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Il Gattopardo e I Viceré: due modi diversi di raccontare lo stesso periodo storico.

9 Feb

Da anni si discute sulla natura di alcuni romanzi, ci si domanda se sia più corretto definirli romanzi storici o romanzi di costume.

Come al solito, ci si perde in interminabili discussioni sul nome anziché sulla cosa.

Non si considera il fatto che il romanzo è, semplicemente, uno strumento che può risultare efficace (in alcuni casi molto di più di un dotto saggio) anche per raccontare pagine di Storia.

A volte, e non di rado, è proprio attraverso la lettura delle pagine di un romanzo che si giunge a scoprire una verità storica, una verità alla quale si arriva non attraverso le parole di uno storico ma attraverso quelle di un romanziere.

Ricordo ciò che in proposito diceva Leonardo Sciascia: “l’unica forma possibile di verità è quella dell’arte“.

Un romanzo, attraverso una o più storie umane, può rendere l’idea di una comunità, illustrarne quelle che sono sue caratteristiche profonde, prodotto della sua Storia, molto più efficacemente di un saggio che ricostruisca tutta una serie cronologica di avvenimenti.

Illustrare le conseguenze che alcuni avvenimenti storici determinano nella vita di una società può far capire molto meglio la natura e la portata di quegli avvenimenti che non la loro semplice descrizione.

Quanta Storia d’Italia c’è, per esempio, in un romanzo come “I Promessi Sposi”!

Quante cose ci dice Manzoni dell’Italia, del carattere degli italiani, attraverso la vicenda di due giovani popolani!

E quanto di cosa ha significato l’ETA nella storia dei Paesi Baschi c’è nel romanzo “Patria”, di Fernando Aramburu (anche in questo caso lo scrittore ci parla di un periodo storico, del significato della Storia, delle sue conseguenze, attraverso una storia di gente comune).

E quanto ci dicono, in merito ad un periodo cruciale della Storia italiana, romanzi come “Il Gattopardo” e “I Viceré”!

A proposito di questi due romanzi, vale forse la pena di evidenziarne alcune significative differenze, che possono spiegare anche le diverse accoglienze che furono loro riservate.

Sia “Il Gattopardo” che “I Viceré” rappresentano un grande affresco della Sicilia negli anni a cavallo della sua annessione al regno di Sardegna.

Il primo, pubblicato nel 1958, racconta non solo il tramonto dell’aristocrazia siciliana ma, e direi soprattutto, la sua sostituzione ad opera di una nuova classe sociale.

Sulla notorietà associata al nome “Gattopardo” c’è da dire che questa è più dovuta al film di Visconti (uscito nel 1963) che non al romanzo: quando si parla del Gattopardo la prima cosa che viene in mente è il famoso ballo fra il Principe-Burt Lancaster e Angelica-Claudia Cardinale, non il testo di Tomasi di Lampedusa (non a caso in molti credono che la frase-simbolo del romanzo Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi sia stata pronunciata dal Principe di Salina e non, com’è invece nella realtà, da Tancredi).

“Il Gattopardo” ricorda un po’ un altro grande romanzo, “I Buddenbrook”, di Thomas Mann, pubblicato a inizio del ‘900.

Anche nel romanzo dello scrittore tedesco, come in quello dello scrittore siciliano, si parla di una sostituzione: nei Buddenbrook una famiglia di parvenu scalza una vecchia famiglia della borghesia, di  forte tradizione e di grande prestigio, nel Gattopardo invece la sostituzione non è fra due famiglie appartenenti alla stessa classe, la borghesia, ma fra due classi: da una parte c’è l’aristocrazia siciliana, dall’altra il malaffare (“Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra”).

Anche dietro la vicenda raccontata nel romanzo di De Roberto c’è un affresco dell’aristocrazia siciliana a cavallo dell’annessione della Sicilia al regno di Sardegna, ma in questo caso lo scrittore non è parte di ciò che descrive.

E sta proprio in questo la più grande differenza tra i due romanzi, che pure raccontano lo stesso periodo storico.

De Roberto infatti, a differenza di Tomasi, non è coinvolto direttamente nei fatti che racconta, e può per questo essere distaccato, cinico, sprezzante, nella sua denuncia, nell’impietosa analisi che fa della società siciliana (analisi che ricorda tanto quella condotta da Alessandro Manzoni sulla società italiana nei Promessi Sposi).

Nelle pagine del Gattopardo traspare invece invece una certa nostalgia che l’autore prova per un mondo che sta per scomparire, il suo, quasi un sentimento di pietà per la società siciliana, la sua, che vi è descritta.

Va inoltre tenuto conto del fatto che “I Viceré”, a differenza del “Gattopardo”, è stato scritto in anni molto vicini a quelli descritti (il romanzo di De Roberto viene pubblicato nel 1894), anni in cui già appariva chiara la delusione dei siciliani nei confronti del nuovo sistema politico subentrato a quello dei Borbone, e con essa la fine della speranza nutrita nei confronti del nuovo Stato unitario.

Netta, fredda, è la denuncia di De Roberto, denuncia che non è indirizzata solo alla decadente aristocrazia siciliana ma allo Stato appena nato, non solo agli errori commessi dai nuovi governanti (il più grave è quello di aver pensato di governare la Sicilia con i metodi piemontesi, di esportare in mondi culturalmente assai diversi norme in uso in altre realtà, errore che si ripete sempre) ma anche alla permeabilità delle nuove istituzioni alla corruzione.

Inaccettabile, per chi aveva puntato sul grande inganno, rivelare che le nuove istituzioni si prestavano di più alla corruzione!

Per non parlare della denuncia dei tanti aspetti oscuri legati all’annessione della Sicilia!

Chiare, a questo proposito, le parole del principe Giacomo: “Libertà è una parola che non significa niente ma che accontenta tutti”.

Credo stia qui, in questa denuncia, spietata, nel giudizio cinico che De Roberto dà del Risorgimento nell’Italia meridionale (cosa che in un Paese ipocrita come l’Italia è, ieri come oggi, inaccettabile) uno dei motivi, se non il principale, della fredda accoglienza riservata ai “Viceré”, che considero invece uno dei più grandi romanzi dell’800 italiano.

In conclusione, credo che tanto “Il Gattopardo” quanto “I Viceré”, anche se non definibili romanzi “storici”, cionondimeno raccontino in maniera molto efficace, pur dai diversi punti di osservazione dei loro autori, ciò che avvenne in una fase cruciale della Storia d’Italia.

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L’isola Eolia non può essere una delle Eolie

18 Gen

E all’isola Eolia arrivammo;

Con queste parole si apre il libro X dell’Odissea.

Da secoli si crede che l’isola Eolia, nella quale Ulisse giunge dopo l’avventura con Polifemo, sia una delle isole dell’arcipelago che si trova a nord della costa tirrenica della Sicilia, di fronte a Milazzo, tanto che a quelle isole fu dato il nome di Eolie.

Dopo essere stato trattenuto per un mese intero dal dio dei venti, Ulisse lasciò l’isola Eolia e, spinto solo dal vento Zefiro, si diresse verso Itaca.

Nove giornate di seguito navigammo di giorno e di notte, al decimo già si scorgevano i campi paterni, gli uomini intorno ai fuochi vedevamo, vicini.

Quasi giunti alla meta, i compagni di Ulisse sciolsero l’otre regalato da Eolo e all’improvviso i venti che il loro dio aveva rinchiuso in quell’otre uscirono fuori e riportarono la nave di Ulisse al largo, lontano da Itaca.

Le navi furono portate di nuovo all’isola Eolia, dalla quale Eolo, adirato, cacciò via Ulisse e i suoi compagni.

Ora, facendo riferimento al testo dell’Odissea, cercherò di spiegare perché l’isola Eolia non può essere una delle Eolie.

Il punto chiave sta nel fatto che nel viaggio che lo riporta nell’isola di Eolo Ulisse non attraversa lo Stretto di Messina!

Leggendo infatti il testo di Omero Ulisse attraversa lo Stretto solo due volte: la prima, dopo aver lasciato l’isola di Circe diretto a Itaca, lo attraversa da nord verso sud (la direzione non poteva che essere quella da nord a sud, dovendo raggiungere Itaca), la seconda, dopo aver lasciato la Sicilia, dopo che i suoi compagni avevano ucciso le vacche più belle del Sole, lo attraversa da sud verso nord, essendo spinto dal vento Noto (e venne subito il Noto, portando angosce al mio cuore, perché ancora indietro verso la rovinosa Cariddi tornassi).

Una volta chiarito che l’isola di Eolo non può essere una delle Eolie, resta aperta la domanda: qual è allora l’isola Eolia?

Ai fini di una sua corretta identificazione, la lettura degli “Atti degli Apostoli” di Luca fornisce utili indicazioni.

Luca scrive infatti che la nave sulla quale Paolo, fatto prigioniero dai romani, veniva condotto a Roma (Paolo volle essere condotto a Roma, dove arrivò nel 62 d.C., perché, come civis romanus, aveva rivendicato il diritto di essere giudicato dall’imperatore),dopo essere salpata da Creta fu colpita da una tempesta e fece naufragio nell’isola di Malta.

Come la nave di Paolo, anche quella di Ulisse fu colpita da una tempesta mentre si trovava nella zona greca del Mediterraneo.

E come la nave di Paolo, anche quella di Ulisse fu spinta verso ovest (considerate le avventure successive alla cacciata dall’isola di Eolo, Ulisse con la sua nave non potè che essere spinto verso ovest).

Osservando ora una carta del Mediterraneo, e considerando le correnti che lo percorrono, l’ipotesi che anche Ulisse, come Paolo, sia stato spinto dalla tempesta che lo colpì mentre si trovava nel Mediterraneo greco (Itaca non è poi così lontana da Creta) sulle coste dell’isola di Malta appare un’ipotesi molto probabile.

 

 

 

 

 

 

La Cappella Palatina di Palermo: un miracolo della Storia

25 Ott

La più bella chiesa del mondo”: così Guy de Maupassant definì la Cappella Palatina quando, nel 1885, visitò Palermo.

Si tratta del luogo più affascinante, più spettacolare, tra quelli toccati dal cosiddetto “itinerario arabo-normanno”, termine utilizzato per indicare alcuni tra i monumenti costruiti in Sicilia nei primi due secoli del secondo millennio.

A proposito dell’espressione “arabo-normanno”, trovo che parlare in questi termini del fenomeno che caratterizzò la Sicilia di quel periodo, limitandolo così a due sole componenti, con la prima per di più identificata con un termine, “arabo”, generico, non consenta di cogliere la particolarità di quella Sicilia: la grande quantità delle culture che in quegli anni vi convissero (la Sicilia del XII secolo era abitata da musulmani, greci, ebrei, latini, tutti con notevole autonomia).

Andrebbe ricordato che non solo in quel periodo in Sicilia erano presenti altre culture (a cominciare da quella greco-bizantina) ma anche che le tecniche utilizzate nella realizzazione della Cappella Palatina erano nate in Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente in periodi antecedenti alla caduta di quei territori sotto il potere musulmano.

Nella decorazione della parte interna della cupola, per esempio, operarono artisti che provenivano dall’Egitto, dove quelle tecniche erano giunte tanto tempo prima, dall’Iraq; nella realizzazione del soffitto, per fare un altro esempio, vennero applicate tecniche derivate dall’arte persiana e in seguito sviluppate in Iraq.

Come si può allora ignorare che la contaminazione culturale che caratterizza la Sicilia di quegli anni fu ben più ampia di quella alla quale rimanda l’espressione “arabo-normanno”?

È proprio alla mescolanza di quelle diverse influenze che si deve l’originalità di quei monumenti, nei quali la severità dello stile gotico, portato in Sicilia dagli “uomini del nord”, si sposò felicemente con l’uso dei mosaici, espressione dell’arte bizantina, e con la raffinatezza delle decorazioni a muqarnas, espressione dell’arte islamica (quelle del soffitto ligneo sono un autentico capolavoro, senza pari al mondo).

Ed è proprio questa ricca e fortunata mescolanza di tanti stili, di tante culture, di tanti elementi diversi, l’elemento che non traspare dall’uso dell’espressione “arabo-normanno”.

Perché, a questo proposito, non usare il termine “siciliano” quando ci si riferisce allo stile dei monumenti costruiti in Sicilia, in quella Sicilia?

È del tutto evidente come quel periodo storico, irripetibile, a volte mitizzato, rappresenti solo una breve parentesi nella storia millenaria dell’isola ma è altrettanto evidente come quel “miracolo” sia avvenuto solo in Sicilia.

Ritornando alla Cappella Palatina, credo che ciò che ne fa un unicum assoluto, magico, sia la concentrazione, in uno spazio molto limitato, di un’incredibile ricchezza di decorazioni.

Se si istituisce un confronto con altri monumenti dell’itinerario arabo-normanno si può notare che, a differenza del Duomo di Monreale (dove c’è pari rilevanza tra l’elemento architettonico e quello decorativo) e del Duomo di Cefalù (dove invece l’elemento architettonico predomina), la Cappella Palatina di Palermo si caratterizza, rispetto ai primi due, per una netta predominanza delle decorazioni.

Le composizioni realizzate con le tessere colorate abbagliano come in nessun altro luogo, e non caso.

Ruggero II aveva infatti voluto far le cose in grande (volle “fari fiura”, come si dice a Palermo): la ricchezza delle decorazioni, la grande quantità di oro, utilizzato a profusione, dovevano innanzitutto suscitare stupore, meraviglia, nei visitatori, e mostrare a tutto il mondo il ruolo centrale del suo regno.

Ma la Cappella Palatina di Palermo non è solo una meravigliosa opera d’arte, sarebbe riduttivo limitarsi a considerarla tale: si tratta infatti anche, e forse soprattutto, di uno straordinario simbolo, evocativo come pochi altri al mondo.

Chi la visita si trova infatti davanti a quella che è la più chiara concretizzazione visiva del capolavoro politico di cui furono capaci i re normanni (in particolare Ruggero II): riuscire a fare stare insieme popolazioni differenti, dando vita ad un popolo solo, ad una civiltà sola.

Il regno normanno ebbe la capacità di conservare e di valorizzare ogni traccia delle precedenti civiltà e ancora oggi, a quasi mille anni di distanza, la sua eclettica amministrazione resta un esempio per gli uomini di tutto il mondo di che cosa significhi convivenza (parola che non necessariamente significa mancanza di problemi).

L’iscrizione trilingue posta su una parete poco prima dell’ingresso nella Cappella ricorda ai visitatori che nella Palermo normanna si parlavano tre lingue (il latino, il greco e l’arabo), a conferma del livello culturale che Palermo aveva raggiunto con Ruggero II.

Il dato sul quale bisognerebbe insistere, per sottolineare cos’era Palermo in quegli anni (e per rendersi conto del baratro nel quale è poi precipitata), è che nessun’altra città dell’epoca dava la possibilità d’imparare, in uno stesso luogo, il latino, il greco e l’arabo.

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P.S.

Si parla tanto, spesso con eccessiva enfasi, della tolleranza manifestata dai normanni nei confronti delle altre culture allora presenti in Sicilia.

La Sicilia però, per la sua posizione geografica, posta com’è proprio in mezzo a quello che gli ebrei chiamavano il “Grande Mare”, era già stata, ben prima dell’arrivo dei normanni e, prima ancora, di quello degli arabi, teatro di rapporti con altre culture.

Come non tener conto che fu proprio questa antica familiarità siciliana con gli altri ad aver creato le condizioni perché certe abitudini continuassero nel tempo?

Nato e cresciuto in un’isola che è stata sempre naturalmente aperta, predisposta, all’incontro con gli altri, come sono i popoli che viaggiano, un’isola abitata da Fenici, Greci, Romani, Arabi, Normanni, Francesi, Spagnoli, non sono mai riuscito a capire come sia possibile concepire discriminazioni tra esseri umani semplicemente per la loro appartenenza a popoli diversi.

E men che meno per il colore della loro pelle.

Un Paese sempre più disunito: ecco cosa dicono i dati Svimez 2015

9 Ago

Nella direzione di venerdì scorso del PD Renzi ha chiesto al suo partito di preparare, per metà settembre, un master plan per rilanciare il Sud Italia.

E così, dopo appena 154 anni dalla creazione dell’Italia unita, siamo ancora alle prese col problema del Mezzogiorno.

Cambiano i termini coi quali se ne parla (oggi, l’eterna retorica nazionale viene arricchita con l’ormai immancabile, e ridicolo, ricorso a termini inglesi), ma non il problema, che più passa il tempo e più diventa difficile da risolvere.

Ammesso e non concesso (come direbbe Totò) che lo si voglia risolvere per davvero.

Ricordo, nella mia esperienza lavorativa, che il segnale della mancanza di volontà di risolvere un problema era la creazione di gruppi di lavoro destinati a risolvere quel problema: come ho potuto più volte direttamente constatare, la creazione di inutili gruppi di lavoro è la sola cosa che sanno fare quelli che non sono in grado di fare quello che c’è da fare.

Quello del Mezzogiorno è un problema che in un secolo e mezzo non solo non è stato risolto ma che anzi, col tempo, è aumentato sempre di più, con la parte d’Italia annessa sempre più lontana, separata dall’altra da una distanza (non solo materiale) sempre maggiore, incolmabile.

Ma la cosa che trovo davvero surreale non è tanto sentire parlare dell’Italia come di un Paese unito (quando è sempre più evidente la sua disunità) quanto sentire quelli che cadono dal pero dopo la pubblicazione dell’ultimo rapporto della Svimez 2015 sull’economia del Mezzogiorno (o meglio, delle anticipazioni sui principali andamenti economici da quel rapporto).

Come se occorresse leggere quei dati forniti dalla Svimez per rendersi conto della deriva del Mezzogiorno, della sua condizione di sottosviluppo, diventata ormai permanente.

Come se non fosse sufficiente andare in giro per il Mezzogiorno, percorrerne le strade, usarne i mezzi pubblici (a cominciare dai treni), visitarne gli ospedali, per rendersi conto di come stiano in realtà le cose.

E come meravigliarsi di questa mancanza di conoscenza delle reali condizioni del Mezzogiorno se il Conte di Cavour, il regista della creazione dello Stato unitario, non lo visitò mai?

Contro la retorica nazionale, i dati forniti dalla Svimez parlano di due Paesi, nettamente distinti e sempre più distanti (per non dire estranei).

Nessuno, tra i tanti commentatori, che dica come questi dati siano la migliore prova del totale fallimento del progetto di Stato unitario, del totale fallimento della politica, nazionale e regionale, nessuno che spieghi lucidamente (senza indossare la maglietta del tifoso) perché si sia arrivati a questo punto.

Nessuno, per esempio, che dica chiaramente da cosa derivi l’incapacità del Sud di utilizzare i fondi strutturali a sua disposizione, nessuno che spieghi perché la Sicilia è la regione italiana nella quale il rischio di povertà è più alto, nessuno che dica perché, sulla base delle previsioni dell’ISTAT, il Mezzogiorno sarà sempre più soggetto al fenomeno dell’emigrazione (nel documento Svimez si parla di una perdita di popolazione che supererà il 20% di quella attuale).

Se davvero si vuole risolvere un problema la strada da seguire è una sola, chiara, semplice: analizzare a fondo la situazione, individuare le cause, rimuoverle.

Il problema del Mezzogiorno italiano appare però segnato, fin dal 1861, dall’evidente mancanza di volontà di risolverlo (la strada non va mai oltre la prima fase, quella dell’analisi della situazione).

Ne è conferma il modo col quale lo si è sempre affrontato: da un lato un dibattito infinito sulle cause, alla continua ricerca della causa prima (c’è sempre una causa che precede le altre) e troppo spesso caratterizzato da una sterile contrapposizione di ideologie (vittimismo contro colpevolismo), dall’altro l’assenza di indicazioni di misure concretamente praticabili (quasi sempre le soluzioni presentate hanno la consistenza dei sogni).

In questa discussione infinita gl’interessi di alcuni gruppi, mossi da motivi concreti (penso, per esempio, a chi, nel Mezzogiorno, amministra la spesa pubblica) si mescolano, in maniera inestricabile, con i ragionamenti di tanti intellettuali che, al contrario dei primi, non s’interessano minimamente dei fatti concreti e si limitano a parlare di idee.

Ci sarebbe bisogno di una riforma morale, dicono, accanto ad una economica.

Già, ma chi dovrebbe farle queste riforme?

Dov’è la classe dirigente (politica, imprenditoriale, industriale) che dovrebbe indicare la strada da percorrere?

E poi, a chi dovrebbe indicarla?

A chi è convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili (per cui non si capisce proprio cosa dovrebbe spingerlo a cambiare)?

O a chi vive abbracciato ad un passato mitizzato (che nella maggior parte dei casi conosce solo per sentito dire), nell’illusione di esserne erede?

O a chi individua sempre all’esterno, fuori da sé, la causa dei suoi mali? (senza chiedersi, per esempio, con riferimento alla Sicilia, da chi sia stata amministrata la Regione Siciliana nei suoi quasi settant’anni di vita).

Sicuramente sono tanti i cittadini meridionali che soffrono per come sono amministrate le regioni nelle quali vivono, ma altrettanto sicuramente sono tanti anche quelli che, proprio grazie a come quelle regioni sono amministrate, godono di privilegi che non sarebbero possibili con un’amministrazione efficiente, equa, giusta (in Sicilia si calcola in 120.000 il numero delle persone che, direttamente e indirettamente, campano grazie a quella distributrice di danaro pubblico che è la Regione Siciliana).

Credo proprio, conoscendo la storia di questo Paese, e avendolo girato a lungo (dalla Valle d’Aosta a Lampedusa, dal Colle di Cadibona al Carso) che manchino le condizioni per pensare, credibilmente, ad un futuro del Mezzogiorno diverso da quello al quale inevitabilmente è destinato (condannato) dal suo passato.

Solo conoscendo il passato si può capire il presente (a proposito di mafia).

24 Mag

Se, com’è evidente, non è vero che la mafia uccide solo d’estate (come dice il titolo del film di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, trasmesso ieri sera dalla Rai) è però vero che di mafia si parla solo occasionalmente, stagionalmente, e sempre in maniera parziale e approssimativa.

In particolare, se ne parla con una superficialità, con un retorica, con un’ipocrisia che, ogni anno che passa, diventano sempre più fastidiose, sempre più insopportabili.

Soprattutto in occasione di alcune date-simbolo, com’è diventata, dopo il 1992, quella del 23 maggio.

In queste funzioni liturgiche si celebrano date che molti di quelli che vi partecipano (in mezzo ad alcune autentiche macchiette e a tanti opportunisti) ricordano “a comando”, solo per apparire, solo per partecipare ad un evento, solo per sentirsi “parte” di qualcosa più grande di loro.

Per non parlare di tutti quelli che nemmeno sanno a cosa quelle date si riferiscano, ignari dei sentimenti che alcune date suscitano, delle ferite che riaprono, nel cuore, nella mente, di chi non appartiene al mondo finto dell’immagine, un mondo superficiale, assolutamente non adatto a trattare temi seri, complessi, come il fenomeno mafioso.

In questi giorni, il ricordo “stagionale” è stato dedicato ad una delle date che più hanno segnato la storia recente di questo Paese.

Lo Stato italiano, attraverso le sue istituzioni (centrali e periferiche), lo ha fatto, come al solito, con quella retorica e con quell’ipocrisia delle quali è intriso, retorica e ipocrisia che fanno chiamare “accoglienza” il modo vergognoso col quale, da anni, vengono trattate le persone che, dopo aver attraversato il Mediterraneo, sbarcano in Italia, retorica e ipocrisia che fanno celebrare l’entrata italiana nella prima guerra mondiale, senza minimamente curarsi del fatto che ogni cinque minuti ci si dichiari contrari alle guerre (da chi si dichiara pacifista ci si aspetterebbe che celebrasse la fine di una guerra, non l’inizio).

Capisco che alcuni vogliano mantenere vivo il ricordo di certe date, consapevoli che una comunità priva di ricordi è una comunità priva di futuro, morta.

Ma che a farlo sia lo Stato italiano, che a farlo siano istituzioni rappresentate da certi personaggi, questo proprio no.

Lo Stato italiano, inteso non come alcuni singoli individui, fuori dalla norma, che ne hanno fatto/che ne fanno parte, ma come insieme delle istituzioni che lo compongono, non ha i titoli necessari per officiare questo tipo di cerimonie.

Soprattutto, non ha quello che è il requisito più importante per farlo seriamente: la credibilità.

La Storia, quella che sempre meno italiani conoscono, dimostra che lo Stato italiano, al di là della retorica, al di là delle chiacchiere, non ha mai fatto nulla, fin da quando è nato, per contrastare efficacemente il potere mafioso, soprattutto non ha fatto nulla per rimuovere le cause dalle quali quel potere trae la sua forza.

Non solo, ma anziché combatterla apertamente, anche ricorrendo all’uso della violenza, legittimato in questo proprio dal suo essere Stato (gli Stati, come diceva Max Weber, sono i detentori del monopolio della forza fisica legittima), la mafia lo Stato italiano l’ha sempre usata, se ne è sempre servito, incurante delle conseguenze derivanti dall’aver rinunciato ad essere “Stato” (proprio come fece in occasione dell’avvento del fascismo).

Lo Stato italiano si è servito della mafia ogni volta che ne ha avuto bisogno e lo ha fatto, cinicamente, per perseguire i propri interessi, trovandosi per questo alleato di chi aveva come obiettivo quello di mantenere quei privilegi che del fenomeno mafioso sono il brodo di coltura.

Ed è proprio su questa delega di funzioni, su questo mandato ad operare, che si fonda quel riconoscimento sociale di cui l’organizzazione mafiosa ha sempre goduto in larghi strati della popolazione.

Ridurre, come superficialmente fanno in tanti, il fenomeno “mafia” ad una questione di criminalità organizzata è una comoda banalizzazione, una limitazione che impedisce di capire la portata del fenomeno col quale si ha a che fare (portata che è proprio quella che si vuole tenere nascosta).

Se è certamente vero che la mafia è una potente organizzazione criminale è altrettanto vero che il potere di cui questa gode, potere che non potrebbe essere tale se non fosse fondato su un largo consenso sociale (ed è questo il punto-chiave della questione), non è spiegabile con la sola dimensione criminale del fenomeno, per quanto grande questa possa essere.

Le descrizioni dei fenomeni, anche se ben fatte, anche se ben documentate (come nel caso di alcune descrizioni del fenomeno mafioso), sono comunque soltanto una descrizione di ciò che avviene.

Molto più interessante è invece cercare di capire qual è l’essenza dei fenomeni, perché accadono i fatti descritti e, soprattutto, quali sono le loro origini, dove certi fenomeni affondano le loro radici.

E questo non perché, una volta note le basi sulle quali si fonda un fenomeno storico, si possa cambiare il corso delle cose, ma semplicemente per il piacere della verità.

La verità, però, come l’onestà (“Il piacere dell’onestà”, di Pirandello), è un’arma molto pericolosa per il potere, in quanto in grado di destabilizzarlo, di scuotere le fondamenta sulle quali è stato costruito.

Ed è proprio per questo motivo che chi detiene il potere fa di tutto per tenerla nascosta.

Occorre guardare il presente dal passato, da lontano, occorre evitare di ridurre la Storia ad una banale successione di date, occorre essere consapevoli che le diverse età della Storia non sono scatole tra di loro non comunicanti.

Solo la conoscenza del passato può permettere di capire il presente.

A conferma di quanto poco sia stato fatto dallo Stato italiano in centocinquant’anni (a questo proposito, più che di un evidente fallimento sarebbe forse più realistico parlare di complicità), basta leggere quella che ancora oggi rimane la più lucida analisi del fenomeno mafioso (quella condotta nel 1876 da Leopoldo Franchetti) e confrontare lo Stato di allora con quello di oggi.

In quella famosa inchiesta sulla Sicilia, Franchetti mise in evidenza il problema di una classe dirigente diretta erede del sistema feudale, della sua abitudine di considerare le istituzioni come strumento di sopraffazione, lontana anni luce dalla concezione della legge come qualcosa di impersonale, uguale per tutti.

Una questione sociale, quindi, prima ancora che di ordine pubblico.

Conseguenza di quella concezione feudale del potere fu il favoreggiamento di briganti e delinquenti, nonché il ricorso ai loro “servizi” per la custodia e la gestione delle proprietà.

Ed è proprio in questo comportamento di quelle “classi dirigenti” che va individuato il nocciolo del problema.

Elemento-chiave della società siciliana descritta da Franchetti è la funzione assunta in essa dall’uso della violenza: da strumento del quale, nel sistema feudale, la classe dominante teneva l’esclusiva, la violenza divenne lo strumento al quale far ricorso per l’affermazione dei propri diritti anche per altri soggetti.

La conclusione alla quale giunse Franchetti è che il comportamento mafioso (da notare l’uso dell’aggettivo mafioso al posto di quello del sostantivo mafia) rappresentava la maniera di essere della società siciliana, di tutta la società, in una miscela nella quale a prevalere erano gli elementi della tradizione.

Ed è per questo motivo, per il ruolo della tradizione, che, se si vuole conoscere la verità su un fenomeno che segna la società siciliana, tipicamente una società “tradizionale” (l’opposto di “innovativa”), è di fondamentale importanza conoscerne la storia, fin dalle origini.

Si può così capire, per esempio, l’uso strumentale del termine “mafioso”, non sempre associato ad un’effettiva appartenenza all’organizzazione criminale, oppure capire come il sistema feudale sia sopravvissuto all’abolizione del feudalesimo (avvenuta nel 1812).

Così come si può capire che è proprio della classe dirigente siciliana l’abitudine di farsi promotrice di “rivoluzioni”, mobilitando a tal fine le masse, ma rimanendo sempre ben attenta al mantenimento dell’ordine sociale, ad impedire che le “rivoluzioni” diventino realmente tali.

Ma, soprattutto, si può capire come il fenomeno mafioso affondi le proprie radici negli anni seguiti alla morte di Federico II, anni che videro, da una parte, un aumento del potere baronale e, dall’altra, una crescente emarginazione delle popolazioni cittadine.

Sono le vicende accadute in quegli anni che, a mio modo di vedere, hanno condizionato, e continuano a condizionare, la storia della Sicilia.

È in quell’epoca che sono stati piantati i semi di quel bisogno di giustizia che è alla base del successo del fenomeno mafioso.

Il fatto che, successivamente, questo fenomeno, da condizionato qual era, sia diventato condizionante, non sposta la questione.

È da quella necessità, da quell’esigenza di giustizia (da quasi ottocento anni in attesa, invano, di una risposta) che nasce il potere della mafia, organizzazione criminale diventata col tempo fonte essa stessa di bisogni, di quegli stessi bisogni per i quali fornisce, dopo averli creati, la soluzione.

Secondo le classiche regole del marketing.

E, in chiusura, voglio ricordare alcune parole di Rocco Chinnici, un siciliano che aveva ben chiari i termini della questione: “E allora, signori miei, il rimedio: la mobilitazione delle coscienze. Solo così, quando tutti noi saremo sensibilizzati, quando ci sentiremo solidali con chi è caduto, quando avvertiremo imperioso il bisogno di compiere il nostro dovere di cittadini: solo così si potrà dare un contributo per la lotta contro la mafia”.

Amicus Plato, sed magis amica veritas

14 Ott
Se dovessi indicare, tra le tante, una specificità (secondo me negativa) dei siciliani, non avrei alcun dubbio su quella che metterei al primo posto: il fare riferimento, dovendo individuare (qualunque sia l’ambito, qualunque sia l’attività) la persona giusta, non al merito, non alle competenze, non al valore, non a qualcosa di oggettivo, misurabile, riscontrabile, ma alle “conoscenze”, alle “amicizie”, vale a dire a quanto di più soggettivo ci sia.
Confondere “la” conoscenza con “le” conoscenze non è solo una questione di articoli determinativi.
Sono dell’idea (confortata dall’esperienza) che quella che a molti sembra essere (chissà poi perché) una componente essenziale dell’essere siciliani sia, proprio quella, all’origine dello stato nel quale si è ridotta la terra dove un tempo pascolavano le vacche sacre al Sole.
Non sto parlando dell’uso improprio, superficiale, della parola “amico”, di uno, cioè, dei sempre più frequenti segni di banalizzazione delle parole, né della miserabile strumentalizzazione che molti fanno, al fine di trarre un vantaggio rispetto ad altri, di ottenere un privilegio, di quello che è uno dei legami più importanti della vita.
Sto parlando dell’errore che si commette nel ritenere che una persona, in quanto “amico”, sia per questo all’altezza di ricoprire efficacemente un ruolo, una posizione, che sia in grado di fare bene quello che c’è da fare, nel pensare che l’essere “amico” legittimi una scelta, nel credere che sia possibile trasformare, come per magia, un incapace in un serio, abile, professionista.
Se un individuo, nella realtà, è un incapace, se questa è la verità, non c’è amicizia che tenga, rimane un incapace.
A questo proposito, ritengo si farebbe una cosa giusta se si tenesse sempre a mente quel che Don Chisciotte ricorda a Sancho Panza quando, citandogli la famosa sentenza latina amicus Plato, sed magis amica veritas, lo esorta a non dimenticare che la verità vale più dell’amicizia, che la prima, nella scala gerarchica dei valori, prevale sulla seconda.
E invece, a furia di fare ricorso a questa “procedura” (tanto nella sfera pubblica quanto in quella privata) nella scelta, nella selezione, delle persone, a furia di affidarsi a gente incapace di fare bene, a furia di non tener conto della competenza, si è creato un sistema pericolosamente perverso, un sistema che, per il fatto di autoalimentarsi, aumenta sempre di più il proprio potere.
Quella che si è così venuta a creare è una vera deformazione permanente (ormai la piega è presa, per usare un’espressione ben nota ai siciliani, soprattutto ai palermitani).
Stando così le cose, non vedo come se ne possa uscire, come si possa rimediare ai tanti guasti prodotti da questa mentalità, così profondamente radicata in tutti gli strati della società siciliana.
E tra questi guasti, quello che considero sicuramente il più grave, il più deleterio, è quello di essersi così abituati a questo “metodo” a tal punto da non rendersi conto dell’esistenza del problema (anche perché questo “metodo” non viene considerato un problema).
E se non si ha nemmeno consapevolezza dell’esistenza di un problema, come si può pensare che lo si possa, non dico risolvere, ma almeno affrontare?
Non rendersi conto dell’enorme differenza che c’è tra far parte del giro delle proprie “conoscenze” ed essere una persona che sa fare bene il proprio mestiere, qualunque esso sia, è un errore che in certi casi può rivelarsi fatale.
Come nei casi in cui il cosiddetto “amico” al quale ci si rivolge non è capace di diagnosticare una grave malattia, non sa “leggere” il risultato di un esame, non sa eseguire correttamente un intervento chirurgico.
Quello che di un chirurgo dovrebbe interessare sapere, prima di affidarsi alle sue mani per un delicato intervento, non è di chi è “amico”, ma quanti interventi di quel tipo ha eseguito, con quale percentuale di successi e quando ha effettuato l’ultimo.
E il primo al quale questi dati dovrebbero interessare è il paziente in causa, indipendentemente dal fatto che quel chirurgo sia o no un “amico”, suo o di suoi “amici”.
Se è grave, come spesso accade ai siciliani, surrogare l’azione con le parole oppure scambiare l’apparenza con la realtà, scambiare “la” conoscenza con “le” conoscenze può, in certi casi, avere conseguenze molto serie.
P.S.: sebbene ne sia fortemente caratterizzata, la Sicilia, purtroppo, non detiene l’esclusiva nel ricorso a questa “procedura”.

La chiusura del museo Mandralisca: un altro pezzo di Sicilia che se ne va

30 Lug

La notizia della possibile prossima chiusura del museo Mandralisca di Cefalù è la migliore conferma del fatto che la mancata attenzione verso il patrimonio artistico di un luogo (e in generale verso il bello), in quanto segno evidente di mancanza di cultura, costituisce il substrato ideale per una cattiva amministrazione della cosa pubblica.

Come può infatti un amministratore pensare di far vivere bene i suoi cittadini, di farli vivere in un ambiente sano, se non capisce prima di tutto il valore del vivere in mezzo al bello?

E cosa rappresenta un museo se non il bello?

Che speranza di futuro si può mai dare a ragazzi che nascono e crescono in posti che amministratori indegni di gestire la cosa pubblica hanno trasformato in luoghi allucinanti, in luoghi dove si è consentita la costruzione di abitazioni oscene, tremendamente brutte, in luoghi dove l’ambiente è stato irrimediabilmente deturpato?

Che futuro possono mai avere dei ragazzi che vengono fatti crescere in mezzo all’inferno, ragazzi ai quali viene inculcata, giorno dopo giorno, la tremenda convinzione che quella che vedono intorno a loro sia una realtà “normale”, ragazzi ai quali viene negata la possibilità di sperimentare cosa voglia dire vivere in mezzo all’armonia, al bello, al pulito?

La chiusura (per di più nell’indifferenza generale, dato ancora più grave della stessa chiusura) di quello che è uno dei luoghi-simbolo dell’arte siciliana rappresenterebbe una sconfitta non solo per la cittadina di Cefalù ma per l’intera regione siciliana.

Per la Sicilia si tratterebbe peraltro della perdita di un ulteriore pezzo della sua storia millenaria, della sua identità, fenomeno questo che sembra però non inquietare più di tanto i suoi abitanti.

C’è però da aggiungere che la chiusura del museo Mandralisca sarebbe una sconfitta della cultura ancora più forte se si pensa che il museo di Cefalù è la sede del famoso “Ritratto d’ignoto marinaio”, di Antonello da Messina, vale a dire di una delle opere più celebri dell’intero Rinascimento italiano, con quel misterioso sorriso, che più siciliano non si può.

Ma non si vergognano i responsabili dell’amministrazione siciliana (a cominciare dal Presidente della Regione, che a parole dice di voler dare un futuro migliore ai siciliani) di questo ennesimo sfregio che verrebbe fatto alla terra dove vivono?
Cosa stanno facendo per impedire questa chiusura, che umilia la cultura (non solo quella siciliana) in uno dei suoi luoghi simbolo?
E poi si parla di puntare sui giovani!
Qui di seguito riporto il link per firmare la petizione contro la chiusura del museo Mandralisca:http://www.change.org/it/petizioni/impedire-la-chiusura-del-museo-mandralisca-di-cefal%C3%B9
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