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A proposito della trentaduesima edizione del Salone del libro di Torino

8 Mag

Seguendo il dibattito che da giorni infiamma la trentaduesima edizione del Salone del libro di Torino c’è da restare allibiti.

Non però per ciò che è successo (aver accettato che vi partecipasse la casa editrice Altaforte) ma per il dibattito che si è scatenato intorno a questo fatto.

Dibattito, come al solito in questo Paese, non sui fatti, ma sull’interpretazione che se ne dà, sulla mistificazione che se ne fa.

Va innanzitutto ricordato, come premessa, che il Salone del libro di Torino è una Fiera commerciale, ed essendo tale non c’è alcun dovere, da parte di un autore, di andarci o di non andarci.

Si tratta di un’opportunità, ed ognuno è padronissimo di coglierla o di non coglierla.

Si dice poi che il Salone rappresenta (anche) un’occasione per una libera circolazione di idee, cercando così di camuffare, ipocritamente, l’essenza della manifestazione, che resta quella di fiera commerciale.

Ovviamente, se i decisori sono autorità pubbliche, nel perseguire i loro obiettivi commerciali sono in ogni caso tenuti a rispettare le leggi dello Stato, a cominciare da quella più importante, vale a dire la Costituzione.

Venendo alla polemica che quest’edizione ha scatenato, ed al gioco delle tre carte che si sta giocando, spostando sempre il punto-chiave della questione, la cosa che fa rabbia è non si capisca, o che si faccia finta di non capire, che il problema non è la libera circolazione delle idee, ma la messa in atto di comportamenti che a certe idee sono collegati.

Il problema infatti è che si fa finta di non vedere le azioni concrete che ormai da mesi si susseguono in Italia, azioni collegate alle idee che quella casa editrice fa circolare liberamente.

Ed a proposito di ipocrisia (quella sabauda ha fatto scuola in questo Paese, che non a caso è nato avendo in mente una sua piemontesizzazione), fa veramente pena assistere al vergognoso rimpallo di responsabilità, a proposito dell’accettazione della partecipazione della casa editrice Altaforte, tra il comitato editoriale del Salone e la direzione commerciale.

Sempre a proposito di ipocrisia, spiccano le parole degli organizzatori, per i quali le scelte effettuate sono state guidate dalla volontà di tener fuori dal Salone la campagna elettorale, non la politica (come se ciò fosse possibile!).

Si è arrivati a dire, da parte degli organizzatori del Salone, che quest’anno sono stati esclusi i libri scritti da politici o su partiti politici, ignorando quello scritto sul ministro dell’Interno, pubblicato (guarda caso) proprio dalla casa editrice al centro della polemica.

Quello che vedo riproporsi in occasioni come questa del Salone del libro di Torino è un vecchio problema italiano, uno dei più gravi e pericolosi: in nome di una superiorità morale della quale alcuni si sentono gli esclusivi portatori (quello della libera circolazione delle idee è solo uno dei tanti ripari dietro i quali questi presunti “esclusivisti” si nascondono), si dà visibilità a gente che merita semplicemente di essere messa ai margini di una società civile e là essere mantenuta.

E non è affatto casuale che ad aver consentito, anni fa, lo sdoganamento di certe idee (che da tempo ormai si sono trasformate in azioni), abbiano contribuito personaggi appartenenti a questa schiera di presunti esclusivisti.

Quello che poi si dovrebbe capire una buona volta è che il “gioco” è viziato da un’evidente asimmetria: da una parte del campo c’è chi consente a chi ha opinioni diverse dalle proprie di poterle esprimere liberamente, dall’altra c’è chi non lo consente e non si fa scrupolo di ricorrere anche alla violenza fisica per impedire che ciò accada.

A Palermo si dice quannu c’è u rammi e tè, l’amicizia sempre c’è; quannu c’è u rammi e bu, l’amicizia nun c’è cchiù.

P.S.: ricordo con tanta nostalgia la prima edizione del Salone del libro di Torino, a Torino Esposizioni. Era il 1988, un’altra epoca, un’altra Torino, un’altra Italia.

A proposito del Salone del libro di Torino

29 Lug

Nel maggio del 1988 ero presente alla prima edizione del “Salone del libro” di Torino, la manifestazione che ha dato un grosso contributo alla riconversione della prima capitale d’Italia da città-fabbrica a città di servizi.

Quell’edizione si tenne a Torino Esposizioni (dal 1992 il “Salone” si sarebbe poi spostato al Lingotto).

Di quella prima edizione ricordo l’atmosfera di novità che si respirava, il senso di apertura al futuro che c’era dietro quella scommessa fatta dai due organizzatori.

Ma soprattutto ricordo l’intervento di Umberto Eco.

Già allora in Italia ci si lamentava del basso numero di lettori (a maggior ragione quella del “Salone” fu un’idea coraggiosa).

A questo proposito Eco osservò, con quell’ironia che lo ha sempre accompagnato, che il senso di frustrazione che nasceva osservando la posizione che l’Italia occupava nella classifica relativa al numero dei lettori di libri si sarebbe potuto superare se, anziché guardare a chi stava prima di noi, si fosse guardato a chi, in quella classifica, stava sotto (ricordo che Eco citò, quale Paese da prendere come riferimento, il Ghana).

Come non mettere in relazione quell’ironico invito di Eco con quello che è uno dei più grandi difetti di questo Paese, quello di voler costruire paragoni prescindendo dalla storia, dalla cultura, dalle tradizioni, dei Paesi che vengono presi a riferimento?

Paragoni velleitari, impossibili, ma prima ancora ridicoli.

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