Tag Archives: traduzione

La traduzione è un’attività che richiede una profonda conoscenza delle lingue. Ma, prima ancora, la capacità di cogliere il senso di ciò che è scritto.

9 Lug

Giorni fa, “navigando” su Twitter, mi sono imbattuto in una vera perla di traduzione: un articolo riportava, tradotti in italiano, i risultati di una ricerca sulle cause di una frattura presente su un cranio scoperto nel 1941 in Cioclovina (Romania).

Quel cranio apparteneva ad un uomo vissuto circa 33.000 anni fa.

Ciò che mi ha colpito, in quell’articolo, è stato leggere che “le ferite non sono accidentali, ma compatibili con colpi inflitti ripetutamente con un’arma, come il corpo di un pipistrello”.

C’era evidentemente qualcosa che non andava in quella traduzione (poteva mai il corpo di un pipistrello essere un’arma?).

Incuriosito, sono andato allora a leggere l’articolo originale, pubblicato sulla rivista scientifica Plos One, ho letto injury induced by a blow with a round, bar-like object baseball bat.

Chi aveva riportato i risultati di quella ricerca aveva tradotto il termine inglese bat pensando a Batman, ignaro del fatto che quel termine significa anche mazza, bastone, come nel caso dell’articolo originale.

Quello che ho trovato incredibile in questa vicenda non è però l’errore di traduzione, ma l’avere scritto una cosa assurda, senza senso, e, ancor di più, l’aver accettato che potesse stare in piedi un’assurdità inaudita, quale come il corpo di un pipistrello.

Ripeto: la cosa incredibile non è quella traduzione ridicola, né il fatto che ne sia stata consentita la pubblicazione; la cosa incredibile è che tanto l’autore di quella traduzione quanto chi ha consentito che venisse pubblicata hanno ritenuto possibile uccidere un uomo a colpi di pipistrello!

Questa vicenda mi ha fatto venire in mente altri esempi di traduzioni sbagliate, anche se non così incredibili.

Ne riporto alcuni, caratterizzati dal loro valore “creativo”: si tratta di errori che hanno creato, inventato, nuove realtà.

Il 15 maggio 1860, nei pressi di Calatafimi, si svolse la battaglia che aprì la strada a Garibaldi per la conquista del Regno delle Due Sicilie e la sua annessione al Regno di Sardegna, operazione che segnò l’inizio della formazione dell’unità d’Italia.

Il giorno precedente, a Salemi, Garibaldi aveva assunto, in nome di Vittorio Emanuele II, il titolo di “dittatore” e aveva proclamato Salemi capitale del Regno d’Italia (pochi lo sanno, ma Salemi è stata, anche se solo per un giorno, la prima capitale del Regno Unito d’Italia).

Nel 1892, in località “Pianto Romano”, venne inaugurato il Sacrario in ricordo di quella famosa battaglia.

Ma cosa vuol dire quel “pianto romano”?

Nulla, assolutamente nulla.

Si tratta della traduzione sbagliata dell’espressione siciliana con la quale gli abitanti di quella zona chiamavano quel posto.

In quella zona infatti nascevano chianti di vite (quella parte della Sicilia è famosa in tutto il mondo per il vino che vi si produce), dove quel chianti non è altro che il termine siciliano che sta per piante (quel Romano, molto probabilmente, si riferiva al nome del contadino proprietario di quel terreno).

Ecco che allora quel traduttore, anziché informarsi con le persone che abitavano in quei luoghi sul significato di quell’espressione, pensò bene di italianizzare quel chianti in pianto, dando vita in tal modo ad una nuova “creatura”.

Voler italianizzare espressioni dialettali porta anche a soluzioni assolutamente divertenti, come i calamaricchi affucati (polipetti in umido, tipico piatto della cucina siciliana), che diventano abbassami le orecchie annegati.

E che dire, restando in Sicilia, dell’origine del nome Castrogiovanni, l’antica Enna?

Quel nome non ha nulla a che vedere con Giovanni.

Deriva infatti da Qasr Yanna, in arabo roccaforte di Henna (Henna era il nome di quel luogo, sia per i Greci che per i Romani).

I Normanni lo tradussero in latino in Castrum Ioannes, da cui Castrogiovanni, nome in uso fino al 1927.

E per finire, un esempio forse ancora più divertente.

Questa volta risaliamo la penisola italiana, fino al suo confine nord-orientale, e arriviamo a Redipuglia, in provincia di Gorizia.

Il nome di questa località, nota per il sacrario militare, non ha nulla a che fare né con un re né con la Puglia.

Anche in questo caso abbiamo a che fare con una traduzione “creativa”, molto “creativa”.

Il nome Redipuglia è infatti la traduzione sbagliata di Sredi Polje, che in sloveno vuol dire in mezzo ai campi (la pronuncia è srèdi pòglie).

Tradurre non significa riprodurre, in modo meccanico, una sequenza di vocaboli da una lingua ad un’altra.

Tradurre significa rendere, nella lingua di arrivo, il senso contenuto in quella di partenza.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: