordo di certe date, consapevoli che una comunità priva di ricordi è una comunità priva di futuro, morta.

Ma che a farlo sia lo Stato italiano, che a farlo siano istituzioni rappresentate da certi personaggi, questo proprio no.

Lo Stato italiano, inteso non come alcuni singoli individui, fuori dalla norma, che ne hanno fatto/che ne fanno parte, ma come insieme delle istituzioni che lo compongono, non ha i titoli necessari per officiare questo tipo di cerimonie.

Soprattutto, non ha quello che è il requisito più importante per farlo seriamente: la credibilità.

La Storia, quella che sempre meno italiani conoscono, dimostra che lo Stato italiano, al di là della retorica, al di là delle chiacchiere, non ha mai fatto nulla, fin da quando è nato, per contrastare efficacemente il potere mafioso, soprattutto non ha fatto nulla per rimuovere le cause dalle quali quel potere trae la sua forza.

Non solo, ma anziché combatterla apertamente, anche ricorrendo all’uso della violenza, legittimato in questo proprio dal suo essere Stato (gli Stati, come diceva Max Weber, sono i detentori del monopolio della forza fisica legittima), la mafia lo Stato italiano l’ha sempre usata, se ne è sempre servito, incurante delle conseguenze derivanti dall’aver rinunciato ad essere “Stato” (proprio come fece in occasione dell’avvento del fascismo).

Lo Stato italiano si è servito della mafia ogni volta che ne ha avuto bisogno e lo ha fatto, cinicamente, per perseguire i propri interessi, trovandosi per questo alleato di chi aveva come obiettivo quello di mantenere quei privilegi che del fenomeno mafioso sono il brodo di coltura.

Ed è proprio su questa delega di funzioni, su questo mandato ad operare, che si fonda quel riconoscimento sociale di cui l’organizzazione mafiosa ha sempre goduto in larghi strati della popolazione.

Ridurre, come superficialmente fanno in tanti, il fenomeno “mafia” ad una questione di criminalità organizzata è una comoda banalizzazione, una limitazione che impedisce di capire la portata del fenomeno col quale si ha a che fare (portata che è proprio quella che si vuole tenere nascosta).

Se è certamente vero che la mafia è una potente organizzazione criminale è altrettanto vero che il potere di cui questa gode, potere che non potrebbe essere tale se non fosse fondato su un largo consenso sociale (ed è questo il punto-chiave della questione), non è spiegabile con la sola dimensione criminale del fenomeno, per quanto grande questa possa essere.

Le descrizioni dei fenomeni, anche se ben fatte, anche se ben documentate (come nel caso di alcune descrizioni del fenomeno mafioso), sono comunque soltanto una descrizione di ciò che avviene.

Molto più interessante è invece cercare di capire qual è l’essenza dei fenomeni, perché accadono i fatti descritti e, soprattutto, quali sono le loro origini, dove certi fenomeni affondano le loro radici.

E questo non perché, una volta note le basi sulle quali si fonda un fenomeno storico, si possa cambiare il corso delle cose, ma semplicemente per il piacere della verità.

La verità, però, come l’onestà (“Il piacere dell’onestà”, di Pirandello), è un’arma molto pericolosa per il potere, in quanto in grado di destabilizzarlo, di scuotere le fondamenta sulle quali è stato costruito.

Ed è proprio per questo motivo che chi detiene il potere fa di tutto per tenerla nascosta.

Occorre guardare il presente dal passato, da lontano, occorre evitare di ridurre la Storia ad una banale successione di date, occorre essere consapevoli che le diverse età della Storia non sono scatole tra di loro non comunicanti.

Solo la conoscenza del passato può permettere di capire il presente.

A conferma di quanto poco sia stato fatto dallo Stato italiano in centocinquant’anni (a questo proposito, più che di un evidente fallimento sarebbe forse più realistico parlare di complicità), basta leggere quella che ancora oggi rimane la più lucida analisi del fenomeno mafioso (quella condotta nel 1876 da Leopoldo Franchetti) e confrontare lo Stato di allora con quello di oggi.

In quella famosa inchiesta sulla Sicilia, Franchetti mise in evidenza il problema di una classe dirigente diretta erede del sistema feudale, della sua abitudine di considerare le istituzioni come strumento di sopraffazione, lontana anni luce dalla concezione della legge come qualcosa di impersonale, uguale per tutti.

Una questione sociale, quindi, prima ancora che di ordine pubblico.

Conseguenza di quella concezione feudale del potere fu il favoreggiamento di briganti e delinquenti, nonché il ricorso ai loro “servizi” per la custodia e la gestione delle proprietà.

Ed è proprio in questo comportamento di quelle “classi dirigenti” che va individuato il nocciolo del problema.

Elemento-chiave della società siciliana descritta da Franchetti è la funzione assunta in essa dall’uso della violenza: da strumento del quale, nel sistema feudale, la classe dominante teneva l’esclusiva, la violenza divenne lo strumento al quale far ricorso per l’affermazione dei propri diritti anche per altri soggetti.

La conclusione alla quale giunse Franchetti è che il comportamento mafioso (da notare l’uso dell’aggettivo mafioso al posto di quello del sostantivo mafia) rappresentava la maniera di essere della società siciliana, di tutta la società, in una miscela nella quale a prevalere erano gli elementi della tradizione.

Ed è per questo motivo, per il ruolo della tradizione, che, se si vuole conoscere la verità su un fenomeno che segna la società siciliana, tipicamente una società “tradizionale” (l’opposto di “innovativa”), è di fondamentale importanza conoscerne la storia, fin dalle origini.

Si può così capire, per esempio, l’uso strumentale del termine “mafioso”, non sempre associato ad un’effettiva appartenenza all’organizzazione criminale, oppure capire come il sistema feudale sia sopravvissuto all’abolizione del feudalesimo (avvenuta nel 1812).

Così come si può capire che è proprio della classe dirigente siciliana l’abitudine di farsi promotrice di “rivoluzioni”, mobilitando a tal fine le masse, ma rimanendo sempre ben attenta al mantenimento dell’ordine sociale, ad impedire che le “rivoluzioni” diventino realmente tali.

Ma, soprattutto, si può capire come il fenomeno mafioso affondi le proprie radici negli anni seguiti alla morte di Federico II, anni che videro, da una parte, un aumento del potere baronale e, dall’altra, una crescente emarginazione delle popolazioni cittadine.

Sono le vicende accadute in quegli anni che, a mio modo di vedere, hanno condizionato, e continuano a condizionare, la storia della Sicilia.

È in quell’epoca che sono stati piantati i semi di quel bisogno di giustizia che è alla base del successo del fenomeno mafioso.

Il fatto che, successivamente, questo fenomeno, da condizionato qual era, sia diventato condizionante, non sposta la questione.

È da quella necessità, da quell’esigenza di giustizia (da quasi ottocento anni in attesa, invano, di una risposta) che nasce il potere della mafia, organizzazione criminale diventata col tempo fonte essa stessa di bisogni, di quegli stessi bisogni per i quali fornisce, dopo averli creati, la soluzione.

Secondo le classiche regole del marketing.

E, in chiusura, voglio ricordare alcune parole di Rocco Chinnici, un siciliano che aveva ben chiari i termini della questione: “E allora, signori miei, il rimedio: la mobilitazione delle coscienze. Solo così, quando tutti noi saremo sensibilizzati, quando ci sentiremo solidali con chi è caduto, quando avvertiremo imperioso il bisogno di compiere il nostro dovere di cittadini: solo così si potrà dare un contributo per la lotta contro la mafia”.

Ricordando Giovanni Falcone

18 Mag

Il 23 maggio di vent’anni fa veniva assassinato Giovanni Falcone, e dopo quasi due mesi la stessa sorte sarebbe toccata al suo fraterno amico Paolo Borsellino.

Si è trattato, in entrambi i casi, di azioni di vera e propria guerra militare, condotte con modalità che la mafia aveva già usato a Palermo nove anni prima (il 29 luglio 1983), quando, per eliminare il Consigliere Istruttore Rocco Chinnici (il magistrato al quale si deve l’idea del pool antimafia), non esitò a trasformare la città del Monte Pellegrino in Beirut.

Troppo grandi sono il dolore, la rabbia, la tristezza, il senso di vuoto, d’incredulità, di smarrimento che ho provato allora e che continuo a provare per queste morti e ancora oggi, nonostante il tempo trascorso, ho un grande pudore a parlarne.

Quello che qui voglio dire è che poche storie come quella del pool antimafia di Palermo testimoniano il fatto che è sempre stato un numero limitato di persone a fare le cose che hanno dato dignità a questo Paese.

Chi la storia italiana la conosce per davvero sa infatti che quello che di veramente importante è stato fatto dalla Magistratura di questo Paese in 150 anni per cercare di contrastare i grandi poteri criminali è sempre stato il risultato dell’impegno di singoli magistrati, più che della Magistratura nel suo insieme.

Sa anche che l’errore capitale che le istituzioni italiane hanno sempre commesso (e che ancora oggi continuano a commettere) è quello di ritenere il fenomeno mafioso un fenomeno che possa essere affrontato esclusivamente per via giudiziaria.

Il dato che bisognerebbe sempre tenere bene a mente è che quei magistrati che, animati da un alto senso dello Stato, hanno cercato di affermare la giustizia, non solo non hanno mai trovato dalla loro parte, a loro convinto supporto, compatte, le altre istituzioni, ma che anzi proprio da queste hanno visto arrivare le più amare delusioni.

D’altra parte, com’è noto, l’affermazione della giustizia non è mai stata un vero obiettivo dei governi italiani.

Una delle più recenti conferme in proposito viene dalla mancata ratifica da parte del nostro Paese (dopo ben 13 anni dalla sua sottoscrizione!) della Convenzione penale del Consiglio d’Europa sulla corruzione, recante disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione.

La vuota retorica con la quale questo Paese ricorda uomini come Falcone diventa ancora più insopportabile quando fa ricorso a termini quali il “sacrificio”.

Quello che hanno fatto uomini come Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino non lo hanno fatto per un malinteso senso del “sacrificio”.

Quello che questi uomini hanno fatto lo hanno fatto perché sentivano di doverlo fare, perché avevano un alto senso morale, perché avevano un’alta idea dello Stato (lavoravano per un’idea, per quello che ritenevano dovesse essere un vero Stato, per qualcosa cioè che in realtà manca agli italiani, che forse formano un popolo, ma certo non uno Stato), perché avevano un alto senso della giustizia, proprio quella giustizia di cui soprattutto i siciliani hanno da sempre una gran fame, quella giustizia che, in 150 anni, non hanno mai visto affermata dallo Stato italiano.

A proposito della fame di giustizia dei siciliani, assolutamente emblematico è quello che disse Gaetano Badalamenti, uno degli ultimi classici padrini mafiosi, nel corso della sua intervista televisiva a Ennio Remondino.

Alla domanda sul perché del potere della mafia, sul perché tante persone si rivolgevano a lui, il boss di Cinisi rispose dicendo che gran parte delle richieste che riceveva provenivano da persone che si rivolgevano a lui per avere giustizia.

Nella sua ultima intervista, rilasciata pochi giorni prima di essere assassinato dalla mafia, Carlo Alberto Dalla Chiesa disse a Giorgio Bocca: “Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini, non sono altro che i loro elementari diritti”.

A proposito poi dell’isolamento in cui fu lasciato (nell’indifferenza generale), Falcone disse: “si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande”.

Per lui giocarono entrambi i fattori.

Il dato però sul quale si tende spesso a sorvolare con una certa disinvoltura, in questo Paese dominato dalla retorica, dalle chiacchiere, dalle manifestazioni esteriori, è che ad isolare Falcone, prima ancora della cosiddetta “società civile”, sono state le istituzioni dello Stato italiano, e più di tutte la Magistratura, vale a dire proprio l’organismo dello Stato nel quale Falcone lavorava.

I suoi principali nemici Falcone li ha avuti tra i suoi colleghi, anche tra quelli presenti al suo funerale.

Sono stati dei magistrati che lo hanno isolato, sono stati ancora dei magistrati che gli hanno impedito di guidare l’Ufficio Istruzione di Palermo dopo Antonino Caponnetto, sono stati sempre dei magistrati che lo hanno insultato, anche da morto.

Ma quali sono stati i veri motivi di questa “messa all’angolo” da parte dei suoi “colleghi”?

Sono convinto che il motivo principale, quello più profondo, più vero, quello che nessuno ammetterà mai, vada individuato in un sentimento fra i più forti che esistano nell’animo umano: l’invidia.

In questo Paese quello che proprio non si perdona è di avere successo, di vedere qualcun altro ottenere risultati che nessuno è mai riuscito ad ottenere; credo ci sia questo alla base del mancato riconoscimento del merito alle persone che se lo meritano.

Falcone diceva anche che “in Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”.

Ma quel termine “riuscito” proprio non mi convince, soprattutto se penso a come è stato assassinato Paolo Borsellino: come si fa infatti ad accettare il fatto che nessun organo dello Stato abbia pensato di “bonificare” la via D’Amelio, soprattutto il tratto di strada davanti all’ingresso del palazzo dove abitava la mamma del magistrato?

Falcone avrebbe dovuto dire “che lo Stato non ha protetto”, se non proprio “non ha voluto proteggere”.

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