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Essere liberi è difficile. E costa.

16 Gen

Da anni il termine rete è comunemente associato alla tecnologia.

Internet è la rete per antonomasia.

La rete della quale parlo qui non è però quella informatica dei social, ma una molto più antica.

Mi riferisco alla rete di conoscenze, di ricatti, di favori.

Si tratta di una rete molto sottile, quasi invisibile, ma molto potente, una rete che protegge, una rete nella quale è coinvolta una grande quantità di persone (molto più numerosa di quanto non si creda).

Molti ci vivono in silenzio, molti altri non la vedono (perché non vogliono vederla), molti altri ancora ne negano persino l’esistenza.

Il successo di questa rete non è affatto casuale.

Lo conferma il fatto che non è mai scemato nel corso della Storia umana, e questo perché fa comodo a tanti: appartenere a questa rete procura tanti vantaggi.

Chi accetta di lasciarsene catturare vive bene: gli imprenditori ottengono vantaggiosi contratti (accanto a quelli che subiscono il ricatto della Mafia ce ne sono tanti altri che invece la cercano, attratti dalla sua capacità di assicurare protezione), i professionisti ottengono incarichi, non solo per sé, anche per i propri familiari.

Emanciparsi, decidere di vivere senza la protezione di questa rete, significa uscire allo scoperto, confrontarsi, e tutto questo costa (non solo in termini economici), soprattutto se non si è all’altezza del compito.

Vivere liberi (al di là della retorica sulla parola libertà) è molto più difficile che vivere schiavi.

Decidere di non muovere un dito per ottenere favori (così com’è giusto fare), significa, per esempio, non lamentarsi per non essere stati scelti per un incarico.

Scegliere di evitare le anticamere dei potenti, di non essere ai loro ordini, di non umiliarsi, significa scegliere di pagare certi prezzi.

La persona adulta, matura, non si lamenta per le conseguenze della sua libertà.

Come ha detto Epitteto, filosofo greco nato a Ierapoli (nell’attuale Turchia) intorno al 50 d.C., Chiunque ha volontà di essere libero, faccia di non appetire né fuggir mai cosa alcuna di quelle che sono in potestà d’altri; o che altrimenti gli bisognerà in ogni modo essere schiavo.

Semplice non significa affatto facile.

2 Gen

Solo chi ha studiato molto, solo chi è andato a fondo alle questioni, è capace di far apparire semplice ciò che in realtà è complesso.

Se però si giudica tutto in base all’apparenza, non solo non si vede la complessità che sta dietro quella non casuale semplicità ma, soprattutto, si ignora il lavoro che è stato fatto per giungere a quel risultato, grazie al quale è possibile mostrare in maniera semplice ciò che in realtà è complesso.

Esporre in maniera semplice un concetto complesso è qualcosa tutt’altro che semplice.

Solo chi conosce a fondo una materia può esprimerla in maniera semplice.

L’originalità di certi scrittori, per esempio, non sta certo nel fatto che abbiano trattato temi già affrontati in passato da altri autori ma nel fatto che siano stati capaci di combinare in maniera nuova, originale, le parole del vocabolario per esprimere in una nuova maniera, più chiara, più semplice, concetti già esposti in passato.

Il problema di fondo sta nel confondere la maniera semplice con la quale si espone un concetto complesso con la natura non semplice del significato che sta dietro quel concetto.

Un conto è infatti leggere scritti in cui vengono esposti in maniera semplice temi complessi, un altro è capire l’essenza di quei temi, che restano difficili da capire anche se esposti in forma semplice.

Cosa c’è di più semplice, nella forma, delle equazioni S=k logW e E=mc², così facili da imparare a memoria?

A proposito di Galileo Galilei

6 Ott

È col pensiero greco che, nel VII secolo a.C., ha inizio la scienza.

È in quel mondo infatti che affonda le proprie radici il pensiero scientifico, è in quell’epoca che nasce la logica, sublime invenzione dei filosofi greci.

Fu Talete (vissuto tra il VII e il VI secolo a.C.) che capì che l’altezza di una piramide e la lunghezza dell’ombra da questa proiettata erano legate dalla stessa relazione tra la sua altezza e la lunghezza della sua ombra (e questo, per qualsiasi oggetto).

Ma la vera rivoluzione nella millenaria storia del pensiero scientifico è quella che si è avuta con Galileo Galilei, il vero padre della scienza moderna.

È a Galileo infatti che si deve la creazione del metodo sperimentale, in forza del quale la verità scientifica si fonda sull’esperimento, e solo su questo.

Qualsiasi teoria, pur se bellissima, pur se logicamente perfetta, in realtà non ha alcun valore se non viene confermata per via sperimentale.

Il metodo di Galileo fa capire che c’è una netta differenza tra basare le proprie convinzioni su un ragionamento astratto e fondarle invece sull’osservazione della realtà.

La caratteristica del metodo sperimentale è quella di essere induttivo, l’esatto opposto di quello aristotelico.

Cerca di capire le leggi della natura attraverso lo studio dei loro effetti, per poi da questi risalire alle cause (furono gli antichi filosofi greci i primi a pensare non solo che esistessero leggi della natura ma che si potesse anche arrivare a scoprirle).

Come ogni sovvertitore dell’ordine costituito, a maggior ragione se il sovvertimento svela pregresse falsità, Galileo fu sottoposto a numerosi e violenti attacchi.

E non sorprende affatto che i primi ad attaccare Galileo siano stati suoi “colleghi” (avviene anche nei tempi moderni).

La sua rivoluzione ne metteva infatti in discussione dogmi e metodi.

E per questo, il prezzo che gli fu fatto pagare fu molto alto, in primis da parte di tanti intellettuali (sia prima che dopo gli attacchi della Chiesa cattolica).

Ad attaccarlo furono anche persone considerate “illuminate”, come Martin Lutero e Giovanni Calvino.

Il dato sconfortante è che Galileo venga ancora oggi ricordato più che per gli enormi contributi che diede alla fisica, ed alla cultura in generale, per la persecuzione che dovette subire ad opera dell’Inquisizione.

Eppur si muove”, sono le prime parole che vengono comunemente associate a Galileo, quelle che secondo la leggenda lo scienziato pisano avrebbe pronunciato uscendo dal Tribunale dell’Inquisizione, nel 1633, dopo essere stato costretto a rinnegare le sue teorie astronomiche.

In realtà quelle parole Galileo non le pronunciò mai.

Sembra proprio una specie di contrappasso dantesco: il creatore del metodo sperimentale, in forza del quale una proposizione può essere giudicata vera solo se confermata, per via sperimentale, dalla realtà, condannato ad essere ricordato per una frase che in realtà non esiste, non esistendo di essa alcuna conferma.

La chiusura dei porti è una questione temporanea, quella delle menti è per sempre.

19 Ago

Com’è ormai sempre più evidente, l’uso dei social media ha fatto emergere in tutto il suo splendore l’imbecillità umana, elemento che caratterizza un’enorme moltitudine di individui.

Le conseguenze dell’uso dei social erano chiare già da tempo, ancor prima che ne parlasse Umberto Eco, quando, quattro anni fa, disse: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».

La cosa divertente, che Umberto Eco, da logico qual era, non poteva certamente non aver previsto, è che da allora non si contano gli imbecilli che commentano quella frase, fornendo, con i loro commenti, la migliore dimostrazione della verità contenuta in quelle parole.

Ma non è solo l’imbecillità l’elemento fatto emergere dai social media.

Assieme ad essa, infatti, è venuta a galla un’altra caratteristica di una vasta categoria di persone: la grettezza mentale, la chiusura di pensiero.

Appartengono a questa variegata moltitudine diversi tipi di individui.

Ci sono quelli che conoscono una sola materia (poco importa la sua natura) e parlano sempre e solo di quella; se li si porta su un altro campo vanno in tilt, il loro cervello si blocca, come se all’improvviso venisse a mancare la fonte di energia che lo alimenta (a Palermo c’è un’espressione con la quale si indica una persona che, invece, è in grado di affrontare con competenza un’ampia gamma di argomenti: Unni u tocchi, suona).

Ci sono poi quelli che non conoscono altro mondo all’infuori del loro ambito lavorativo, piccolo o grande che sia, e parlano sempre e solo di quello (se si tratta di lavoratori dipendenti, si ha a che fare con persone per le quali l’azienda non è solo un semplice datore di lavoro ma l’entità dalla quale dipende la loro vita; sono individui dipendenti in toto, in cui il legame con l’azienda è assoluto, totalizzante, come quello di un feto con la madre, con quel cordone ombelicale senza il quale non sarebbero capaci di sopravvivere; una dipendenza che dà loro la possibilità di dare un senso alla loro vita, di illudersi di non condurne una che spesso è banale, triste, povera, insignificante).

Ci sono infine quelli che credono che il mondo sia costituito solo dal luogo dove sono nati (la cosa che rende particolarmente ridicole queste persone è il fatto che si sentano orgogliose di qualcosa che non è dipeso in alcun modo da loro).

E non è raro vedere agire queste caratteristiche in contemporanea, in una miscela micidiale.

Difficile fare una graduatoria in proposito, ma di certo imbecillità e grettezza mentale appartengono ad una specie diversa rispetto alla semplice ignoranza.

Quest’ultima rappresenta di sicuro una grave carenza, presupposto di altri mali, che su di essa affondano le proprie radici, ma, per quanto grave, è comunque un male curabile: con lo studio, sorretto dalla volontà d’imparare, dalla curiosità di vedere cosa c’è al di là del proprio naso, vi si può porre rimedio.

Per quanto riguarda invece imbecillità e grettezza mentale, non c’è nulla da fare.

Si tratta di fattori genetici: tra i mattoncini che compongono il dna delle persone che ne sono affette non ci sono quelli dell’apertura mentale e della capacità di pensiero razionale.

La chiusura dei porti (tema da mesi al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica) è una questione temporanea, a differenza di quella delle menti, che è per sempre.

A proposito del fenomeno Camilleri

18 Lug

Il 6 maggio 1999 il pubblico di Rai 2 conobbe Salvo Montalbano, e con lui Vigàta, Fazio, Catarella ecc.

Andò in onda, quella sera, “Il ladro di merendine”, il terzo giallo di Camilleri con protagonista il commissario Montalbano (prima c’era stato “Il cane di terracotta” e, prima ancora, “La forma dell’acqua”).

Chissà quanti, quella sera di vent’anni fa, dopo aver visto “Il ladro di merendine”, avrebbero scommesso sul successo di quel nuovo commissario di polizia.

Significativo il fatto che quel primo episodio sia stato trasmesso sul secondo canale e non sulla rete ammiraglia della Rai.

Segno che i primi a nutrire dubbi sul successo di quel nuovo personaggio erano proprio i dirigenti Rai.

Quell’episodio era tratto dal racconto omonimo di Camilleri, un autore già molto noto in Rai ma pressoché sconosciuto al grande pubblico.

Anche a quello televisivo, nonostante che si trattasse di un nome che, da quasi 40 anni, era di casa non solo nel mondo della televisione ma anche in quello del teatro.

Chissà quanti, per esempio, avevano associato il nome di Camilleri a quel Camilleri che compariva nei titoli di coda dei primi episodi del commissario Maigret, trasmessi dalla Rai a metà degli anni ’60.

Quello che è successo dopo la visione di quel primo episodio è qualcosa di incredibile, di inspiegabile.

Ancora oggi, a distanza di tanti anni, ci si chiede a cosa sia dovuto l’incredibile successo del commissario Montalbano (gli esseri umani hanno un istintivo bisogno di spiegare qualsiasi cosa accada secondo una logica di causa-effetto).

Tante le ipotesi, ma nessuna convincente.

L’idea che mi son fatto è che il successo di Camilleri, un successo planetario, senza precedenti, sia un successo indotto: non è l’autore la chiave, ma i personaggi da lui creati, unitamente all’ambiente nel quale questi agiscono.

E quando parlo di ambiente non mi riferisco ai luoghi reali, ma all’immaginazione, alla fantasia, a ciò che quei luoghi evocano, al fascino millenario che li circonda: la Sicilia che fa da sfondo alle avventure di Montalbano non è la Sicilia reale, quella delle strade impercorribili, quella delle montagne di spazzatura che da tempo immemorabile fanno da sfondo, quella degli intrallazzi, quella delle collusioni di larghi strati della società col potere mafioso, quella delle coste deturpate da un abusivismo osceno, ma quella che il nome stesso “Sicilia” evoca, al solo pronunciarlo, nella mente di chi ascolta, di chi guarda, quella dei miti del passato, quella che ancora oggi, nella mente di tante persone, rappresenta il mondo esotico a portata di mano.

E chi più di Camilleri poteva avere la consapevolezza della potenza creatrice della letteratura?

Non a caso, a chi gli chiedeva come mai non avesse mai scritto di Mafia, Camilleri rispondeva dicendo di non averlo mai fatto per paura di creare, seppure involontariamente, eroi simpatici (forse pensava al Padrino, di Mario Puzo, personaggio reso simpatico da Marlon Brando).

Tornando al successo del creatore del commissario Montalbano, credo che questo lo si debba più alle scene televisive che non alle pagine dei romanzi.

Si tratta in sostanza di un fenomeno mediatico (mediatico, non solo editoriale) ed è inutile, vista la natura del fenomeno, cercare spiegazioni: sarebbe come cercare causalità in eventi casuali.

E cercare di spiegare in termini di causalità quelli che sono fenomeni casuali è qualcosa di irrimediabilmente sbagliato.

A proposito della singolarità di certe traduzioni

11 Lug

Agli inizi del XX secolo nelle comunità degli italiani che erano emigrati negli Stati Uniti d’America alla fine dell’800 era diffuso l’uso dell’espressione goose by me.

Tradotta letteralmente, significa oca per me.

In realtà quell’espressione veniva usata per dire per me sta bene.

Si trattava di una specie di lasciapassare, orale ma non per questo meno importante, usato specialmente nell’ambiente della malavita, che proprio in quegli anni stava mettendo radici in America.

Ma cosa c’entrava un’oca con quel lasciapassare?

Il fatto è che per quegli italiani la pronuncia della parola ok (ochei), che sentivano usare dagli americani ogni volta che questi intendevano dire che erano d’accordo su qualcosa, aveva trasformato quell’ok in oca.

Quegli italiani, che stavano cominciando ad integrarsi nelle loro nuove città, pensarono allora di tradurre quell’oca nella loro nuova lingua, ed ecco venir fuori goose.

Un caso analogo di traduzione “creativa” è quello che riguarda il palermitano Francesco Procopio Cutò.

Appena ventenne, Cutò lasciò la sua città natale ed emigrò a Parigi, città nella quale fondò, nel 1686, il più antico caffè della ville lumière (le Café Procope), il primo caffè letterario (il locale si differenziava dagli altri per la disponibilità di giornali e di carta e calamaio).

A quel giovane palermitano si deve la scoperta di due cose importanti nella fabbricazione del gelato: l’uso dello zucchero al posto del miele e quello del sale marino assieme alla neve, per farla durare più a lungo.

Il giovane Procopio, per adattarsi alla sua nuova città, trasformò il suo cognome in Couteaux.

Quel Couteaux fu poi tradotto in italiano in “de’ Coltelli” (per via del fatto che la pronuncia della parola couteaux, che Procopio aveva scelto per assonanza con quella che in francese significa coltelli, richiamava proprio il nome Cutò).

E fu così che il nome Cutò fu soggetto ad una doppia trasformazione: fu dapprima francesizzato in Couteaux, per poi essere italianizzato in de’ Coltelli! Un vero doppio salto mortale!

N.B.: Il nome Cutò deriva dal greco κουτός (sciocco, stupido) ed è presente solo nella zona del messinese (si tratta di un piccolo torrente che, nei pressi di Bronte, si immette nel Simeto, il fiume più importante della Sicilia).

La traduzione è un’attività che richiede una profonda conoscenza delle lingue. Ma, prima ancora, la capacità di cogliere il senso di ciò che è scritto.

9 Lug

Giorni fa, “navigando” su Twitter, mi sono imbattuto in una vera perla di traduzione: un articolo riportava, tradotti in italiano, i risultati di una ricerca sulle cause di una frattura presente su un cranio scoperto nel 1941 in Cioclovina (Romania).

Quel cranio apparteneva ad un uomo vissuto circa 33.000 anni fa.

Ciò che mi ha colpito, in quell’articolo, è stato leggere che “le ferite non sono accidentali, ma compatibili con colpi inflitti ripetutamente con un’arma, come il corpo di un pipistrello”.

C’era evidentemente qualcosa che non andava in quella traduzione (poteva mai il corpo di un pipistrello essere un’arma?).

Incuriosito, sono andato allora a leggere l’articolo originale, pubblicato sulla rivista scientifica Plos One, ho letto injury induced by a blow with a round, bar-like object baseball bat.

Chi aveva riportato i risultati di quella ricerca aveva tradotto il termine inglese bat pensando a Batman, ignaro del fatto che quel termine significa anche mazza, bastone, come nel caso dell’articolo originale.

Quello che ho trovato incredibile in questa vicenda non è però l’errore di traduzione, ma l’avere scritto una cosa assurda, senza senso, e, ancor di più, l’aver accettato che potesse stare in piedi un’assurdità inaudita, quale come il corpo di un pipistrello.

Ripeto: la cosa incredibile non è quella traduzione ridicola, né il fatto che ne sia stata consentita la pubblicazione; la cosa incredibile è che tanto l’autore di quella traduzione quanto chi ha consentito che venisse pubblicata hanno ritenuto possibile uccidere un uomo a colpi di pipistrello!

Questa vicenda mi ha fatto venire in mente altri esempi di traduzioni sbagliate, anche se non così incredibili.

Ne riporto alcuni, caratterizzati dal loro valore “creativo”: si tratta di errori che hanno creato, inventato, nuove realtà.

Il 15 maggio 1860, nei pressi di Calatafimi, si svolse la battaglia che aprì la strada a Garibaldi per la conquista del Regno delle Due Sicilie e la sua annessione al Regno di Sardegna, operazione che segnò l’inizio della formazione dell’unità d’Italia.

Il giorno precedente, a Salemi, Garibaldi aveva assunto, in nome di Vittorio Emanuele II, il titolo di “dittatore” e aveva proclamato Salemi capitale del Regno d’Italia (pochi lo sanno, ma Salemi è stata, anche se solo per un giorno, la prima capitale del Regno Unito d’Italia).

Nel 1892, in località “Pianto Romano”, venne inaugurato il Sacrario in ricordo di quella famosa battaglia.

Ma cosa vuol dire quel “pianto romano”?

Nulla, assolutamente nulla.

Si tratta della traduzione sbagliata dell’espressione siciliana con la quale gli abitanti di quella zona chiamavano quel posto.

In quella zona infatti nascevano chianti di vite (quella parte della Sicilia è famosa in tutto il mondo per il vino che vi si produce), dove quel chianti non è altro che il termine siciliano che sta per piante (quel Romano, molto probabilmente, si riferiva al nome del contadino proprietario di quel terreno).

Ecco che allora quel traduttore, anziché informarsi con le persone che abitavano in quei luoghi sul significato di quell’espressione, pensò bene di italianizzare quel chianti in pianto, dando vita in tal modo ad una nuova “creatura”.

Voler italianizzare espressioni dialettali porta anche a soluzioni assolutamente divertenti, come i calamaricchi affucati (polipetti in umido, tipico piatto della cucina siciliana), che diventano abbassami le orecchie annegati.

E che dire, restando in Sicilia, dell’origine del nome Castrogiovanni, l’antica Enna?

Quel nome non ha nulla a che vedere con Giovanni.

Deriva infatti da Qasr Yanna, in arabo roccaforte di Henna (Henna era il nome di quel luogo, sia per i Greci che per i Romani).

I Normanni lo tradussero in latino in Castrum Ioannes, da cui Castrogiovanni, nome in uso fino al 1927.

E per finire, un esempio forse ancora più divertente.

Questa volta risaliamo la penisola italiana, fino al suo confine nord-orientale, e arriviamo a Redipuglia, in provincia di Gorizia.

Il nome di questa località, nota per il sacrario militare, non ha nulla a che fare né con un re né con la Puglia.

Anche in questo caso abbiamo a che fare con una traduzione “creativa”, molto “creativa”.

Il nome Redipuglia è infatti la traduzione sbagliata di Sredi Polje, che in sloveno vuol dire in mezzo ai campi (la pronuncia è srèdi pòglie).

Tradurre non significa riprodurre, in modo meccanico, una sequenza di vocaboli da una lingua ad un’altra.

Tradurre significa rendere, nella lingua di arrivo, il senso contenuto in quella di partenza.

“Arabo-normanna”, un’espressione ridotta a brand.

24 Giu

La prima associazione che si fa quando si parla della città di Palermo in termini di patrimonio artistico-monumentale è quella con l’espressione “arabo-normanna”, intendendo con questa la Palermo dei primi due secoli del secondo millennio dell’era volgare.

Il complesso monumentale palermitano, conosciuto in tutto il mondo da secoli, ha ricevuto negli anni scorsi un importante riconoscimento: nel 2015 l’Unesco ha infatti dichiarato “Patrimonio Mondiale dell’Umanità” l’insieme di alcuni monumenti situati a Palermo, a Monreale e a Cefalù, tutti accomunati dal fatto di essere stati costruiti nel corso del periodo normanno.

Questo insieme è stato denominato “itinerario arabo-normanno”.

Eppure in quest’espressione, così tanto usata, c’è qualcosa che non va.

Innanzitutto quest’espressione trascura un elemento fondamentale, proprio quello che fa rimanere abbagliati quando si entra nella Cappella Palatina, o nella Sala di Ruggero, o nella chiesa della Martorana, o nel Duomo di Monreale: lo splendore dei mosaici (il sistema musivo della Sala di Ruggero è un unicum in tutto il Mediterraneo).

E l’arte del mosaico è greco-bizantina.

In secondo luogo, quando si parla della Palermo “normanna”, si dovrebbe tener conto del fatto che tutti e tre i re del Regno di Sicilia, nato nella notte di Natale del 1130 con Ruggero II (oltre a Ruggero II, Guglielmo I e Guglielmo II) sono considerabili “normanni” solo in quanto discendenti dei northmen giunti nel sud Italia agli inizi dell’XI secolo.

Non solo nessuno dei tre è nato in Sicilia (Ruggero II è nato a Mileto, in Calabria, Guglielmo I a Palermo, o forse a Monreale, Guglielmo II a Palermo), ma nessuno di loro è mai stato a nord del confine settentrionale dei territori che facevano parte del loro regno (oltre che sul territorio siciliano, il nuovo regno estendeva la propria autorità anche sulle due provincie del mezzogiorno continentale dette “principato di Capua” e “ducato di Puglia”).

Risulta pertanto quantomeno discutibile, se non errato, collocare i re Altavilla in un contesto nord-europeo, al quale l’aggettivo “normanno” rimanda.

I sovrani del Regno di Sicilia del XII secolo, specialmente i due Guglielmo, sono siciliani, e come tali vanno chiamati.

Così come ibn Hamdis (autore di alcune tra le più belle poesie sulla Sicilia, terra dove nacque e che tanto amò), nonostante il nome arabo (quando nacque, la Sicilia era araba già da due secoli).

Forse che i figli di Henry Kissinger, nonostante il nome tedesco, non sono americani?

E Fiorello La Guardia, sindaco di New York per dodici anni, non è forse un cittadino americano, nonostante il nome italiano (a lui è intitolato uno dei tre maggiori aeroporti di New York)?

E gli Ayala (si pensi al magistrato Giuseppe), i Martinez (nome di una delle più famose cantine produttrici di marsala), i Perez (Francesco Paolo Perez fu un importante politico palermitano nella seconda metà dell’800), non sono forse autentici siciliani, nonostante che i loro cognomi siano tipicamente spagnoli?

E chi penserebbe mai ai Florio come a dei calabresi, nonostante che l’iniziatore dell’era di quella famosa casa, Paolo, fosse un calabrese (Paolo Florio trasferì la propria attività di commerciante da Bagnara Calabra a Palermo nei primi mesi del 1801)?

Con la morte, nel settembre 1868, di Vincenzo Florio, figlio di Paolo, finisce l’epoca dei Florio calabresi (anche Vincenzo era nato a Bagnara Calabra) ed inizia quella dei Florio palermitani (la famosa Franca Florio fu la moglie di Ignazio junior, nipote di Vincenzo).

Vincenzo Florio, calabrese di nascita ma più palermitano di tanti palermitani, merita di essere ricordato in maniera particolare perché si tratta del primo (e forse dell’unico) vero, grande borghese che la Sicilia abbia mai conosciuto.

I Florio sono importanti anche perché rappresentano al meglio quelli che, giunti da fuori, hanno scelto di mettere le loro radici in Sicilia.

Come tanti altri, secoli prima di loro.

Le parole sono sacre. Anche se non si è credenti.

21 Mag

Se c’è una parola che può essere portata ad esempio dell’uso improprio, spesso strumentale, che si fa del linguaggio, questa è la parola arabo.

Con questa parola si intende sia un popolo, sia una lingua.

Il popolo arabo prende il suo nome dalla zona geografica nella quale originariamente abitava: arabi era infatti il nome col quale venivano chiamate le popolazioni che vivevano nell’alta Mesopotamia, nella regione situata tra il Mar Morto e il golfo di Aqaba (regione chiamata Wadi Araba).

Con la rivelazione coranica, avvenuta in arabo (il Corano rappresenta il primo vero testo arabo), la parola arabo (nomade del deserto) si svincola dall’etnia araba: a partire da quel momento la parola non indica più solo le popolazioni originarie della penisola araba ma viene usata per indicare anche quelle che, pur appartenendo ad altri gruppi etnici (maghrebini, andalusi, anatolici, ecc.), parlano in arabo.

Da quel momento la lingua araba costituisce uno strumento di unificazione sociale.

Il dato importante è che, in forza della sua origine, la lingua araba, per un credente, non è soltanto una lingua semitica: è molto di più, è la parola divina, è la via attraverso la quale Allah si è rivelato.

Da qui l’importanza data alle parole, non solo al loro significato ma anche al modo col quale vengono scritte: l’attenzione data alla calligrafia è anche un modo di manifestare rispetto alla divinità.

Torniamo adesso all’uso improprio, molto frequente, di arabo, parola che si presta come poche altre ad essere usata in maniera strumentale, sia con l’intenzione di dare ad essa un valore positivo sia con l’intenzione di dargliene uno negativo.

È classico, in casi come questo, uno degli errori logici più diffusi, quello di prendere in considerazione soltanto quei fatti che confermano le proprie opinioni, tralasciando/ignorando quelli che invece le smentiscono.

E quando entrano in gioco le ideologie, che stanno alla base delle convinzioni più fortemente radicate nella testa degli esseri umani, quest’errore è pressoché inevitabile.

Com’è noto, infatti, le parole fanno emergere il pensiero che sta loro dietro/sotto (parlare male significa pensare male).

Ecco che allora, da parte di alcuni, si fanno passare per arabi scienziati che arabi non erano.

In alcuni testi, anche importanti (sic!), alcuni scienziati erroneamente indicati come arabi vengono indicati come musulmani, confondendo così musulmano con arabo (non solo si fa confusione tra “esprimersi in lingua araba” ed essere arabo ma anche tra “esprimersi in lingua araba” ed essere musulmano).

Analoga confusione (quella tra chi pratica una religione e chi parla una lingua) viene fatta anche nel campo cristiano, ad opera di chi evidentemente ignora il fatto che esistono cristiani di lingua latina, così come ne esistono di lingua greca e di lingua araba.

Ed ecco alcuni esempi, tra i più famosi, dell’errore al quale ho accennato sopra (si tratta di tre grandi scienziati persiani):

1. Ibn Sīnā (nacque nel 980 a Afshana), che sarebbe poi stato conosciuto nel mondo latino col nome di Avicenna;

2. al-Khwārizmī (nacque nella regione iraniana del Khwārizm intorno al 780);

3. al-Biruni, nato anche lui nella regione iraniana del Khwārizm, nel 973 (portano il suo nome un cratere della Luna ed un asteroide).

La confusione nasce dal fatto che quegli scienziati hanno scritto le loro opere in arabo.

Ma scrivere in una lingua non significa essere della nazione alla quale quella lingua è associata, nella quale quella lingua è nata.

Nessuno direbbe che Newton era italiano solo perché “Philosophiae Naturalis Principia Mathematica” l’ha scritta in latino.

Così come nessuno direbbe che Jorge Luis Borges è spagnolo solo perché le sue opere le ha scritte in spagnolo.

Non a caso in spagnolo esiste la parola hispanohablante, che non significa spagnolo.

A proposito della trentaduesima edizione del Salone del libro di Torino

8 Mag

Seguendo il dibattito che da giorni infiamma la trentaduesima edizione del Salone del libro di Torino c’è da restare allibiti.

Non però per ciò che è successo (aver accettato che vi partecipasse la casa editrice Altaforte) ma per il dibattito che si è scatenato intorno a questo fatto.

Dibattito, come al solito in questo Paese, non sui fatti, ma sull’interpretazione che se ne dà, sulla mistificazione che se ne fa.

Va innanzitutto ricordato, come premessa, che il Salone del libro di Torino è una Fiera commerciale, ed essendo tale non c’è alcun dovere, da parte di un autore, di andarci o di non andarci.

Si tratta di un’opportunità, ed ognuno è padronissimo di coglierla o di non coglierla.

Si dice poi che il Salone rappresenta (anche) un’occasione per una libera circolazione di idee, cercando così di camuffare, ipocritamente, l’essenza della manifestazione, che resta quella di fiera commerciale.

Ovviamente, se i decisori sono autorità pubbliche, nel perseguire i loro obiettivi commerciali sono in ogni caso tenuti a rispettare le leggi dello Stato, a cominciare da quella più importante, vale a dire la Costituzione.

Venendo alla polemica che quest’edizione ha scatenato, ed al gioco delle tre carte che si sta giocando, spostando sempre il punto-chiave della questione, la cosa che fa rabbia è non si capisca, o che si faccia finta di non capire, che il problema non è la libera circolazione delle idee, ma la messa in atto di comportamenti che a certe idee sono collegati.

Il problema infatti è che si fa finta di non vedere le azioni concrete che ormai da mesi si susseguono in Italia, azioni collegate alle idee che quella casa editrice fa circolare liberamente.

Ed a proposito di ipocrisia (quella sabauda ha fatto scuola in questo Paese, che non a caso è nato avendo in mente una sua piemontesizzazione), fa veramente pena assistere al vergognoso rimpallo di responsabilità, a proposito dell’accettazione della partecipazione della casa editrice Altaforte, tra il comitato editoriale del Salone e la direzione commerciale.

Sempre a proposito di ipocrisia, spiccano le parole degli organizzatori, per i quali le scelte effettuate sono state guidate dalla volontà di tener fuori dal Salone la campagna elettorale, non la politica (come se ciò fosse possibile!).

Si è arrivati a dire, da parte degli organizzatori del Salone, che quest’anno sono stati esclusi i libri scritti da politici o su partiti politici, ignorando quello scritto sul ministro dell’Interno, pubblicato (guarda caso) proprio dalla casa editrice al centro della polemica.

Quello che vedo riproporsi in occasioni come questa del Salone del libro di Torino è un vecchio problema italiano, uno dei più gravi e pericolosi: in nome di una superiorità morale della quale alcuni si sentono gli esclusivi portatori (quello della libera circolazione delle idee è solo uno dei tanti ripari dietro i quali questi presunti “esclusivisti” si nascondono), si dà visibilità a gente che merita semplicemente di essere messa ai margini di una società civile e là essere mantenuta.

E non è affatto casuale che ad aver consentito, anni fa, lo sdoganamento di certe idee (che da tempo ormai si sono trasformate in azioni), abbiano contribuito personaggi appartenenti a questa schiera di presunti esclusivisti.

Quello che poi si dovrebbe capire una buona volta è che il “gioco” è viziato da un’evidente asimmetria: da una parte del campo c’è chi consente a chi ha opinioni diverse dalle proprie di poterle esprimere liberamente, dall’altra c’è chi non lo consente e non si fa scrupolo di ricorrere anche alla violenza fisica per impedire che ciò accada.

A Palermo si dice quannu c’è u rammi e tè, l’amicizia sempre c’è; quannu c’è u rammi e bu, l’amicizia nun c’è cchiù.

P.S.: ricordo con tanta nostalgia la prima edizione del Salone del libro di Torino, a Torino Esposizioni. Era il 1988, un’altra epoca, un’altra Torino, un’altra Italia.

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