Archivio | Mag, 2019

Le parole sono sacre. Anche se non si è credenti.

21 Mag

Se c’è una parola che può essere portata ad esempio dell’uso improprio, spesso strumentale, che si fa del linguaggio, questa è la parola arabo.

Con questa parola si intende sia un popolo, sia una lingua.

Il popolo arabo prende il suo nome dalla zona geografica nella quale originariamente abitava: arabi era infatti il nome col quale venivano chiamate le popolazioni che vivevano nell’alta Mesopotamia, nella regione situata tra il Mar Morto e il golfo di Aqaba (regione chiamata Wadi Araba).

Con la rivelazione coranica, avvenuta in arabo (il Corano rappresenta il primo vero testo arabo), la parola arabo (nomade del deserto) si svincola dall’etnia araba: a partire da quel momento la parola non indica più solo le popolazioni originarie della penisola araba ma viene usata per indicare anche quelle che, pur appartenendo ad altri gruppi etnici (maghrebini, andalusi, anatolici, ecc.), parlano in arabo.

Da quel momento la lingua araba costituisce uno strumento di unificazione sociale.

Il dato importante è che, in forza della sua origine, la lingua araba, per un credente, non è soltanto una lingua semitica: è molto di più, è la parola divina, è la via attraverso la quale Allah si è rivelato.

Da qui l’importanza data alle parole, non solo al loro significato ma anche al modo col quale vengono scritte: l’attenzione data alla calligrafia è anche un modo di manifestare rispetto alla divinità.

Torniamo adesso all’uso improprio, molto frequente, di arabo, parola che si presta come poche altre ad essere usata in maniera strumentale, sia con l’intenzione di dare ad essa un valore positivo sia con l’intenzione di dargliene uno negativo.

È classico, in casi come questo, uno degli errori logici più diffusi, quello di prendere in considerazione soltanto quei fatti che confermano le proprie opinioni, tralasciando/ignorando quelli che invece le smentiscono.

E quando entrano in gioco le ideologie, che stanno alla base delle convinzioni più fortemente radicate nella testa degli esseri umani, quest’errore è pressoché inevitabile.

Com’è noto, infatti, le parole fanno emergere il pensiero che sta loro dietro/sotto (parlare male significa pensare male).

Ecco che allora, da parte di alcuni, si fanno passare per arabi scienziati che arabi non erano.

In alcuni testi, anche importanti (sic!), alcuni scienziati erroneamente indicati come arabi vengono indicati come musulmani, confondendo così musulmano con arabo (non solo si fa confusione tra “esprimersi in lingua araba” ed essere arabo ma anche tra “esprimersi in lingua araba” ed essere musulmano).

Analoga confusione (quella tra chi pratica una religione e chi parla una lingua) viene fatta anche nel campo cristiano, ad opera di chi evidentemente ignora il fatto che esistono cristiani di lingua latina, così come ne esistono di lingua greca e di lingua araba.

Ed ecco alcuni esempi, tra i più famosi, dell’errore al quale ho accennato sopra (si tratta di tre grandi scienziati persiani):

1. Ibn Sīnā (nacque nel 980 a Afshana), che sarebbe poi stato conosciuto nel mondo latino col nome di Avicenna;

2. al-Khwārizmī (nacque nella regione iraniana del Khwārizm intorno al 780);

3. al-Biruni, nato anche lui nella regione iraniana del Khwārizm, nel 973 (portano il suo nome un cratere della Luna ed un asteroide).

La confusione nasce dal fatto che quegli scienziati hanno scritto le loro opere in arabo.

Ma scrivere in una lingua non significa essere della nazione alla quale quella lingua è associata, nella quale quella lingua è nata.

Nessuno direbbe che Newton era italiano solo perché “Philosophiae Naturalis Principia Mathematica” l’ha scritta in latino.

Così come nessuno direbbe che Jorge Luis Borges è spagnolo solo perché le sue opere le ha scritte in spagnolo.

Non a caso in spagnolo esiste la parola hispanohablante, che non significa spagnolo.

A proposito della trentaduesima edizione del Salone del libro di Torino

8 Mag

Seguendo il dibattito che da giorni infiamma la trentaduesima edizione del Salone del libro di Torino c’è da restare allibiti.

Non però per ciò che è successo (aver accettato che vi partecipasse la casa editrice Altaforte) ma per il dibattito che si è scatenato intorno a questo fatto.

Dibattito, come al solito in questo Paese, non sui fatti, ma sull’interpretazione che se ne dà, sulla mistificazione che se ne fa.

Va innanzitutto ricordato, come premessa, che il Salone del libro di Torino è una Fiera commerciale, ed essendo tale non c’è alcun dovere, da parte di un autore, di andarci o di non andarci.

Si tratta di un’opportunità, ed ognuno è padronissimo di coglierla o di non coglierla.

Si dice poi che il Salone rappresenta (anche) un’occasione per una libera circolazione di idee, cercando così di camuffare, ipocritamente, l’essenza della manifestazione, che resta quella di fiera commerciale.

Ovviamente, se i decisori sono autorità pubbliche, nel perseguire i loro obiettivi commerciali sono in ogni caso tenuti a rispettare le leggi dello Stato, a cominciare da quella più importante, vale a dire la Costituzione.

Venendo alla polemica che quest’edizione ha scatenato, ed al gioco delle tre carte che si sta giocando, spostando sempre il punto-chiave della questione, la cosa che fa rabbia è non si capisca, o che si faccia finta di non capire, che il problema non è la libera circolazione delle idee, ma la messa in atto di comportamenti che a certe idee sono collegati.

Il problema infatti è che si fa finta di non vedere le azioni concrete che ormai da mesi si susseguono in Italia, azioni collegate alle idee che quella casa editrice fa circolare liberamente.

Ed a proposito di ipocrisia (quella sabauda ha fatto scuola in questo Paese, che non a caso è nato avendo in mente una sua piemontesizzazione), fa veramente pena assistere al vergognoso rimpallo di responsabilità, a proposito dell’accettazione della partecipazione della casa editrice Altaforte, tra il comitato editoriale del Salone e la direzione commerciale.

Sempre a proposito di ipocrisia, spiccano le parole degli organizzatori, per i quali le scelte effettuate sono state guidate dalla volontà di tener fuori dal Salone la campagna elettorale, non la politica (come se ciò fosse possibile!).

Si è arrivati a dire, da parte degli organizzatori del Salone, che quest’anno sono stati esclusi i libri scritti da politici o su partiti politici, ignorando quello scritto sul ministro dell’Interno, pubblicato (guarda caso) proprio dalla casa editrice al centro della polemica.

Quello che vedo riproporsi in occasioni come questa del Salone del libro di Torino è un vecchio problema italiano, uno dei più gravi e pericolosi: in nome di una superiorità morale della quale alcuni si sentono gli esclusivi portatori (quello della libera circolazione delle idee è solo uno dei tanti ripari dietro i quali questi presunti “esclusivisti” si nascondono), si dà visibilità a gente che merita semplicemente di essere messa ai margini di una società civile e là essere mantenuta.

E non è affatto casuale che ad aver consentito, anni fa, lo sdoganamento di certe idee (che da tempo ormai si sono trasformate in azioni), abbiano contribuito personaggi appartenenti a questa schiera di presunti esclusivisti.

Quello che poi si dovrebbe capire una buona volta è che il “gioco” è viziato da un’evidente asimmetria: da una parte del campo c’è chi consente a chi ha opinioni diverse dalle proprie di poterle esprimere liberamente, dall’altra c’è chi non lo consente e non si fa scrupolo di ricorrere anche alla violenza fisica per impedire che ciò accada.

A Palermo si dice quannu c’è u rammi e tè, l’amicizia sempre c’è; quannu c’è u rammi e bu, l’amicizia nun c’è cchiù.

P.S.: ricordo con tanta nostalgia la prima edizione del Salone del libro di Torino, a Torino Esposizioni. Era il 1988, un’altra epoca, un’altra Torino, un’altra Italia.

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