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A proposito dell’incontro tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi

18 Gen

A proposito dell’incontro che sta per avere inizio tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi, vorrei come prima cosa far notare il modo col quale è stato presentato: più come l’incontro tra due persone che non come l’incontro tra i rappresentanti dei due principali partiti politici italiani.

C’è anche da dire che mentre Berlusconi, modello per milioni di italiani, è il vero rappresentante del suo partito, Renzi non si sa bene che cosa e, soprattutto, chi rappresenti.

Per quanto riguarda poi i tanti mal di pancia che l’annuncio di quest’incontro (l’annuncio, si badi bene, non l’esito) ha provocato, a me sembra che il cuore del problema, che è poi il vero cuore del “problema Renzi”, stia nel fatto che il nuovo segretario di quella variegata assemblea chiamata “Partito Democratico” mette in luce un dato caratteristico di gran parte di quelli che si riconoscono in quell’area politica che nel Parlamento italiano è rappresentata da chi siede nella parte che si trova, spalle ai banchi del governo, a sinistra.

Il dato identificativo di queste persone, loro autentico “marchio di fabbrica”, consiste nel rifiuto sistematico (perché estraneo al loro modo di pensare, alla loro visione del mondo) del concetto di “governo”.

Non accettano, rifiutano, di governare e lo fanno per gli stessi motivi per i quali rifiutano di “essere governati”.

Non c’è nulla di cui stupirsi pertanto se questa loro “coazione al rifiuto” li porta a rifiutarsi di seguire le decisioni prese dalla maggioranza del loro partito, tutte le volte che queste risultino in contrasto con le loro convinzioni.

Siamo davanti ad un fenomeno molto diffuso in Italia, Paese dove non a caso manca il senso dello Stato: il ribellismo.

La cosa strana è queste persone si dichiarino “democratiche”, termine che usano senza nemmeno rendersi conto che uno dei concetti-chiave della democrazia (alla quale, a parole, si richiamano) è quello di accettare le decisioni prese dalla maggioranza, anche se queste dovessero risultare diverse dalle proprie convinzioni.

Ma forse dietro le reazioni suscitate dall’annuncio di quest’incontro si nascondono anche motivi che hanno più a che fare con la psicologia umana che con la politica.

Renzi “non può” riuscire a fare una buona legge elettorale; bisogna impedirgli di raggiungere quest’obiettivo.

Se c’è una cosa che gl’incapaci non possono accettare è che qualcuno riesca a fare quello che loro, da incapaci, non sono mai riusciti a fare.

Il motivo è semplice: perché sarebbe provata la loro incapacità, la loro nullità, la loro natura di persone che non solo sono incapaci ma, per di più, cercano in tutti i modi di sabotare il lavoro degli altri.

E non si tratta solo di invidia, ma anche di rabbia, quella rabbia che gl’incapaci provano verso la propria incapacità di fare quello che altri sono in grado di fare.

Il vero obiettivo di queste persone è quello di nascondere la loro inettitudine, la loro incapacità, la loro nullità.

Ed è per questo che mettono i bastoni fra le ruote, è per questo che amano nascondersi dietro nobili scudi: per impedire che venga dimostrata la loro incapacità, la loro inutilità.

In Sicilia, di persone come queste si dice: Né cogghi né lassa cogghiri.

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In Italia le larghe intese sono la regola, non un’eccezione.

3 Ott

Il colpo di scena andato in onda al Senato in occasione delle dichiarazioni di voto sulla fiducia richiesta da Enrico Letta mi ha fatto venire in mente il finale del film “La stangata”: il personaggio interpretato da Robert Redford, dopo che tutti gli spettatori l’avevano dato per morto, si rialza e continua la sua parte, come se nulla fosse successo.

Il motivo è molto semplice: si trattava di una finzione, di una sceneggiata (un film all’interno di un film).

Proprio quello che è successo ieri nell’aula del Senato del Parlamento italiano, dove in realtà non è successo nulla: quella alla quale abbiamo assistito è una banale farsa, nient’altro che una farsa.

E come meravigliarsi? Quello che caratterizza l’Italia nel mondo non è forse la commedia?

Non dimentichiamo che siamo il Paese del melodramma, della sceneggiata, non della tragedia.

E come ha reagito, davanti a quest’ennesimo colpo di teatro, Enrico Letta?

Dopo aver commentato con un “grande” la performance di quell’insuperabile attore che è Silvio Berlusconi, il nostro premier ha detto che dal voto di fiducia la maggioranza che regge il suo governo è uscita rafforzata (!).

Sono curioso di vedere come risponderà ora il duo democristiano Letta-Alfano a quest’ultima mossa di Berlusconi (che, guarda caso, nella sua dichiarazione di voto, proprio alla vigilia della riunione della commissione di giustizia del Senato che dovrà decidere sulla sua eventuale decadenza da senatore, ha detto di sperare ancora in una pacificazione).

Il primo dei due si ritrova ad avere come alleato di governo una persona che in una recente telefonata ha usato, riferendosi a Napolitano (a chi cioè è il principale sponsor di questo governo), parole per le quali l’Ufficio Stampa del Quirinale ha parlato di “un’altra delirante invenzione volgarmente diffamatoria nei confronti del Capo dello Stato“; il secondo … (beh, basta vedere l’espressione del suo volto dopo l’intervento del suo capo).

Ma la cosa più divertente, in questa versione italiana di “Hollywood party”, è vedere quanti commentatori si siano lanciati in tutti questi anni (e continuino a farlo ancora oggi) in elaborate analisi politiche nel tentativo di trovare una spiegazione razionale in scelte di fronte alle quali è sempre più evidente che, più che di politologi, c’è bisogno di medici specialisti.

A rendere la situazione ancora più surreale ci sono poi i tanti sepolcri imbiancati che si mostrano indignati per il fatto che l’attuale governo veda seduti attorno allo stesso tavolo i due partiti che alle ultime elezioni si erano presentati come “alternativi” (in campagna elettorale il PD aveva dichiarato che mai e poi mai avrebbe utilizzato i voti per allearsi col PdL ).

E siccome l’ipocrisia dei farisei non ha limiti, il governo attualmente in carica viene presentato come “un’eccezione”.

Nel suo discorso di ieri, il giovane democristiano Enrico Letta ha poi detto che in un Paese normale non ci si dovrebbe scandalizzare se schieramenti avversari collaborano per il bene comune.

Ora, a parte il fatto che l’Italia non è un Paese normale, a parte il fatto che non si capisce come sia possibile che ancora oggi si abbia la faccia tosta di dire certe cose (davanti a scene di un Paese allo sfascio, letteralmente mangiato da quelli che hanno sempre sostenuto di “agire per il bene comune”), quello che Enrico Letta finge d’ignorare è che “cooperare nell’interesse del Paese” presuppone l’esistenza di un comune quadro di riferimento e che questo è la nostra Costituzione.

Ma come si fa a parlare di “cooperazione nell’interesse del Paese” se uno dei due cosiddetti “cooperanti” rappresenta (per le persone che ne fanno parte e per come agisce) la negazione dei principi sanciti nella nostra Costituzione?

La verità (che ovviamente i “cooperanti” terranno sempre nascosta) è che quello che li accomuna (perché qualcosa che li accomuna c’è) è l’interesse a conservare i privilegi di cui godono, non certo la volontà di onorare nei fatti i principi della Costituzione!

Come al solito, si usano nobili parole per coprire vergognosi accordi.

 

P.S.

Alcune zone di questo Paese (nelle quali “cambiamento” è soltanto una parola di undici lettere) sono la dimostrazione vivente di quanto in Italia sia radicato il concetto di “larghe intese”, dove per “larghe intese” si intende (e questo prima che venisse coniata questa espressione) quel sistema di potere nel quale le differenze di schieramento servono soltanto a chi vuole dare l’illusione (e a chi vuole essere illuso) che esistano interessi contrapposti, quando in realtà chi detiene il potere (mi riferisco a chi detiene il potere vero, non certo alla ridicola classe politica di questo Paese, semplice strumento operativo) è, proprio per il potere che detiene, in grado di indirizzare, di condizionare, le scelte dalle quali dipende il mantenimento di certe posizioni di potere, e questo indipendentemente dalla presenza sul territorio di schieramenti politici che si presentano come diversi (e che quindi possono anche esistere, tanto fanno solo scena).

Con buona pace di tutti quelli che, aspettando Godot, sprecano tempo ed energie nell’attesa che “arrivino i nostri”, che arrivi cioè qualcuno che in realtà non esiste.

Un’altra tappa della folle corsa di una nave allo sbando

1 Ott

Da ieri sera in Italia non si fa che parlare della telefonata mandata in onda dalla trasmissione televisiva “Piazza Pulita” (La7), telefonata nella quale Silvio Berlusconi sostiene di essere venuto a conoscenza di pressioni esercitate dalla Presidenza della Repubblica sulla Corte di Cassazione a proposito del famoso “lodo Mondadori”.

In una nota emessa nella stessa serata di ieri, l’Ufficio Stampa della Presidenza della Repubblica fa sapere che “quel che sarebbe stato riferito al Senatore Berlusconi circa le vicende della sentenza sul Lodo Mondadori è semplicemente un’altra delirante invenzione volgarmente diffamatoria nei confronti del Capo dello Stato“.

A parte il fatto che a me sembra che di delirante in tutta questa faccenda ci sia innanzitutto il fatto di aver consentito che le sorti di questo Paese continuassero ad essere nelle mani di certi personaggi, quello che trovo incredibile è che si continui a voler far credere che i problemi di cui soffre l’Italia dipendano da Silvio Berlusconi (confondendo la causa con l’effetto).

Ma non ci si rende conto che più si va avanti con questa telenovela e più risulta allucinante il fatto di aver promosso la formazione di un governo che, com’era facilmente prevedibile, sarebbe stato inevitabilmente condizionato dalle sorti di un uomo alle prese da anni coi suoi problemi giudiziari e sul quale per di più si sapeva da tempo che di lì a poco sarebbe arrivata la sentenza della Cassazione sulla condanna subita nel processo Mediaset?

O forse, sotto sotto, non ci si aspettava che la Cassazione confermasse quella condanna?

In realtà, i problemi di cui soffre questo Paese dipendono dai milioni di italiani che, nonostante tutto quello che in questi anni sia emerso su Silvio Berlusconi (anzi, forse proprio per questo), hanno continuato ad utilizzare lo strumento che la democrazia mette a loro disposizione per consentire a questo signore di continuare a curare, indisturbato, i propri interessi personali, infischiandosene altamente dei problemi degli italiani, anche di quelli di chi lo aveva votato.

Quello sul quale bisognerebbe riflettere è che i gravi problemi dell’Italia c’erano già prima della “discesa in campo” di Silvio Berlusconi e che continueranno ad esserci, ancora più gravi, anche dopo la sua uscita di scena.

Ma il dato che dovrebbe preoccupare di più è che continueranno ad esserci i tanti italiani che si riconoscono in personaggi simili.

Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie ma bordello!, scriveva Dante 700 anni fa.

Siamo sempre lì.

Il Bel Paese non si smentisce, non riesce proprio a non essere sé stesso

28 Set

Le scene allucinanti alle quali stiamo assistendo in questi giorni confermano, come meglio non si potrebbe, la fondatezza di quelle famose parole di Ennio Flaiano: La situazione politica in Italia è grave ma non è seria.

Quello che però trovo ancora meno serio è il fatto che in questi anni i mezzi d’informazione (?) di questo Paese abbiano fatto passare per politica quello che in realtà è uno spettacolo penoso, nel quale le scene ridicole (a volte surreali, a volte demenziali) non si contano.

E cosa si legge in questi giorni sui giornali italiani? Che l’attuale capo del governo (un governo assolutamente privo di credibilità agli occhi delle persone serie) ha bisogno ancora di un chiarimento!

Ma cos’è che ancora non ha capito?

E se così fosse, se ancora non ha capito, come si fa a fidarsi di uno al quale non sono bastati vent’anni per capire con chi ha a che fare (o che forse qualcosa ha capito, ma finge un’ingenuità che non ha)?

Ma come si può accettare il fatto che ancora oggi, nonostante le tante conferme già avute, possano esserci politici che non si rendono conto che certi comportamenti di quello che in Italia passa come partito del centrodestra (in realtà il PdL non solo non è un partito di centrodestra, non è neanche un partito politico, nell’accezione normale del termine) altro non sono che la semplice, logica, conseguenza della presenza, nella vita pubblica italiana, di un’anomalia che non ha riscontro in nessun altro Paese moderno?

E, a maggior ragione, come si può accettare il fatto che quelli che nei mesi scorsi, dopo le ultime elezioni politiche, hanno consentito, coi loro comportamenti, che quest’anomalia continuasse a condizionare la vita pubblica italiana giochino a tirarsi fuori dalle loro responsabilità?

In questa situazione c’è quasi d’augurarsi che chi si è manifestato disponibile a governare (si fa per dire) con questo centrodestra, chi ha consentito, con la nascita di questo governo, che Silvio Berlusconi potesse raggiungere uno dei suoi obiettivi dichiarati (il governo “di larghe intese”), abbia agito in condizioni “di non libertà”.

Perché se così non fosse, se cioè il disastro combinato dai fautori di questa mostruosa coalizione fosse il frutto di un loro libero, autonomo convincimento, beh, allora ci troveremmo di fronte a chiare manifestazioni di imbecillità e, come si sa, contro l’imbecillità anche gli dei sono impotenti.

Il grande Totò e l’incapacità di reazione di questo Paese

4 Ago

Come ho già avuto modo di evidenziare in questo mio blog, se c’è una caratteristica dell’Italia che considero altamente negativa, dannosa, che ha sicuramente favorito la crescita e la diffusione di un degrado culturale, sociale, economico che sembra non aver limiti e che tanto ha contribuito a ridurre l’intero Paese in quello stato pietoso nel quale da tempo si trova, questa è senza dubbio l’assenza (per incapacità ma anche per mancanza di volontà) di adeguate reazioni da parte delle nostre istituzioni alle continue provocazioni provenienti da parte di rappresentanti della classe politica e, in parecchi casi, da parte di esponenti, anche di primo piano, del Parlamento e perfino del Governo.

Che dire, per esempio, della mancanza di risposte alle tante, ripetute, provocazioni, offese, che da vent’anni a questa parte vengono rivolte alle istituzioni di questo Paese, ai suoi simboli, a tanti suoi cittadini, da parte degli esponenti della Lega Nord?

Come ci si può allora indignare se poi, in questo vuoto, si arriva, da parte di questo partito, alle incredibili offese rivolte nei giorni scorsi a un ministro della Repubblica, il ministro Kyenge?

E che dire delle incredibili offese che, ancora in questi giorni, continuano ad essere indirizzate alla Magistratura italiana da parte di Silvio Berlusconi e del suo partito, e questo senza che, né oggi né in tutti questi anni, si sia mai mossa una foglia?

E che dire infine dell’incredibile comportamento del Partito Democratico, che oggi, come ieri e come sempre da quando esiste (ma poi esiste per davvero?) sta alla finestra, aspettando non si capisce cosa (Godot?).

La mancata reazione del PD mi fa venire in mente la famosa scenetta nella quale Totò, alla domanda di Castellani sul perché non avesse reagito agli schiaffi che uno sconosciuto, avendolo scambiato per un certo Pasquale, gli aveva dato, rispondeva serafico, come se la cosa non lo riguardasse: Chissà sto stupido dove vuole arrivare. Per concludere con l’irresistibile battuta: E che me frega a me, che so Pasquale io?

In effetti chi si domanda come sia possibile che il Partito Democratico stia continuamente alla finestra, che lasci che le istituzioni di questo Paese vengano offese impunemente, senza mettere in atto pronte ed adeguate risposte politiche, commette un grave errore, quello di pensare che questo partito rappresenti effettivamente, al di là delle solite affermazioni piene di vuota retorica, “un’altra cosa”.

In realtà, come da tempo dovrebbe essere chiaro, chi da vent’anni continua ad offendere impunemente le istituzioni di questo Paese lo fa perché sa di poterselo permettere, perché tanto sa benissimo che nessuno in Italia ha la capacità, e ancora prima l’intenzione, la volontà, di difendere l’onore delle istituzioni, l’onore di quelle istituzioni che spesso occupa con disonore.

Un Paese incapace d’essere serio

2 Ago

E così, dopo una camera di consiglio incredibilmente lunga (sette ore per decidere su un banale caso di frode fiscale), la Corte di Cassazione ha confermato il giudizio di colpevolezza emesso nei mesi scorsi dalla Corte d’Appello di Milano nei confronti di Silvio Berlusconi a conclusione del cosiddetto “processo Mediaset”.

La cosa che più mi colpisce di questa vicenda, come di tutte quelle altre che hanno riguardato e continuano a riguardare Silvio Berlusconi, è la dipendenza della classe politica di questo Paese dalle sentenze emesse dal vertice della giurisdizione ordinaria, la sua incapacità di agire in maniera autonoma rispetto alla magistratura, secondo un proprio codice, che non fosse semplicemente quello penale.

Che cosa ha aggiunto questa sentenza a ciò che già si sapeva su Silvio Berlusconi, se non un formale “timbro tondo”?

Ma è mai possibile che ci si debba affidare alle sentenze di terzo grado per decidere sulla ammissibilità di una persona a ricoprire cariche pubbliche?

Neanche se la Corte di Cassazione fosse l’oracolo di Delfi!

Ma che Paese è mai quello nel quale si deve far ricorso ad una legge per affermare la non candidabilità di un condannato in via definitiva a cariche elettive e di governo?

Quali sono i criteri seguiti dai partiti politici italiani nella selezione dei loro candidati?

In generale, la cosa che trovo assolutamente incomprensibile di questo Paese, inaccettabile, priva di logica, di buon senso, è la convinzione che a stabilire l’ammissibilità o meno di ogni cosa debba essere una legge, per cui una cosa va fatta soltanto se c’è una legge che la impone o non va fatta soltanto se c’è una legge che la vieta.

Trovo che sia allucinante, oltre che ben triste, vivere in un mondo in cui a guidare le persone nelle loro scelte sia sempre una legge, dove sia considerato lecito compiere qualunque azione, tenere qualunque comportamento, purché non ci sia una specifica norma a vietarlo.

A conferma di quanto questa convinzione sia largamente diffusa ricordo che in più occasioni, nel corso della mia attività lavorativa, allorché facevo presente l’inopportunità (essendo, prima di tutto, illogiche) di alcune scelte, mi veniva obiettato che in fondo non c’era alcuna legge che le vietasse.

Troppo spesso purtroppo non ci si rende conto del rischio che si corre quando, ignorando le conseguenze che possono derivare da certe scelte, si agisce contro la logica, contro il buon senso, e questo anche se ciò dovesse avvenire nel pieno rispetto di ciò che non è vietato da una specifica norma di legge.

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