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A proposito del Salone del libro di Torino

29 Lug

Nel maggio del 1988 ero presente alla prima edizione del “Salone del libro” di Torino, la manifestazione che ha dato un grosso contributo alla riconversione della prima capitale d’Italia da città-fabbrica a città di servizi.

Quell’edizione si tenne a Torino Esposizioni (dal 1992 il “Salone” si sarebbe poi spostato al Lingotto).

Di quella prima edizione ricordo l’atmosfera di novità che si respirava, il senso di apertura al futuro che c’era dietro quella scommessa fatta dai due organizzatori.

Ma soprattutto ricordo l’intervento di Umberto Eco.

Già allora in Italia ci si lamentava del basso numero di lettori (a maggior ragione quella del “Salone” fu un’idea coraggiosa).

A questo proposito Eco osservò, con quell’ironia che lo ha sempre accompagnato, che il senso di frustrazione che nasceva osservando la posizione che l’Italia occupava nella classifica relativa al numero dei lettori di libri si sarebbe potuto superare se, anziché guardare a chi stava prima di noi, si fosse guardato a chi, in quella classifica, stava sotto (ricordo che Eco citò, quale Paese da prendere come riferimento, il Ghana).

Come non mettere in relazione quell’ironico invito di Eco con quello che è uno dei più grandi difetti di questo Paese, quello di voler costruire paragoni prescindendo dalla storia, dalla cultura, dalle tradizioni, dei Paesi che vengono presi a riferimento?

Paragoni velleitari, impossibili, ma prima ancora ridicoli.

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Tanti mezzi di comunicazione ma poca comunicazione.

1 Ott

Lo scorso mese si è svolta a Camogli, deliziosa località della riviera ligure di levante, la prima edizione del festival della comunicazione, primo evento del genere organizzato in Italia.

Il successo di questa iniziativa, in termini di numero di presenze ai vari incontri, conferma quanto interesse il tema della comunicazione sia in grado di suscitare, quanto grande, diffuso, sia il bisogno delle persone di “ascoltare”.

Ma siamo sicuri che quando si parla di comunicazione s’intenda, da parte di tutti, la stessa cosa, che cioè tutti quanti attribuiscano alla parola “comunicazione” lo stesso significato?

In merito, ho molti, e seri, dubbi.

In uno dei numerosi incontri del festival di Camogli, Umberto Eco ha ricordato a questo proposito (citando Sant’Agostino) che comunicare significa attivare nella mente di qualcuno l’idea che c’era nella nostra mente.

Comunicare, quindi, non vuol dire, come banalmente si crede, stabilire un contatto con un altro, e basta, ma produrre, nella mente del nostro interlocutore, un preciso risultato: attivare, in quella, l’idea che c’era nella nostra mente.

Comunicare non indica pertanto “compiere un’azione” ma “raggiungere un obiettivo”, “ottenere un risultato”.

E la differenza non è cosa di poco conto!

Il mezzo (quello col quale si comunica) non va mai confuso col fine (quello che si vuole raggiungere tramite quel mezzo).

Al di là del mio profondo scetticismo sul fatto che possa realizzarsi, se non in casi assolutamente eccezionali, quel che diceva Sant’Agostino, c’è una domanda che, quando si parla di comunicazione, non viene mai presa in considerazione, domanda che considero non solo importante, ma essenziale, e cioè: ammesso e non concesso (come direbbe Totò) che la comunicazione riesca ad attivare nella mente di chi viene raggiunto da un messaggio (“comunicare” significa “trasmettere”) l’idea che c’era nella mente di chi quel messaggio l’ha inviato, cosa fanno gli “ascoltatori”, dopo, di quello che hanno ascoltato?

Cosa c’è dopo l’ascolto?

Che uso si fa, per esempio, di ciò di cui si viene a conoscenza nei casi in cui ciò che si comunica è un’informazione?

E, ripeto, sempre che si riesca nell’impresa di riuscire a superare l’ostacolo dell’incomunicabilità (tema al centro di tanti film di Michelangelo Antonioni).

Comunicare, allo scopo di entrare in contatto con altri (per cos’altro, se no?), ha senso solo se si accetta il fatto che, a fronte del contatto così creato, i “messaggi” veicolati producano un effetto nella mente del destinatario.

Che senso ha voler comunicare se poi si vuole restare esattamente come si era prima?

Nessuno.

Eppure si continuano a costruire vie di comunicazione, e mezzi per “trasportare” messaggi, senza però curarsi di quello al quale tutto questo dovrebbe servire: far circolare idee.

Proprio quelle che mancano.

Si mettono in comunicazione persone che non hanno nulla da dire, nulla da comunicare; è come costruire autostrade, ponti, e farli percorrere da mezzi (camion, auto) che non contengono nulla, che non trasportano nulla.

Così come accade in tante altre circostanze, si parla di comunicazione in mancanza dei necessari presupposti.

O perché i messaggi, vuoi per via del loro contenuto (spesso assente), vuoi per come vengono trasmessi, risultano incapaci di attivare le menti dei destinatari o perché le menti dei destinatari risultano incapaci di reagire secondo le aspettative di chi invia i messaggi.

Il risultato è quello di avere molto rumore e poco segnale.

Molto rumore per nulla, direbbe Shakespeare.

E se si cominciasse col rendere semplice un banale rinnovo di patente?

23 Gen

Trent’anni fa Umberto Eco scrisse un esilarante articolo sull’avventura che aveva vissuto per riuscire ad ottenere un duplicato della sua patente di guida (che gli era stata rubata, o che aveva smarrito, durante un soggiorno all’estero).

Quell’articolo, che allora mi aveva fatto tanto sorridere, mi è tornato in mente in questi ultimi mesi, nei quali anch’io ho avuto a che fare con quell’infernale macchina burocratica che si occupa delle patenti degli italiani.

All’inizio di giugno dello scorso anno, in prossimità della scadenza di validità della mia patente, mi sono recato in un ufficio Aci per provvedere al suo rinnovo; dopo aver compilato un modulo, superato la visita medica e pagato quanto dovuto, mi è stato rilasciato un certificato, nel quale si confermava la validità della mia patente.

Questo certificato era destinato (in teoria!) ad essere utilizzato solo per un breve periodo di tempo, in attesa che mi arrivasse a casa il tagliando adesivo da applicare sulla patente, rendendola così ancora valida.

Da parte del personale Aci mi era stato detto che il tagliando sarebbe arrivato nella cassetta della posta (questi “bollini” vengono infatti spediti con la posta ordinaria) nel giro di un paio di mesi e comunque di farmi vivo con loro se, passata l’estate, non fosse ancora arrivato.

Ad ottobre, non avendo ricevuto nulla, ho contattato l’ufficio Aci che aveva istruito la mia pratica e la persona che mi ha risposto, preso nota del ritardo, mi ha assicurato che si sarebbe interessata con la Motorizzazione di Roma per sollecitare l’invio del fatidico tagliando; mi ha anche detto che non dovevo considerare il ritardo così strano (come invece a me sembrava).

Inoltre, ritenendo possibile che la causa del ritardo fosse dovuta alla perdita negli uffici del Ministero dei trasporti dei documenti che gli avevano spedito a giugno (nei quali si confermava a quel Ministero la validità della mia patente), mi hanno detto che avrebbero trasmesso a Roma una fotocopia del certificato che mi avevano consegnato a giugno, con gli estremi della mia pratica.

Dopo aver atteso invano per un altro mese, mi sono nuovamente rivolto all’Aci, ottenendo la stessa risposta, assieme ad un invito ad avere un po’ di pazienza.

A dicembre, poco prima delle festività natalizie, stessa storia: ennesimo sollecito ed ennesimo invito ad avere pazienza.

L’ultima tappa di questa storia è di ieri: questa volta ho provveduto io stesso a comporre il numero verde della Motorizzazione. Dopo innumerevoli tentativi andati a vuoto, sono finalmente riuscito a mettermi in contatto con un operatore. Questi, molto serenamente, mi ha fatto presente che gli uffici di Roma sono molto indietro col lavoro e che pertanto devo ancora pazientare per un po’ di tempo (almeno un altro mese) per avere il piacere di ricevere a casa il magico tagliando.

Ora, come dimostra il mio caso (in oltre sette mesi l’apparato dello Stato non è stato in grado di produrre un banalissimo tagliando), appare chiaro che, nonostante i trent’anni passati dall’avventura di Umberto Eco, l’efficienza della macchina burocratica che gestisce le patenti degli italiani è rimasta quella di allora.

Ma com’è possibile che nell’era di Internet non si possa ottenere “in tempo reale”, una volta inseriti in un sistema tutti i dati necessari, una nuova patente (come avviene, per esempio, col rinnovo della carta d’identità)?

A tutti quelli che si presentano alle prossime elezioni vorrei far presente una cosa semplice: ad un normale cittadino italiano (ce ne sono ancora) quello che sta maggiormente a cuore non è tanto andare a votare con un sistema maggioritario (a turno unico o doppio), con un sistema proporzionale (con o senza sbarramento), bipartitico, bipolare,  multipartitico, alla francese, all’inglese, alla tedesca, alle persone normali interessa piuttosto poter usufruire di servizi degni di un Paese civile, soprattutto se si pagano così tante tasse.

Come, per esempio, non dover aspettare più di otto mesi per ottenere un banale “bollino” che confermi la validità di una patente.

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