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A scuola si dovrebbe imparare, prima di tutto, a ragionare.

12 Lug

Gli anni più formativi nella vita di uno studente sono quelli della scuola media inferiore.

In più, in quegli anni si forma l’impalcatura sulla quale, negli anni successivi, ciascun individuo costruirà la propria vita.

Ed è proprio in quel segmento temporale della vita che a scuola si dovrebbe agire per far sì che gli studenti possano sviluppare quelle capacità critiche necessarie per vivere degnamente, una volta adulti, la loro vita.

La scuola dovrebbe essere frequentata non solo per imparare le basi delle materie che poi si approfondiranno negli anni successivi ma, prima ancora e soprattutto, per imparare a ragionare, ad aprire la mente.

Ciò che importa non è che gli studenti imparino dei fatti ma che sappiano metterli in relazione tra loro, che riescano a vedere i collegamenti.

Ed è fondamentale che si impari a farlo in quegli anni, in cui il cervello umano è nella sua fase di massima plasticità.

Se si lascia passare invano quel periodo di tempo, tutto, poi, diventerà sempre più difficile.

A questo proposito, penso che potrebbe essere utile adottare un sistema d’insegnamento basato sulle associazioni, sui collegamenti, piuttosto che sulla rigida suddivisione per materie.

Spaziando da un campo all’altro del sapere, da una materia ad un’altra, da un’epoca storica ad un’altra, e facendo vedere come la Storia non sia costituita da una semplice successione di fatti, scollegati gli uni dagli altri, ma come ci sia un filo che li unisce.

Un paio di esempi, sperando che siano in grado di trasmettere quel che intendo dire:

1. studiando la figura di Carlo Magno, far vedere cosa avvenne in quegli anni nel resto del mondo, indipendentemente da quello specifico argomento e dalla materia “Storia medievale”;

2. parlando di Federico II, far presente che il 1215, anno in cui fece trasferire nella Cattedrale di Palermo le tombe che Ruggero II aveva fatto installare nel Duomo di Cefalù, la sua Cattedrale del cuore (una tomba era destinata a sé stesso e l’altra ad un altro esponente della famiglia reale degli Altavilla), è l’anno in cui fu firmata la Magna Charta, il primo documento a garanzia delle libertà individuali, e prendere spunto da questo fatto per parlare della Costituzione italiana.

Spaziare da un campo all’altro, da un tempo all’altro.

Nell’antichità il sapere non era suddiviso in compartimenti stagni, non comunicanti tra loro.

I filosofi, per esempio, erano anche matematici.

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Che fine ha fatto il pensiero critico?

13 Set

Ormai la Storia non è più oggetto di studio, di approfondimento; da qualche anno a questa parte è diventata oggetto di continue revisioni.

Queste revisioni, però, oltre ad essere spesso delle vere e proprie invenzioni, sono caratterizzate dal fatto di essere condotte in gran parte da persone mosse non dal desiderio di conoscere la verità riguardo a fatti del passato ma solo dalla voglia di trovare, nel mare della rete, appigli alle loro convinzioni, al fine di rendere quei fatti così “revisionati” compatibili con il loro obiettivo: quello di una storia al servizio delle loro idee politiche, confondendo sempre più spesso i loro desideri e la realtà.

La strumentalizzazione di libere interpretazioni di fatti storici è ormai prassi.

In psicologia c’è un termine che descrive molto bene questo fenomeno: si tratta del cosiddetto bias di conferma.

Chi è vittima di questo meccanismo mentale, particolarmente potente quando in gioco ci sono temi che toccano convinzioni profondamente radicate nella mente delle persone, tende a indirizzare l’attenzione solo su determinate informazioni (su quelle che confermano le sue pregresse credenze) e ad ignorare quelle che invece le contraddicono.

Essere incapaci di disfarsi delle proprie convinzioni, anche se contraddette dall’esperienza, tendere a ricercare o ad interpretare le prove in modo che siano favorevoli alle proprie convinzioni, sono tutti segni di mancanza di pensiero critico.

Mancanza che trovo largamente diffusa in questi anni, favorita in questo da un uso sempre più massiccio dei social media da parte di persone sprovviste di idonei strumenti culturali.

Questi improvvisati “esperti” di Storia confondono una veloce navigazione in rete con quella che è una seria, approfondita, ricerca, che, com’è noto, dipende dalle fonti che si utilizzano (verso le fonti è bene esercitare sempre un sano scetticismo), dalla loro vicinanza temporale ai fatti dei quali parlano e, soprattutto, dalla loro affidabilità.

La cosa tragica è che questi “navigatori” nemmeno si rendono conto dell’enorme confusione che fanno.

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