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Le parole sono importanti. Vanno usate rispettandone il significato (a proposito della sentenza sul processo mafia capitale)

24 Lug

Dopo i commenti alla recente sentenza su “mafia capitale”, la scritta che compare sul Palazzo della Civiltà italiana dell’Eur di Roma si arricchisce di una nuova categoria di italiani: non solo infatti un popolo di poeti, di artisti, di eroi... (elenco che già da tempo comprende allenatori della nazionale di calcio e sismologi) ma, da ieri, anche mafiologi.

Ovviamente, come in altri casi, tutti esperti di una materia della quale sono assolutamente ignoranti.

Ma veniamo alla sentenza.

La prima reazione di questi nuovi mafiologi è stata quella di far dire alla sentenza un cosa che la sentenza non dice: che cioè a Roma la mafia non c’è.

In tanti commenti non c’è però soltanto la consueta strumentalizzazione (sia da parte dei politici che da parte dei cosiddetti organi d’informazione) delle parole (in questo caso, voler far dire ad una sentenza una cosa che quella non dice, manomettendola al fine di farne uno strumento utile per far considerare poco credibili certe accuse e ingiuste certe condanne).

In molti commenti si vede infatti confermato anche (e forse, direi, soprattutto) il fatto che in Italia è molto alto il numero di quelli che leggono senza capire quello che leggono, di quelli che vedono quello che non c’è e non vedono quello che c’è.

Cos’è che si dovrebbe capire dalla lettura della sentenza?

Si dovrebbe capire una cosa molto semplice: e cioè che la sentenza non dice affatto che a Roma la mafia non c’è, dice invece che l’associazione criminale processata (di quella si parla, e solo di quella) non è di tipo mafioso.

C’è poi un altro elemento da sottolineare, a proposito di certi commenti, e questo è davvero surreale: il sollievo che in molti ha procurato il mancato accoglimento della tesi sostenuta dalla Procura (l’aggravante mafiosa).

E qui c’è da sottolineare il fatto che ad innescare tutto questo putiferio è stata l’espressione “mafia capitale”, usata per la prima volta (forse con una certa dose di leggerezza) dalla Procura di Roma, come elemento sul quale basare la richiesta dell’aggravante mafiosa.

Dire però che la Procura di Roma ha usato in maniera superficiale la parola mafia (parola che più abusata non si può), associandola alla banda criminale oggetto del processo, non significa affatto sminuire il lavoro di quella Procura, così come non giustifica il tentativo di volerla associare a chi, fino a poco tempo fa, negava l’evidenza, affermando “qui la mafia non esiste”; né, tanto meno, può in alcun modo giustificare l’aver messo la Procura di Roma sul banco degli imputati, come invece hanno fatto, in maniera miserabile, in tanti.

A proposito del ricorso alla parola mafia, va detto che agli italiani questa parola provoca un certo effetto: agli italiani piace considerare la mafia come il non plus ultra del male ma, soprattutto, piace considerarla qualcosa di invincibile (non sono pochi quelli che, proprio per questo, sotto sotto l’ammirano).

Va anche detto che la polemica innescata dal mancato riconoscimento dell’aggravante mafiosa è poi sfociata in commedia (com’è noto, tutto in Italia si trasforma in commedia): alla fazione di quelli che si sono dichiarati sollevati (sprezzanti del ridicolo) si è affiancata infatti quella di chi invece ha tenuto a ribadire che la mafia è presente anche a Roma (pur di evitare che si possa dire che la situazione in cui versa la capitale d’Italia è ancora peggiore di quella di una città in mano alla mafia, a certi personaggi fa comodo poter avere un nemico forte, invincibile, dal quale far dipendere il loro fallimento).

Quelli che si sono sentiti sollevati non tengono conto del fatto che l’associazione di tipo mafioso identifica un determinato tipo di reato (ve ne sono anche altri, di natura diversa ma non per questo meno gravi) e fanno finta d’ignorare che la sentenza non sminuisce la pericolosità di quell’associazione criminale (la sentenza ha detto che l’associazione criminale processata non è di tipo mafioso, come prospettato dalla Procura, ma questo non vuol dire che i danni che ha prodotto siano meno gravi, o che sia meno pericolosa: si può essere pericolosi anche senza essere mafiosi).

Solo in un Paese ridicolo come questo si può essere sollevati per il fatto che un’associazione criminale non venga considerata anche mafiosa (sarebbe come esultare per il fatto che gli esami hanno detto che il tumore che ci condanna senza scampo non è al cervello ma è solo ai polmoni).

Per quanto riguarda invece la fazione di quelli che invece, basandosi sulla denominazione di mafia capitale, hanno puntato a “gonfiare” l’accusa, va detto che in questo comportamento si trova una conferma del fatto che per certi mafia-dipendenti la mafia, se non ci fosse, bisognerebbe inventarla.

 

 

P.S.:

E come poteva mancare, nei commenti alla sentenza, un richiamo a Leonardo Sciascia, alla sua famosa “linea della palma”?

Quando si parla di mafia scatta subito, in maniera automatica, come un riflesso incondizionato, il richiamo all’autore di quello che va considerato un vero libro spartiacque nel campo della letteratura, “Il giorno della civetta”.

La cosa divertente, di questi superficiali, banali, richiami a Sciascia, è il tentativo di volerne fare un esperto di mafia.

A conferma della loro superficialità (Sciascia, famoso per la sua cura maniacale nell’uso delle parole, avrebbe invitato a non far diventare tutto mafia, e a sciogliere sempre qualche dubbio in quelle che si ritengono certezze aritmetiche), questi non sanno nemmeno che proprio Sciascia, in un articolo del 1982 sul Corriere della Sera (riportato, non a caso, nel suo “A futura memoria”) diceva di sé: non c’è nulla che mi infastidisca quanto l’essere considerato un esperto di mafia o, come oggi si usa dire, un “mafiologo”.

A conferma del fatto che non basta citare Sciascia per dare a intendere di conoscerlo.

Anche se se ne è letto qualche libro.

Un leader guida il suo popolo, un follower lo segue.

23 Set

La notizia che negli ultimi giorni ha polarizzato l’attenzione dei media italiani è stata senza dubbio quella del rifiuto della città di Roma di organizzare le Olimpiadi del 2024 (oltre, ovviamente, a quella del divorzio tra Angelina Jolie e Brad Pitt…).

Anche se, nel caso del rifiuto romano, si tratta di una non notizia, trattandosi di qualcosa già da tempo annunciato.

Leggendo le principali motivazioni fornite finora in merito al rifiuto si nota che queste sono state di due tipi: da una parte si è detto che in tal modo si è voluto evitare che i soldi che sarebbero arrivati a Roma finissero nelle mani di intrallazzatori e criminali, dall’altra si è detto che si è voluto evitare che la capitale d’Italia vedesse aumentare ancora di più il proprio debito (del quale peraltro nemmeno si conosce l’esatto ammontare).

Accanto a queste motivazioni ufficiali risulta però più che legittimo leggerne anche altre.

Come non leggere, per esempio, dietro quel NO, una fuga dalle proprie responsabilità e, cosa ancora più allarmante, un’ammissione d’incapacità di gestire correttamente un evento complesso?

Non sarebbe stato logico attendersi, da parte di chi ha chiesto a gran voce di essere messo alla prova, di dimostrare in concreto, avendone la possibilità, la propria capacità d’impedire che soldi pubblici finissero nelle tasche di intrallazzatori e di criminali?

Non sarebbe stato logico attendersi un’assunzione di responsabilità in tal senso?

Per quanto riguarda poi la seconda motivazione ufficiale, quella che vede alla base del rifiuto la volontà di evitare un aggravio del bilancio comunale, come non pensare che dietro quel NO agli sprechi ci sia, accanto alla paura di fallire, anche una mancanza di capacità di guardare oltre il breve termine, una mancanza di capacità strategiche?

Il problema è che molti di quelli che oggi vengono impropriamente chiamati leaders sono in realtà dei semplici followers: anziché guidare il loro popolo ne seguono le voglie, mutevoli come queste.

E cosa c’è di più semplice, soprattutto in certi ambienti, che puntare a guadagnare popolarità mostrandosi “contro”, sfruttando in tal modo il consenso di quelli che hanno nell’essere “contro” la loro ragione di vita?

Cosa c’è di più comodo che sfruttare il fatto che essere “contro” viene da molti vissuto come atto di libertà, di ribellione contro le ingiustizie (incuranti del fatto che essere “contro” a prescindere, sempre e comunque, può anche voler dire essere “contro” il buon senso, “contro” la logica)?

Quello che non si capisce è che a guidare certe scelte non può essere solo la contabilità.

Il pensiero “corto”, che, assieme alla mancanza di pensiero critico, al fanatismo (in tutte le forme in cui questo si manifesti), è il vero cancro di questi anni, impedisce di capire che i ritorni di certi investimenti non si misurano solo in termini quantitativi e, soprattutto, che vanno valutati sul medio-lungo periodo.

Se poi si pensa che qualsiasi investimento debba essere valutato solo sulla base di un’analisi costi-benefici, tanto vale allora far gestire tutto ad un ragioniere.

O ad un algoritmo.

Sai quanti soldi si risparmierebbero!

P.S.:

A supporto della bontà della scelta di aver rinunciato, nell’interesse dei romani, ad ospitare a Roma le Olimpiadi del 2024 si è detto che le città che le hanno ospitate in passato si sono enormemente indebitate.

E a proposito di città indebitatesi per aver organizzato le Olimpiadi sono stati fatti diversi esempi.

Tra questi però non credo che aver citato Barcellona giovi alla causa: basta infatti conoscere la capitale della Catalogna, girare per le sue strade, per rendersi conto dell’importanza che quelle Olimpiadi hanno avuto per il rilancio di quella città.

I fenomeni storici sono qualcosa di più complesso di un semplice episodio

15 Apr

Uno dei segnali più evidenti della decadenza culturale di questi anni è sicuramente la superficialità con la quale si affrontano temi dei quali non si è in grado di cogliere la complessità.

Ma, d’altra parte, com’è pensabile cogliere la complessità di una questione se non se ne ha la capacità, se si è deboli di pensiero?

Com’è ormai consuetudine si cercano sempre risposte facili ad ogni genere di domande.

Non solo, si cercano anche collegamenti immediati tra i fatti, nella convinzione diffusa che, laddove alcuni di essi siano tra di loro collegati da un rapporto di causa-effetto, vi sia sempre un rapporto di 1 a 1 (ogni effetto riconducibile solo ad una causa) e che l’effetto debba necessariamente rivelarsi immediatamente dopo il verificarsi della relativa causa.

Come se i collegamenti temporali tra effetto e causa fossero dello stesso tipo di quello tra l’accensione di una lampadina e l’attivazione dell’interruttore al quale è collegata.

Questa povertà di pensiero è apparsa in tutta la sua evidenza in occasione dei tanti commenti sul degrado di Roma, emerso a seguito dell’inchiesta “mafia capitale”, degrado da tanti collegato solo agli ultimi anni.

Per di più, si pensa di avere a che fare con un episodio, e non invece con un fenomeno, peraltro complesso, evidentemente non cogliendo le differenze tra i due.

Un conto è, per esempio, avere a che fare con la vita di una persona, un altro con il suo carattere.

Nel primo caso c’è una data d’inizio, certa, nel secondo no: il carattere delle persone è qualcosa che si forma col tempo, non nasce in un determinato momento.

E in più è il risultato dell’azione di molti elementi.

L’incapacità di distinguere “episodio” (per esempio, la fondazione di Roma) da “fenomeno” (il suo degrado) porta, tra l’altro, a pensare che si possano porre domande come “quando cominciò quel fenomeno?” come se si chiedesse “quando accadde quell’episodio?”.

Questa superficialità risulta ancora più evidente quando si ha a che fare con fenomeni storici.

La Storia è una successione di fatti, ma non a tutti i fatti è possibile associare un’esatta data di inizio e di fine.

Vi sono fatti che non sono trattabili come fossero dei segmenti, con un punto d’inizio, una lunghezza temporale ed un punto di fine.

In molti casi la Storia è un continuum, qualcosa di ben diverso, più complesso, di una semplice successione cronologica di eventi.

Pensare che per tutti gli eventi storici sia possibile individuare una precisa data di inizio è segno di debolezza di pensiero, di senso banale della realtà, significa non cogliere la complessità della Storia, non avere idea delle connessioni reciproche che esistono tra gli eventi che si susseguono.

Non si ha a che fare con la vita di un individuo, con una data di nascita ed una di morte.

Vi sono fenomeni storici che hanno origine in eventi accaduti prima che quei fenomeni risultino evidenti, in tempi più o meno lontani dal momento della loro visibilità, dal momento in cui a quei fenomeni viene associato un nome (le cose esistono prima del loro nome).

La relazione di causa-effetto che lega tra di loro alcuni eventi storici non si manifesta immediatamente dopo il verificarsi dell’evento/degli eventi causa.

Vi sono fenomeni che si manifestano dopo un lungo periodo d’incubazione, parecchio tempo dopo che sono accaduti gli eventi che hanno creato le condizioni perché accadessero e dopo che sono accaduti gli eventi che hanno creato le necessarie occasioni.

Cercare la data di origine e di fine di ogni evento storico è una cosa priva di senso, prima ancora che impossibile.

A proposito dei recenti episodi di teppismo di Roma

22 Feb

I recenti fatti che hanno preceduto la partita Roma-Feyenoord confermano non solo lo strapotere del mondo del calcio nei confronti del resto della comunità e la rassegnazione con cui le città osservano, da ostaggi inermi, queste manifestazioni d’inciviltà, di violenza animale, ma, ancor di più, l’incapacità dello Stato italiano di difendere adeguatamente i propri cittadini, il territorio, dai pericoli, d’impedire che questi producano danni.

Dire che i fatti di Roma dipendono dall’esistenza di alcune frange di tifosi (ancora con questa buffonata di usare il termine “tifosi” per indicare quelli che sono invece dei teppisti) e non dall’incapacità, tutta italiana, d’impedire che dei delinquenti facciano quello che vogliono, è come dire, davanti al crollo, in occasione di un terremoto (avvenuto in un territorio di cui era ben nota la natura sismica), di edifici mal costruiti (per incapacità o per lucrare sul prezzo), che quei crolli dipendono dal terremoto e non invece da chi ha costruito, in quel territorio, edifici non in grado di resistere alle scosse.

L’esistenza di delinquenti (non solo nell’ambito del mondo del calcio), così come la sismicità di un territorio, sono dati di fatto e da essi non si può prescindere.

Chi lo fa mette in condizioni di grande rischio la comunità nella quale vive.

L’aspetto che però trovo più incredibile in occasioni come quella di Roma non è che non si faccia nulla per prevenire i danni causati dai pericoli ma che si imputi agli stessi pericoli, al fatto che esistano, la responsabilità di quello che inevitabilmente succede quando vengono lasciati liberi di produrre i danni collegati alla loro esistenza.

La cosa che trovo veramente assurda è che si pensi che fenomeni naturali come i terremoti, come la delinquenza, fenomeni che fanno parte del mondo reale, possano non esistere, che si possa prescindere dalla loro esistenza.

È come se, una volta preso fra le mai un vaso di vetro, si lasciasse poi la presa e, una volta che quel vaso si sia ridotto inevitabilmente in una massa di pezzi di vetro, s’imputasse poi all’esistenza della forza di gravità la responsabilità di quella rottura.

In sostanza, anziché organizzarsi per ridurre le probabilità che una situazione di pericolo possa produrre danni, ci si affida alla sorte, riponendo in essa le speranze che quel pericolo non dia vita ai danni che è in grado di produrre, oppure ai sogni, pensando ad un mondo privo di pericoli.

Tutto questo per nascondere la propria incapacità, la propria inadeguatezza.

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