Archivio | agosto, 2019

La chiusura dei porti è una questione temporanea, quella delle menti è per sempre.

19 Ago

Com’è ormai sempre più evidente, l’uso dei social media ha fatto emergere in tutto il suo splendore l’imbecillità umana, elemento che caratterizza un’enorme moltitudine di individui.

Le conseguenze dell’uso dei social erano chiare già da tempo, ancor prima che ne parlasse Umberto Eco, quando, quattro anni fa, disse: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».

La cosa divertente, che Umberto Eco, da logico qual era, non poteva certamente non aver previsto, è che da allora non si contano gli imbecilli che commentano quella frase, fornendo, con i loro commenti, la migliore dimostrazione della verità contenuta in quelle parole.

Ma non è solo l’imbecillità l’elemento fatto emergere dai social media.

Assieme ad essa, infatti, è venuta a galla un’altra caratteristica di una vasta categoria di persone: la grettezza mentale, la chiusura di pensiero.

Appartengono a questa variegata moltitudine diversi tipi di individui.

Ci sono quelli che conoscono una sola materia (poco importa la sua natura) e parlano sempre e solo di quella; se li si porta su un altro campo vanno in tilt, il loro cervello si blocca, come se all’improvviso venisse a mancare la fonte di energia che lo alimenta (a Palermo c’è un’espressione con la quale si indica una persona che, invece, è in grado di affrontare con competenza un’ampia gamma di argomenti: Unni u tocchi, suona).

Ci sono poi quelli che non conoscono altro mondo all’infuori del loro ambito lavorativo, piccolo o grande che sia, e parlano sempre e solo di quello (se si tratta di lavoratori dipendenti, si ha a che fare con persone per le quali l’azienda non è solo un semplice datore di lavoro ma l’entità dalla quale dipende la loro vita; sono individui dipendenti in toto, in cui il legame con l’azienda è assoluto, totalizzante, come quello di un feto con la madre, con quel cordone ombelicale senza il quale non sarebbero capaci di sopravvivere; una dipendenza che dà loro la possibilità di dare un senso alla loro vita, di illudersi di non condurne una che spesso è banale, triste, povera, insignificante).

Ci sono infine quelli che credono che il mondo sia costituito solo dal luogo dove sono nati (la cosa che rende particolarmente ridicole queste persone è il fatto che si sentano orgogliose di qualcosa che non è dipeso in alcun modo da loro).

E non è raro vedere agire queste caratteristiche in contemporanea, in una miscela micidiale.

Difficile fare una graduatoria in proposito, ma di certo imbecillità e grettezza mentale appartengono ad una specie diversa rispetto alla semplice ignoranza.

Quest’ultima rappresenta di sicuro una grave carenza, presupposto di altri mali, che su di essa affondano le proprie radici, ma, per quanto grave, è comunque un male curabile: con lo studio, sorretto dalla volontà d’imparare, dalla curiosità di vedere cosa c’è al di là del proprio naso, vi si può porre rimedio.

Per quanto riguarda invece imbecillità e grettezza mentale, non c’è nulla da fare.

Si tratta di fattori genetici: tra i mattoncini che compongono il dna delle persone che ne sono affette non ci sono quelli dell’apertura mentale e della capacità di pensiero razionale.

La chiusura dei porti (tema da mesi al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica) è una questione temporanea, a differenza di quella delle menti, che è per sempre.

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