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Il Gattopardo e I Viceré: due modi diversi di raccontare lo stesso periodo storico.

9 Feb

Da anni si discute sulla natura di alcuni romanzi, ci si domanda se sia più corretto definirli romanzi storici o romanzi di costume.

Come al solito, ci si perde in interminabili discussioni sul nome anziché sulla cosa.

Non si considera il fatto che il romanzo è, semplicemente, uno strumento che può risultare efficace (in alcuni casi molto di più di un dotto saggio) anche per raccontare pagine di Storia.

A volte, e non di rado, è proprio attraverso la lettura delle pagine di un romanzo che si giunge a scoprire una verità storica, una verità alla quale si arriva non attraverso le parole di uno storico ma attraverso quelle di un romanziere.

Ricordo ciò che in proposito diceva Leonardo Sciascia: “l’unica forma possibile di verità è quella dell’arte“.

Un romanzo, attraverso una o più storie umane, può rendere l’idea di una comunità, illustrarne quelle che sono sue caratteristiche profonde, prodotto della sua Storia, molto più efficacemente di un saggio che ricostruisca tutta una serie cronologica di avvenimenti.

Illustrare le conseguenze che alcuni avvenimenti storici determinano nella vita di una società può far capire molto meglio la natura e la portata di quegli avvenimenti che non la loro semplice descrizione.

Quanta Storia d’Italia c’è, per esempio, in un romanzo come “I Promessi Sposi”!

Quante cose ci dice Manzoni dell’Italia, del carattere degli italiani, attraverso la vicenda di due giovani popolani!

E quanto di cosa ha significato l’ETA nella storia dei Paesi Baschi c’è nel romanzo “Patria”, di Fernando Aramburu (anche in questo caso lo scrittore ci parla di un periodo storico, del significato della Storia, delle sue conseguenze, attraverso una storia di gente comune).

E quanto ci dicono, in merito ad un periodo cruciale della Storia italiana, romanzi come “Il Gattopardo” e “I Viceré”!

A proposito di questi due romanzi, vale forse la pena di evidenziarne alcune significative differenze, che possono spiegare anche le diverse accoglienze che furono loro riservate.

Sia “Il Gattopardo” che “I Viceré” rappresentano un grande affresco della Sicilia negli anni a cavallo della sua annessione al regno di Sardegna.

Il primo, pubblicato nel 1958, racconta non solo il tramonto dell’aristocrazia siciliana ma, e direi soprattutto, la sua sostituzione ad opera di una nuova classe sociale.

Sulla notorietà associata al nome “Gattopardo” c’è da dire che questa è più dovuta al film di Visconti (uscito nel 1963) che non al romanzo: quando si parla del Gattopardo la prima cosa che viene in mente è il famoso ballo fra il Principe-Burt Lancaster e Angelica-Claudia Cardinale, non il testo di Tomasi di Lampedusa (non a caso in molti credono che la frase-simbolo del romanzo Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi sia stata pronunciata dal Principe di Salina e non, com’è invece nella realtà, da Tancredi).

“Il Gattopardo” ricorda un po’ un altro grande romanzo, “I Buddenbrook”, di Thomas Mann, pubblicato a inizio del ‘900.

Anche nel romanzo dello scrittore tedesco, come in quello dello scrittore siciliano, si parla di una sostituzione: nei Buddenbrook una famiglia di parvenu scalza una vecchia famiglia della borghesia, di  forte tradizione e di grande prestigio, nel Gattopardo invece la sostituzione non è fra due famiglie appartenenti alla stessa classe, la borghesia, ma fra due classi: da una parte c’è l’aristocrazia siciliana, dall’altra il malaffare (“Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra”).

Anche dietro la vicenda raccontata nel romanzo di De Roberto c’è un affresco dell’aristocrazia siciliana a cavallo dell’annessione della Sicilia al regno di Sardegna, ma in questo caso lo scrittore non è parte di ciò che descrive.

E sta proprio in questo la più grande differenza tra i due romanzi, che pure raccontano lo stesso periodo storico.

De Roberto infatti, a differenza di Tomasi, non è coinvolto direttamente nei fatti che racconta, e può per questo essere distaccato, cinico, sprezzante, nella sua denuncia, nell’impietosa analisi che fa della società siciliana (analisi che ricorda tanto quella condotta da Alessandro Manzoni sulla società italiana nei Promessi Sposi).

Nelle pagine del Gattopardo traspare invece invece una certa nostalgia che l’autore prova per un mondo che sta per scomparire, il suo, quasi un sentimento di pietà per la società siciliana, la sua, che vi è descritta.

Va inoltre tenuto conto del fatto che “I Viceré”, a differenza del “Gattopardo”, è stato scritto in anni molto vicini a quelli descritti (il romanzo di De Roberto viene pubblicato nel 1894), anni in cui già appariva chiara la delusione dei siciliani nei confronti del nuovo sistema politico subentrato a quello dei Borbone, e con essa la fine della speranza nutrita nei confronti del nuovo Stato unitario.

Netta, fredda, è la denuncia di De Roberto, denuncia che non è indirizzata solo alla decadente aristocrazia siciliana ma allo Stato appena nato, non solo agli errori commessi dai nuovi governanti (il più grave è quello di aver pensato di governare la Sicilia con i metodi piemontesi, di esportare in mondi culturalmente assai diversi norme in uso in altre realtà, errore che si ripete sempre) ma anche alla permeabilità delle nuove istituzioni alla corruzione.

Inaccettabile, per chi aveva puntato sul grande inganno, rivelare che le nuove istituzioni si prestavano di più alla corruzione!

Per non parlare della denuncia dei tanti aspetti oscuri legati all’annessione della Sicilia!

Chiare, a questo proposito, le parole del principe Giacomo: “Libertà è una parola che non significa niente ma che accontenta tutti”.

Credo stia qui, in questa denuncia, spietata, nel giudizio cinico che De Roberto dà del Risorgimento nell’Italia meridionale (cosa che in un Paese ipocrita come l’Italia è, ieri come oggi, inaccettabile) uno dei motivi, se non il principale, della fredda accoglienza riservata ai “Viceré”, che considero invece uno dei più grandi romanzi dell’800 italiano.

In conclusione, credo che tanto “Il Gattopardo” quanto “I Viceré”, anche se non definibili romanzi “storici”, cionondimeno raccontino in maniera molto efficace, pur dai diversi punti di osservazione dei loro autori, ciò che avvenne in una fase cruciale della Storia d’Italia.

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A proposito del nuovo Presidente della Repubblica

1 Feb

La scelta di Renzi di candidare Mattarella alla presidenza della Repubblica e, in particolare, quella di puntare tutto su questo nome, senza offrire, a nessuno, alcuna alternativa, è stata una mossa degna di un autentico uomo politico, di un abile giocatore di poker, di un vero erede di Niccolò Machiavelli.

Altro che i tanti parolai da salotto televisivo, che passano la vita a “riflettere”, ad “auspicare”, a “dibattere”, senza mai venire a capo di nulla, senza incidere nella realtà, senza decidere su nulla.

Dimostra soprattutto la capacità di Renzi di non rimanere intrappolato in rigidi schemi, di muoversi non in maniera lineare, prevedibile, ma di “saltare”.

Questa sua mossa mi ha fatto venire in mente la mossa del cavallo nel gioco degli scacchi.

E con essa il titolo di uno dei (pochi) racconti di Andrea Camilleri che trovo non banali.

Cos’ha a che fare, per esempio, l’indicazione di Mattarella, il più fedele erede di Aldo Moro (la quintessenza della vecchia Democrazia Cristiana), con la “rottamazione” e con il “cambiamento”, le due parole magiche che hanno caratterizzato l’ascesa al potere di Renzi?

Nulla, ad una prima, superficiale, lettura.

Proprio la scelta di Mattarella sta infatti a dimostrare quanto siano ridicoli gli slogan, tutti; è del tutto evidente quanto non sia assolutamente vero che essere giovane (anagraficamente) voglia dire, meccanicamente, essere capace di cambiare (in meglio), quanto sia privo di senso “rottamare” indistintamente tutto il passato, dove invece, a ben cercare, spesso si trovano utili indicazioni per il futuro.

La scelta di Mattarella non è un’evidente contraddizione con gli slogan di cui Renzi si è servito per conquistare il potere, è la mossa di un abile politico, pragmatico, spregiudicato, come deve essere un vero politico.

 

post scriptum: nelle sue prime parole da Presidente della Repubblica, Mattarella ha fatto riferimento alle difficoltà ed alle speranze degli italiani. Bene, vedremo (anche a breve) che ne sarà di una tra le più grandi speranze, quella di conoscere la verità sui tanti misteri italiani, a cominciare da quella sui tanti “cadaveri eccellenti”, per citare (non a caso) il titolo di uno dei più bei film di Francesco Rosi, ispirato all’opera di un altro siciliano, Leonardo Sciascia.

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