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Ancora con questa mistificazione del “servizio pubblico”

27 Ott

Una delle più ricorrenti mistificazioni (alterazioni a proprio vantaggio della verità) alle quali si ricorre in Italia è quella di far passare un’azienda di proprietà dello Stato per un’azienda che sia garanzia, per il semplice fatto di essere pubblica, di un servizio pubblico, che abbia cioè come suo obiettivo primario quello di soddisfare bisogni della collettività.

Quello che si vuol far credere, abusando della credulità di gran parte dei cittadini italiani, è che essere di proprietà pubblica significhi essere al servizio dei cittadini.

Come dovrebbe invece essere evidente (anche se una buona parte degli italiani preferisce sentire menzogne che lusingano anziché verità che fanno male ad ascoltarle), in realtà le cose sono diverse:  in Italia essere “pubblico” non significa affatto essere al servizio del pubblico.

La Rai, per fare un esempio tratto dall’attualità, è un’azienda che di “pubblico” ha solo la forma giuridica; di fatto si tratta di un’azienda in mano a dei privati, essendo, da sempre, alle dirette dipendenze dei partiti politici (come hanno recentemente ricordato, in un significativo disinteresse generale, le parole pronunciate dal suo direttore generale a proposito dell’impossibilità della sua (?) azienda di mettere sotto contratto Maurizio Crozza).

E i partiti politici altro non sono che associazioni di privati cittadini, tra i cui obiettivi primari non c’è di certo quello di soddisfare i bisogni della collettività.

Per non parlare poi di come la Rai dipenda dalla pubblicità, vale a dire da specifici interessi privati (a quelli sì che l’azienda radiotelevisiva “pubblica” di questo Paese presta attenzione!).

C’è però da dire che accanto ad aziende pubbliche che dipendono da interessi privati ce ne sono di private che si occupano di soddisfare bisogni, interessi della collettività.

Un esempio per tutte è il FAI (Fondo Ambiente Italiano), che da quasi quarant’anni salva, restaura, importanti tesori artistici e naturalistici di questo Paese, svolgendo egregiamente un importante servizio pubblico, al posto di tante, incapaci, inutili, istituzioni pubbliche.

A  conferma del fatto che a dire se un’azienda è pubblica o meno dovrebbe essere cosa fa e non la proprietà delle sue azioni.

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L’impossibilità italiana di essere un Paese normale

27 Mag

L’ultima puntata della trasmissione televisiva “Servizio Pubblico” ha messo in evidenza ancora una volta una delle più radicate abitudini di questo Paese, quella di tendere sempre a buttare tutto “in caciara” (come si dice a Roma), mescolando tra loro, volutamente, elementi (fatti, cose, dati) privi di alcuna attinenza, mettendo sullo stesso piano elementi tra loro assolutamente disomogenei.

Per di più, molto spesso (come nel caso della richiamata trasmissione) si assiste al devastante spettacolo di vedere inseriti nel discorso, da parte di soggetti che non si capisce a quale titolo vengano invitati a parlare, elementi non solo privi di attinenza col tema trattato, ma anche inesatti, in certi casi falsi, e tutto senza che né il conduttore della trasmissione né alcuno tra i partecipanti evidenzi le imprecisioni, le inesattezze, le falsità, lasciando così che entri tutto nel frullatore mediatico.

Il principale risultato di questa vera e propria perversione è quello di far perdere il filo del discorso.

Uno degli espedienti più ricorrenti di questa radicata abitudine, espedienti dei quali l’ultima puntata di “Servizio Pubblico” ci ha fornito un classico esempio, è quello di confondere il piano giudiziario con quello politico, di confondere cioè la responsabilità penale con quella politica.

L’obiettivo di questa collaudata tecnica è quello di far passare la tesi secondo la quale gli unici comportamenti che un politico non può tenere sarebbero soltanto quelli connessi alla commissione di fatti classificati dal codice penale come reati.

Alla fine, questo modo di affrontare i problemi, questo mettere tutto nello stesso calderone, ha impedito che l’ultima puntata di “Servizio Pubblico” desse il giusto risalto, facendola passare, nel marasma generale, come una tra le tante opinioni espresse nel corso della puntata, alla considerazione-chiave fatta da Antonio Ingroia, quella espressa con le seguenti parole: “La nostra classe dirigente, nella sua stragrande maggioranza, non è disposta ad innescare nessun criterio di responsabilità, di nessun tipo”.

Appare quindi evidente quanto sia difficile far passare, in questo Paese, l’elementare principio in base al quale la responsabilità politica prescinde da quella penale.

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