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Sono le passioni a muovere i comportamenti umani, non la ragione.

4 Feb

Μῆνιν ἄειδε θεὰ Πηληϊάδεω Ἀχιλῆος οὐλομένην

Con queste parole si apre una delle storie più belle mai concepite dalla mente umana.

Si tratta dell’Iliade, un libro che ha influenzato la letteratura di tutti i tempi.

A proposito dei grandi classici della letteratura, credo sia un peccato che vengano letti (per di più solo parzialmente) soltanto a scuola.

La scuola ha il compito di farli conoscere, di creare le occasioni perché i ragazzi sappiano cos’è stato scritto, di cercare di accendere la loro curiosità.

Sta poi ai ragazzi, una volta cresciuti e diventati adulti, rileggere, con menti (si spera) più aperte, i libri che hanno incontrato per la prima volta sui banchi della scuola e scoprire quello che era contenuto in quelle pagine, quello che a quell’età non potevano vedere (forse intuire).

Ritornando all’Iliade, trovo sia limitativo dire che racconti solo la famosa guerra di Troia, avvenuta intorno al 1200 a.e.v.

Nell’Iliade, come nella successiva Odissea, c’è di più, molto di più.

In quei versi si parla infatti dell’essere umano, di che cos’è, di com’è fatto.

A cominciare da ciò che lo caratterizza più fortemente: le passioni.

Non c’è nulla infatti che determini i comportamenti umani più dei sentimenti.

E non è un caso che l’Iliade si apra e si chiuda con due passioni: l’ira e la pietà (l’ira è addirittura la prima parola).

L’ira di Achille, provocata dal rapimento di Briseide, e la pietà che lo stesso Achille prova nei confronti di Priamo, il re di Troia che arriva al punto di inginocchiarsi davanti all’uomo che aveva ucciso il suo Ettore e di baciarne le mani (proprio quella mano destra che aveva scagliato la lancia assassina).

Ma cos’è che fa scattare l’ira di Achille, cos’è che fa da innesco?

È l’onore, un altro dei sentimenti forti dell’essere umano (Briseide era infatti il dono d’onore che i Greci avevano assegnato ad Achille).

Com’è illusorio pensare che l’essere umano sia un essere razionale!

E che grande illusione è stata l’Illuminismo!

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Enea non poteva incontrare Didone. Ma il mito è più reale della verità.

8 Feb

Il potere politico si è sempre servito dell’arma della propaganda per creare, giustificare e mantenere il proprio potere.

E ha sempre trovato degli intellettuali disposti ad assecondarlo.

E su cosa si è fatto leva per raggiungere quest’obiettivo?

Semplice: sul fatto che l’essere umano non è un essere razionale (e di conseguenza, i suoi comportamenti sono principalmente dettati dalle emozioni, dai sentimenti, da motivazioni irrazionali).

Gli uomini, soprattutto, hanno bisogno di credere, di fantasticare, di sognare.

E quale strumento migliore della poesia per far sognare?

Non è forse vero che, come diceva Shakespeare, siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni ?

E gli antichi, abili costruttori di miti, conoscevano bene com’è fatto l’animo umano.

E sapevano bene che nella costruzione di un mito poco importa aver cura della veridicità della storia che si narra.

L’obiettivo è puntare ad emozionare, a suscitare sentimenti.

E i sentimenti non hanno nulla a che vedere con la logica, con la ragione.

Pensare che gli esseri umani, se messi davanti alla realtà concreta, quella dei fatti, possano non credere più alle storie, anche se queste sono contraddette da quella, è solo un’illusione, una pia illusione.

Si pensi, per esempio, al mondo del giornalismo, nel quale in questi anni si fa un gran parlare del cosiddetto fact-checking.

Sarebbe interessante, a questo proposito, verificare l’effettiva incidenza di questo lavoro di verifica, in un mondo in cui milioni di individui sono indifferenti alla verità, a come stanno in realtà le cose.

Se si esamina la Storia umana, è facile vedere come questa sia piena di esempi di indifferenza degli esseri umani nei confronti della realtà dei fatti.

Ed è proprio conoscendo il passato che ci si può rendere conto di come non ci sia non c’è migliore fonte d’ispirazione per chi vuole sfruttare a proprio favore la natura umana: la conoscenza della Storia non impedisce che ciò che è accaduto in passato si ripeta.

Anche se si tratta di fatti atroci (e la cronaca di questi anni fornisce numerosi esempi in proposito).

Uno degli esempi più chiari di rapporto tra potere e intellettuali, di uso dei mezzi d’informazione a fini di preservazione del potere, di cosa voglia dire costruzione di un mito e di quanto siano irrilevanti, in questo senso, le incongruenze, ce lo fornisce il più famoso poema epico latino: l’Eneide.

Scritto da Virgilio nel terzo decennio a.C. su commissione di Gaio Giulio Cesare Ottaviano, primo imperatore romano (il titolo di Augusto gli fu conferito dal Senato romano nel 27 a.C.), rappresentò un potentissimo strumento di propaganda augustea.

Vale la pena di notare che, nello scrivere il poema che lo ha reso immortale, Virgilio non si fece alcuno scrupolo di retrodatare la fondazione di Cartagine (avvenimento che risale all’814  a.C.) ai tempi della guerra di Troia (1200 a.C.), pur di creare un collegamento tra il mito di Enea e quello di Didone.

Tutto ciò serviva al suo intento: creare un collegamento tra Roma e la Grecia e fornire una giustificazione mitica all’odio tra Roma e Cartagine.

La Storia ha confermato come il mito, il sogno, la fantasia, vincano sulla realtà, sulla verità.

 

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