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La chiusura dei porti è una questione temporanea, quella delle menti è per sempre.

19 Ago

Com’è ormai sempre più evidente, l’uso dei social media ha fatto emergere in tutto il suo splendore l’imbecillità umana, elemento che caratterizza un’enorme moltitudine di individui.

Le conseguenze dell’uso dei social erano chiare già da tempo, ancor prima che ne parlasse Umberto Eco, quando, quattro anni fa, disse: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli».

La cosa divertente, che Umberto Eco, da logico qual era, non poteva certamente non aver previsto, è che da allora non si contano gli imbecilli che commentano quella frase, fornendo, con i loro commenti, la migliore dimostrazione della verità contenuta in quelle parole.

Ma non è solo l’imbecillità l’elemento fatto emergere dai social media.

Assieme ad essa, infatti, è venuta a galla un’altra caratteristica di una vasta categoria di persone: la grettezza mentale, la chiusura di pensiero.

Appartengono a questa variegata moltitudine diversi tipi di individui.

Ci sono quelli che conoscono una sola materia (poco importa la sua natura) e parlano sempre e solo di quella; se li si porta su un altro campo vanno in tilt, il loro cervello si blocca, come se all’improvviso venisse a mancare la fonte di energia che lo alimenta (a Palermo c’è un’espressione con la quale si indica una persona che, invece, è in grado di affrontare con competenza un’ampia gamma di argomenti: Unni u tocchi, suona).

Ci sono poi quelli che non conoscono altro mondo all’infuori del loro ambito lavorativo, piccolo o grande che sia, e parlano sempre e solo di quello (se si tratta di lavoratori dipendenti, si ha a che fare con persone per le quali l’azienda non è solo un semplice datore di lavoro ma l’entità dalla quale dipende la loro vita; sono individui dipendenti in toto, in cui il legame con l’azienda è assoluto, totalizzante, come quello di un feto con la madre, con quel cordone ombelicale senza il quale non sarebbero capaci di sopravvivere; una dipendenza che dà loro la possibilità di dare un senso alla loro vita, di illudersi di non condurne una che spesso è banale, triste, povera, insignificante).

Ci sono infine quelli che credono che il mondo sia costituito solo dal luogo dove sono nati (la cosa che rende particolarmente ridicole queste persone è il fatto che si sentano orgogliose di qualcosa che non è dipeso in alcun modo da loro).

E non è raro vedere agire queste caratteristiche in contemporanea, in una miscela micidiale.

Difficile fare una graduatoria in proposito, ma di certo imbecillità e grettezza mentale appartengono ad una specie diversa rispetto alla semplice ignoranza.

Quest’ultima rappresenta di sicuro una grave carenza, presupposto di altri mali, che su di essa affondano le proprie radici, ma, per quanto grave, è comunque un male curabile: con lo studio, sorretto dalla volontà d’imparare, dalla curiosità di vedere cosa c’è al di là del proprio naso, vi si può porre rimedio.

Per quanto riguarda invece imbecillità e grettezza mentale, non c’è nulla da fare.

Si tratta di fattori genetici: tra i mattoncini che compongono il dna delle persone che ne sono affette non ci sono quelli dell’apertura mentale e della capacità di pensiero razionale.

La chiusura dei porti (tema da mesi al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica) è una questione temporanea, a differenza di quella delle menti, che è per sempre.

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A proposito del fenomeno Camilleri

18 Lug

Il 6 maggio 1999 il pubblico di Rai 2 conobbe Salvo Montalbano, e con lui Vigàta, Fazio, Catarella ecc.

Andò in onda, quella sera, “Il ladro di merendine”, il terzo giallo di Camilleri con protagonista il commissario Montalbano (prima c’era stato “Il cane di terracotta” e, prima ancora, “La forma dell’acqua”).

Chissà quanti, quella sera di vent’anni fa, dopo aver visto “Il ladro di merendine”, avrebbero scommesso sul successo di quel nuovo commissario di polizia.

Significativo il fatto che quel primo episodio sia stato trasmesso sul secondo canale e non sulla rete ammiraglia della Rai.

Segno che i primi a nutrire dubbi sul successo di quel nuovo personaggio erano proprio i dirigenti Rai.

Quell’episodio era tratto dal racconto omonimo di Camilleri, un autore già molto noto in Rai ma pressoché sconosciuto al grande pubblico.

Anche a quello televisivo, nonostante che si trattasse di un nome che, da quasi 40 anni, era di casa non solo nel mondo della televisione ma anche in quello del teatro.

Chissà quanti, per esempio, avevano associato il nome di Camilleri a quel Camilleri che compariva nei titoli di coda dei primi episodi del commissario Maigret, trasmessi dalla Rai a metà degli anni ’60.

Quello che è successo dopo la visione di quel primo episodio è qualcosa di incredibile, di inspiegabile.

Ancora oggi, a distanza di tanti anni, ci si chiede a cosa sia dovuto l’incredibile successo del commissario Montalbano (gli esseri umani hanno un istintivo bisogno di spiegare qualsiasi cosa accada secondo una logica di causa-effetto).

Tante le ipotesi, ma nessuna convincente.

L’idea che mi son fatto è che il successo di Camilleri, un successo planetario, senza precedenti, sia un successo indotto: non è l’autore la chiave, ma i personaggi da lui creati, unitamente all’ambiente nel quale questi agiscono.

E quando parlo di ambiente non mi riferisco ai luoghi reali, ma all’immaginazione, alla fantasia, a ciò che quei luoghi evocano, al fascino millenario che li circonda: la Sicilia che fa da sfondo alle avventure di Montalbano non è la Sicilia reale, quella delle strade impercorribili, quella delle montagne di spazzatura che da tempo immemorabile fanno da sfondo, quella degli intrallazzi, quella delle collusioni di larghi strati della società col potere mafioso, quella delle coste deturpate da un abusivismo osceno, ma quella che il nome stesso “Sicilia” evoca, al solo pronunciarlo, nella mente di chi ascolta, di chi guarda, quella dei miti del passato, quella che ancora oggi, nella mente di tante persone, rappresenta il mondo esotico a portata di mano.

E chi più di Camilleri poteva avere la consapevolezza della potenza creatrice della letteratura?

Non a caso, a chi gli chiedeva come mai non avesse mai scritto di Mafia, Camilleri rispondeva dicendo di non averlo mai fatto per paura di creare, seppure involontariamente, eroi simpatici (forse pensava al Padrino, di Mario Puzo, personaggio reso simpatico da Marlon Brando).

Tornando al successo del creatore del commissario Montalbano, credo che questo lo si debba più alle scene televisive che non alle pagine dei romanzi.

Si tratta in sostanza di un fenomeno mediatico (mediatico, non solo editoriale) ed è inutile, vista la natura del fenomeno, cercare spiegazioni: sarebbe come cercare causalità in eventi casuali.

E cercare di spiegare in termini di causalità quelli che sono fenomeni casuali è qualcosa di irrimediabilmente sbagliato.

A proposito della singolarità di certe traduzioni

11 Lug

Agli inizi del XX secolo nelle comunità degli italiani che erano emigrati negli Stati Uniti d’America alla fine dell’800 era diffuso l’uso dell’espressione goose by me.

Tradotta letteralmente, significa oca per me.

In realtà quell’espressione veniva usata per dire per me sta bene.

Si trattava di una specie di lasciapassare, orale ma non per questo meno importante, usato specialmente nell’ambiente della malavita, che proprio in quegli anni stava mettendo radici in America.

Ma cosa c’entrava un’oca con quel lasciapassare?

Il fatto è che per quegli italiani la pronuncia della parola ok (ochei), che sentivano usare dagli americani ogni volta che questi intendevano dire che erano d’accordo su qualcosa, aveva trasformato quell’ok in oca.

Quegli italiani, che stavano cominciando ad integrarsi nelle loro nuove città, pensarono allora di tradurre quell’oca nella loro nuova lingua, ed ecco venir fuori goose.

Un caso analogo di traduzione “creativa” è quello che riguarda il palermitano Francesco Procopio Cutò.

Appena ventenne, Cutò lasciò la sua città natale ed emigrò a Parigi, città nella quale fondò, nel 1686, il più antico caffè della ville lumière (le Café Procope), il primo caffè letterario (il locale si differenziava dagli altri per la disponibilità di giornali e di carta e calamaio).

A quel giovane palermitano si deve la scoperta di due cose importanti nella fabbricazione del gelato: l’uso dello zucchero al posto del miele e quello del sale marino assieme alla neve, per farla durare più a lungo.

Il giovane Procopio, per adattarsi alla sua nuova città, trasformò il suo cognome in Couteaux.

Quel Couteaux fu poi tradotto in italiano in “de’ Coltelli” (per via del fatto che la pronuncia della parola couteaux, che Procopio aveva scelto per assonanza con quella che in francese significa coltelli, richiamava proprio il nome Cutò).

E fu così che il nome Cutò fu soggetto ad una doppia trasformazione: fu dapprima francesizzato in Couteaux, per poi essere italianizzato in de’ Coltelli! Un vero doppio salto mortale!

N.B.: Il nome Cutò deriva dal greco κουτός (sciocco, stupido) ed è presente solo nella zona del messinese (si tratta di un piccolo torrente che, nei pressi di Bronte, si immette nel Simeto, il fiume più importante della Sicilia).

La traduzione è un’attività che richiede una profonda conoscenza delle lingue. Ma, prima ancora, la capacità di cogliere il senso di ciò che è scritto.

9 Lug

Giorni fa, “navigando” su Twitter, mi sono imbattuto in una vera perla di traduzione: un articolo riportava, tradotti in italiano, i risultati di una ricerca sulle cause di una frattura presente su un cranio scoperto nel 1941 in Cioclovina (Romania).

Quel cranio apparteneva ad un uomo vissuto circa 33.000 anni fa.

Ciò che mi ha colpito, in quell’articolo, è stato leggere che “le ferite non sono accidentali, ma compatibili con colpi inflitti ripetutamente con un’arma, come il corpo di un pipistrello”.

C’era evidentemente qualcosa che non andava in quella traduzione (poteva mai il corpo di un pipistrello essere un’arma?).

Incuriosito, sono andato allora a leggere l’articolo originale, pubblicato sulla rivista scientifica Plos One, ho letto injury induced by a blow with a round, bar-like object baseball bat.

Chi aveva riportato i risultati di quella ricerca aveva tradotto il termine inglese bat pensando a Batman, ignaro del fatto che quel termine significa anche mazza, bastone, come nel caso dell’articolo originale.

Quello che ho trovato incredibile in questa vicenda non è però l’errore di traduzione, ma l’avere scritto una cosa assurda, senza senso, e, ancor di più, l’aver accettato che potesse stare in piedi un’assurdità inaudita, quale come il corpo di un pipistrello.

Ripeto: la cosa incredibile non è quella traduzione ridicola, né il fatto che ne sia stata consentita la pubblicazione; la cosa incredibile è che tanto l’autore di quella traduzione quanto chi ha consentito che venisse pubblicata hanno ritenuto possibile uccidere un uomo a colpi di pipistrello!

Questa vicenda mi ha fatto venire in mente altri esempi di traduzioni sbagliate, anche se non così incredibili.

Ne riporto alcuni, caratterizzati dal loro valore “creativo”: si tratta di errori che hanno creato, inventato, nuove realtà.

Il 15 maggio 1860, nei pressi di Calatafimi, si svolse la battaglia che aprì la strada a Garibaldi per la conquista del Regno delle Due Sicilie e la sua annessione al Regno di Sardegna, operazione che segnò l’inizio della formazione dell’unità d’Italia.

Il giorno precedente, a Salemi, Garibaldi aveva assunto, in nome di Vittorio Emanuele II, il titolo di “dittatore” e aveva proclamato Salemi capitale del Regno d’Italia (pochi lo sanno, ma Salemi è stata, anche se solo per un giorno, la prima capitale del Regno Unito d’Italia).

Nel 1892, in località “Pianto Romano”, venne inaugurato il Sacrario in ricordo di quella famosa battaglia.

Ma cosa vuol dire quel “pianto romano”?

Nulla, assolutamente nulla.

Si tratta della traduzione sbagliata dell’espressione siciliana con la quale gli abitanti di quella zona chiamavano quel posto.

In quella zona infatti nascevano chianti di vite (quella parte della Sicilia è famosa in tutto il mondo per il vino che vi si produce), dove quel chianti non è altro che il termine siciliano che sta per piante (quel Romano, molto probabilmente, si riferiva al nome del contadino proprietario di quel terreno).

Ecco che allora quel traduttore, anziché informarsi con le persone che abitavano in quei luoghi sul significato di quell’espressione, pensò bene di italianizzare quel chianti in pianto, dando vita in tal modo ad una nuova “creatura”.

Voler italianizzare espressioni dialettali porta anche a soluzioni assolutamente divertenti, come i calamaricchi affucati (polipetti in umido, tipico piatto della cucina siciliana), che diventano abbassami le orecchie annegati.

E che dire, restando in Sicilia, dell’origine del nome Castrogiovanni, l’antica Enna?

Quel nome non ha nulla a che vedere con Giovanni.

Deriva infatti da Qasr Yanna, in arabo roccaforte di Henna (Henna era il nome di quel luogo, sia per i Greci che per i Romani).

I Normanni lo tradussero in latino in Castrum Ioannes, da cui Castrogiovanni, nome in uso fino al 1927.

E per finire, un esempio forse ancora più divertente.

Questa volta risaliamo la penisola italiana, fino al suo confine nord-orientale, e arriviamo a Redipuglia, in provincia di Gorizia.

Il nome di questa località, nota per il sacrario militare, non ha nulla a che fare né con un re né con la Puglia.

Anche in questo caso abbiamo a che fare con una traduzione “creativa”, molto “creativa”.

Il nome Redipuglia è infatti la traduzione sbagliata di Sredi Polje, che in sloveno vuol dire in mezzo ai campi (la pronuncia è srèdi pòglie).

Tradurre non significa riprodurre, in modo meccanico, una sequenza di vocaboli da una lingua ad un’altra.

Tradurre significa rendere, nella lingua di arrivo, il senso contenuto in quella di partenza.

“Arabo-normanna”, un’espressione ridotta a brand.

24 Giu

La prima associazione che si fa quando si parla della città di Palermo in termini di patrimonio artistico-monumentale è quella con l’espressione “arabo-normanna”, intendendo con questa la Palermo dei primi due secoli del secondo millennio dell’era volgare.

Il complesso monumentale palermitano, conosciuto in tutto il mondo da secoli, ha ricevuto negli anni scorsi un importante riconoscimento: nel 2015 l’Unesco ha infatti dichiarato “Patrimonio Mondiale dell’Umanità” l’insieme di alcuni monumenti situati a Palermo, a Monreale e a Cefalù, tutti accomunati dal fatto di essere stati costruiti nel corso del periodo normanno.

Questo insieme è stato denominato “itinerario arabo-normanno”.

Eppure in quest’espressione, così tanto usata, c’è qualcosa che non va.

Innanzitutto quest’espressione trascura un elemento fondamentale, proprio quello che fa rimanere abbagliati quando si entra nella Cappella Palatina, o nella Sala di Ruggero, o nella chiesa della Martorana, o nel Duomo di Monreale: lo splendore dei mosaici (il sistema musivo della Sala di Ruggero è un unicum in tutto il Mediterraneo).

E l’arte del mosaico è greco-bizantina.

In secondo luogo, quando si parla della Palermo “normanna”, si dovrebbe tener conto del fatto che tutti e tre i re del Regno di Sicilia, nato nella notte di Natale del 1130 con Ruggero II (oltre a Ruggero II, Guglielmo I e Guglielmo II) sono considerabili “normanni” solo in quanto discendenti dei northmen giunti nel sud Italia agli inizi dell’XI secolo.

Non solo nessuno dei tre è nato in Sicilia (Ruggero II è nato a Mileto, in Calabria, Guglielmo I a Palermo, o forse a Monreale, Guglielmo II a Palermo), ma nessuno di loro è mai stato a nord del confine settentrionale dei territori che facevano parte del loro regno (oltre che sul territorio siciliano, il nuovo regno estendeva la propria autorità anche sulle due provincie del mezzogiorno continentale dette “principato di Capua” e “ducato di Puglia”).

Risulta pertanto quantomeno discutibile, se non errato, collocare i re Altavilla in un contesto nord-europeo, al quale l’aggettivo “normanno” rimanda.

I sovrani del Regno di Sicilia del XII secolo, specialmente i due Guglielmo, sono siciliani, e come tali vanno chiamati.

Così come ibn Hamdis (autore di alcune tra le più belle poesie sulla Sicilia, terra dove nacque e che tanto amò), nonostante il nome arabo (quando nacque, la Sicilia era araba già da due secoli).

Forse che i figli di Henry Kissinger, nonostante il nome tedesco, non sono americani?

E Fiorello La Guardia, sindaco di New York per dodici anni, non è forse un cittadino americano, nonostante il nome italiano (a lui è intitolato uno dei tre maggiori aeroporti di New York)?

E gli Ayala (si pensi al magistrato Giuseppe), i Martinez (nome di una delle più famose cantine produttrici di marsala), i Perez (Francesco Paolo Perez fu un importante politico palermitano nella seconda metà dell’800), non sono forse autentici siciliani, nonostante che i loro cognomi siano tipicamente spagnoli?

E chi penserebbe mai ai Florio come a dei calabresi, nonostante che l’iniziatore dell’era di quella famosa casa, Paolo, fosse un calabrese (Paolo Florio trasferì la propria attività di commerciante da Bagnara Calabra a Palermo nei primi mesi del 1801)?

Con la morte, nel settembre 1868, di Vincenzo Florio, figlio di Paolo, finisce l’epoca dei Florio calabresi (anche Vincenzo era nato a Bagnara Calabra) ed inizia quella dei Florio palermitani (la famosa Franca Florio fu la moglie di Ignazio junior, nipote di Vincenzo).

Vincenzo Florio, calabrese di nascita ma più palermitano di tanti palermitani, merita di essere ricordato in maniera particolare perché si tratta del primo (e forse dell’unico) vero, grande borghese che la Sicilia abbia mai conosciuto.

I Florio sono importanti anche perché rappresentano al meglio quelli che, giunti da fuori, hanno scelto di mettere le loro radici in Sicilia.

Come tanti altri, secoli prima di loro.

Le parole sono sacre. Anche se non si è credenti.

21 Mag

Se c’è una parola che può essere portata ad esempio dell’uso improprio, spesso strumentale, che si fa del linguaggio, questa è la parola arabo.

Con questa parola si intende sia un popolo, sia una lingua.

Il popolo arabo prende il suo nome dalla zona geografica nella quale originariamente abitava: arabi era infatti il nome col quale venivano chiamate le popolazioni che vivevano nell’alta Mesopotamia, nella regione situata tra il Mar Morto e il golfo di Aqaba (regione chiamata Wadi Araba).

Con la rivelazione coranica, avvenuta in arabo (il Corano rappresenta il primo vero testo arabo), la parola arabo (nomade del deserto) si svincola dall’etnia araba: a partire da quel momento la parola non indica più solo le popolazioni originarie della penisola araba ma viene usata per indicare anche quelle che, pur appartenendo ad altri gruppi etnici (maghrebini, andalusi, anatolici, ecc.), parlano in arabo.

Da quel momento la lingua araba costituisce uno strumento di unificazione sociale.

Il dato importante è che, in forza della sua origine, la lingua araba, per un credente, non è soltanto una lingua semitica: è molto di più, è la parola divina, è la via attraverso la quale Allah si è rivelato.

Da qui l’importanza data alle parole, non solo al loro significato ma anche al modo col quale vengono scritte: l’attenzione data alla calligrafia è anche un modo di manifestare rispetto alla divinità.

Torniamo adesso all’uso improprio, molto frequente, di arabo, parola che si presta come poche altre ad essere usata in maniera strumentale, sia con l’intenzione di dare ad essa un valore positivo sia con l’intenzione di dargliene uno negativo.

È classico, in casi come questo, uno degli errori logici più diffusi, quello di prendere in considerazione soltanto quei fatti che confermano le proprie opinioni, tralasciando/ignorando quelli che invece le smentiscono.

E quando entrano in gioco le ideologie, che stanno alla base delle convinzioni più fortemente radicate nella testa degli esseri umani, quest’errore è pressoché inevitabile.

Com’è noto, infatti, le parole fanno emergere il pensiero che sta loro dietro/sotto (parlare male significa pensare male).

Ecco che allora, da parte di alcuni, si fanno passare per arabi scienziati che arabi non erano.

In alcuni testi, anche importanti (sic!), alcuni scienziati erroneamente indicati come arabi vengono indicati come musulmani, confondendo così musulmano con arabo (non solo si fa confusione tra “esprimersi in lingua araba” ed essere arabo ma anche tra “esprimersi in lingua araba” ed essere musulmano).

Analoga confusione (quella tra chi pratica una religione e chi parla una lingua) viene fatta anche nel campo cristiano, ad opera di chi evidentemente ignora il fatto che esistono cristiani di lingua latina, così come ne esistono di lingua greca e di lingua araba.

Ed ecco alcuni esempi, tra i più famosi, dell’errore al quale ho accennato sopra (si tratta di tre grandi scienziati persiani):

1. Ibn Sīnā (nacque nel 980 a Afshana), che sarebbe poi stato conosciuto nel mondo latino col nome di Avicenna;

2. al-Khwārizmī (nacque nella regione iraniana del Khwārizm intorno al 780);

3. al-Biruni, nato anche lui nella regione iraniana del Khwārizm, nel 973 (portano il suo nome un cratere della Luna ed un asteroide).

La confusione nasce dal fatto che quegli scienziati hanno scritto le loro opere in arabo.

Ma scrivere in una lingua non significa essere della nazione alla quale quella lingua è associata, nella quale quella lingua è nata.

Nessuno direbbe che Newton era italiano solo perché “Philosophiae Naturalis Principia Mathematica” l’ha scritta in latino.

Così come nessuno direbbe che Jorge Luis Borges è spagnolo solo perché le sue opere le ha scritte in spagnolo.

Non a caso in spagnolo esiste la parola hispanohablante, che non significa spagnolo.

A proposito della trentaduesima edizione del Salone del libro di Torino

8 Mag

Seguendo il dibattito che da giorni infiamma la trentaduesima edizione del Salone del libro di Torino c’è da restare allibiti.

Non però per ciò che è successo (aver accettato che vi partecipasse la casa editrice Altaforte) ma per il dibattito che si è scatenato intorno a questo fatto.

Dibattito, come al solito in questo Paese, non sui fatti, ma sull’interpretazione che se ne dà, sulla mistificazione che se ne fa.

Va innanzitutto ricordato, come premessa, che il Salone del libro di Torino è una Fiera commerciale, ed essendo tale non c’è alcun dovere, da parte di un autore, di andarci o di non andarci.

Si tratta di un’opportunità, ed ognuno è padronissimo di coglierla o di non coglierla.

Si dice poi che il Salone rappresenta (anche) un’occasione per una libera circolazione di idee, cercando così di camuffare, ipocritamente, l’essenza della manifestazione, che resta quella di fiera commerciale.

Ovviamente, se i decisori sono autorità pubbliche, nel perseguire i loro obiettivi commerciali sono in ogni caso tenuti a rispettare le leggi dello Stato, a cominciare da quella più importante, vale a dire la Costituzione.

Venendo alla polemica che quest’edizione ha scatenato, ed al gioco delle tre carte che si sta giocando, spostando sempre il punto-chiave della questione, la cosa che fa rabbia è non si capisca, o che si faccia finta di non capire, che il problema non è la libera circolazione delle idee, ma la messa in atto di comportamenti che a certe idee sono collegati.

Il problema infatti è che si fa finta di non vedere le azioni concrete che ormai da mesi si susseguono in Italia, azioni collegate alle idee che quella casa editrice fa circolare liberamente.

Ed a proposito di ipocrisia (quella sabauda ha fatto scuola in questo Paese, che non a caso è nato avendo in mente una sua piemontesizzazione), fa veramente pena assistere al vergognoso rimpallo di responsabilità, a proposito dell’accettazione della partecipazione della casa editrice Altaforte, tra il comitato editoriale del Salone e la direzione commerciale.

Sempre a proposito di ipocrisia, spiccano le parole degli organizzatori, per i quali le scelte effettuate sono state guidate dalla volontà di tener fuori dal Salone la campagna elettorale, non la politica (come se ciò fosse possibile!).

Si è arrivati a dire, da parte degli organizzatori del Salone, che quest’anno sono stati esclusi i libri scritti da politici o su partiti politici, ignorando quello scritto sul ministro dell’Interno, pubblicato (guarda caso) proprio dalla casa editrice al centro della polemica.

Quello che vedo riproporsi in occasioni come questa del Salone del libro di Torino è un vecchio problema italiano, uno dei più gravi e pericolosi: in nome di una superiorità morale della quale alcuni si sentono gli esclusivi portatori (quello della libera circolazione delle idee è solo uno dei tanti ripari dietro i quali questi presunti “esclusivisti” si nascondono), si dà visibilità a gente che merita semplicemente di essere messa ai margini di una società civile e là essere mantenuta.

E non è affatto casuale che ad aver consentito, anni fa, lo sdoganamento di certe idee (che da tempo ormai si sono trasformate in azioni), abbiano contribuito personaggi appartenenti a questa schiera di presunti esclusivisti.

Quello che poi si dovrebbe capire una buona volta è che il “gioco” è viziato da un’evidente asimmetria: da una parte del campo c’è chi consente a chi ha opinioni diverse dalle proprie di poterle esprimere liberamente, dall’altra c’è chi non lo consente e non si fa scrupolo di ricorrere anche alla violenza fisica per impedire che ciò accada.

A Palermo si dice quannu c’è u rammi e tè, l’amicizia sempre c’è; quannu c’è u rammi e bu, l’amicizia nun c’è cchiù.

P.S.: ricordo con tanta nostalgia la prima edizione del Salone del libro di Torino, a Torino Esposizioni. Era il 1988, un’altra epoca, un’altra Torino, un’altra Italia.

A proposito di Risorgimento. E di miti.

27 Mar

È dal 17 marzo 1861, giorno di proclamazione del Regno d’Italia e data di nascita dello Stato unitario, che in Italia, ogni volta che si affronta il tema “Risorgimento”, spunta sempre fuori la tesi secondo la quale, per una parte non marginale di italiani, quella fase della storia italiana non fu tanto quella che portò alla fusione, in uno solo, di quelli che erano i diversi Stati pre-unitari, quanto invece una “rivoluzione mancata”.

Perché “mancata”?

E perché il Risorgimento italiano fu caratterizzato da un’esigua partecipazione popolare?

Rispondere a queste domande significa evidenziare il carattere strumentalmente visionario, velleitario, della tesi della “rivoluzione mancata”, carattere che tornerà alla luce più volte nella storia dello Stato italiano.

Il difetto fondamentale di quella tesi sta nel fatto che i suoi sostenitori non hanno mai considerato che non era possibile una sollevazione popolare da parte di un popolo incapace, perché privo dei presupposti necessari, di fare quello che in tanti speravano (meglio dire, sognavano) che facesse.

Si tratta di un dato di primaria importanza: in questa mancanza di consapevolezza, in questa incapacità di misurarsi con la realtà, in questo prescindere dai dati di fatto, emerge infatti un difetto molto diffuso nella cultura italiana, direi una sua caratteristica: non tenere mai conto (allora come ora) di quanto sia debole, di quanto sia fragile, la coscienza nazionale degli italiani.

Il popolo italiano, semplicemente, non era quello che i sostenitori della tesi del Risorgimento come “rivoluzione mancata” pensavano che fosse.

Appare incredibile che ancora oggi, nonostante che siano passati quasi 160 anni da quel 17 marzo, si continui a commettere lo stesso errore, quello di ritenere che il popolo sia qualcosa che corrisponda a quella che è in realtà un’astrazione, un’idea, l’idea che se ne ha (a seconda dei casi).

Ciò che esiste solo nell’immaginazione, nella fantasia, ha poco o nulla a che fare con ciò che esiste nella realtà.

Errore incredibile ma non incomprensibile, ove si consideri che della parola popolo (parola peraltro di una genericità assoluta) si è sempre fatto un mito.

Così come quello che è stato costruito sul Risorgimento.

E i miti contano più della scienza, più delle religioni.

Quando si parla di miti non bisogna dimenticare che la loro funzione non è solo quella di creare una realtà, da sostituire a quella vera, ma anche quella di nascondere la verità.

Il Risorgimento italiano fornisce un chiaro esempio in proposito, con la creazione del mito più famoso costruito attorno alla nascita dello Stato italiano, quello della spedizione dei Mille.

Per la creazione di questo mito era fondamentale far passare l’idea che fossero stati quei mille uomini, da soli, a compiere l’impresa: quell’idea doveva diventare realtà, doveva entrare nella mente degli italiani, doveva alimentare la loro fantasia, doveva farli sognare, anche a sprezzo del ridicolo.

Poco importava che non fosse razionalmente sostenibile l’idea che mille uomini, da soli, fossero in grado di sconfiggere un intero esercito.

I miti sono indifferenti alla logica, se no non sarebbero miti.

Non è forse considerato “vero” che Enea, fuggito da Troia, si fermò a Cartagine (fondata quattro secoli dopo la guerra al centro dell’Iliade), dove visse una storia d’amore con Didone (la regina che aveva fondato quella città)?

Perché il mito della spedizione dei Mille potesse nascere (e durare nel tempo), era però necessario nascondere il ruolo (strategico, se non decisivo) giocato dagli inglesi nella caduta dei Borbone.

Occorreva innanzitutto nascondere la copertura militare fornita dalla marina militare inglese in occasione dello sbarco di Marsala.

Era necessario nascondere il fatto che quell’11 maggio 1860 le fregate Argus e Intrepid della British Mediterranean Fleet si erano poste, intenzionalmente, sulla linea di fuoco dei vascelli borbonici, a protezione dei garibaldini.

Quella manovra, infatti, impedì il cannoneggiamento dei Mille, che in tal modo poterono tranquillamente sbarcare (lo stesso Garibaldi riconobbe il ruolo cruciale svolto con quella manovra dalle due fregate inglesi).

Allo stesso modo occorreva ignorare il ruolo svolto dalla Camorra nell’estate di quel 1860, quando le bande camorristiche (che avevano il pieno controllo di Napoli) facilitarono lo sbarco delle truppe piemontesi e l’ingresso in città dei volontari garibaldini.

I miti però non riescono ad impedire che la realtà, anche se nascosta, si manifesti attraverso i segni che, prima o poi, emergendo, la rivelano per quella che è.

Come nel caso dell’assetto unitario dello Stato italiano, precario fin dalle sue origini, fin da quel 17 marzo 1861.

Il Gattopardo e I Viceré: due modi diversi di raccontare lo stesso periodo storico.

9 Feb

Da anni si discute sulla natura di alcuni romanzi, ci si domanda se sia più corretto definirli romanzi storici o romanzi di costume.

Come al solito, ci si perde in interminabili discussioni sul nome anziché sulla cosa.

Non si considera il fatto che il romanzo è, semplicemente, uno strumento che può risultare efficace (in alcuni casi molto di più di un dotto saggio) anche per raccontare pagine di Storia.

A volte, e non di rado, è proprio attraverso la lettura delle pagine di un romanzo che si giunge a scoprire una verità storica, una verità alla quale si arriva non attraverso le parole di uno storico ma attraverso quelle di un romanziere.

Ricordo ciò che in proposito diceva Leonardo Sciascia: “l’unica forma possibile di verità è quella dell’arte“.

Un romanzo, attraverso una o più storie umane, può rendere l’idea di una comunità, illustrarne quelle che sono sue caratteristiche profonde, prodotto della sua Storia, molto più efficacemente di un saggio che ricostruisca tutta una serie cronologica di avvenimenti.

Illustrare le conseguenze che alcuni avvenimenti storici determinano nella vita di una società può far capire molto meglio la natura e la portata di quegli avvenimenti che non la loro semplice descrizione.

Quanta Storia d’Italia c’è, per esempio, in un romanzo come “I Promessi Sposi”!

Quante cose ci dice Manzoni dell’Italia, del carattere degli italiani, attraverso la vicenda di due giovani popolani!

E quanto di cosa ha significato l’ETA nella storia dei Paesi Baschi c’è nel romanzo “Patria”, di Fernando Aramburu (anche in questo caso lo scrittore ci parla di un periodo storico, del significato della Storia, delle sue conseguenze, attraverso una storia di gente comune).

E quanto ci dicono, in merito ad un periodo cruciale della Storia italiana, romanzi come “Il Gattopardo” e “I Viceré”!

A proposito di questi due romanzi, vale forse la pena di evidenziarne alcune significative differenze, che possono spiegare anche le diverse accoglienze che furono loro riservate.

Sia “Il Gattopardo” che “I Viceré” rappresentano un grande affresco della Sicilia negli anni a cavallo della sua annessione al regno di Sardegna.

Il primo, pubblicato nel 1958, racconta non solo il tramonto dell’aristocrazia siciliana ma, e direi soprattutto, la sua sostituzione ad opera di una nuova classe sociale.

Sulla notorietà associata al nome “Gattopardo” c’è da dire che questa è più dovuta al film di Visconti (uscito nel 1963) che non al romanzo: quando si parla del Gattopardo la prima cosa che viene in mente è il famoso ballo fra il Principe-Burt Lancaster e Angelica-Claudia Cardinale, non il testo di Tomasi di Lampedusa (non a caso in molti credono che la frase-simbolo del romanzo Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi sia stata pronunciata dal Principe di Salina e non, com’è invece nella realtà, da Tancredi).

“Il Gattopardo” ricorda un po’ un altro grande romanzo, “I Buddenbrook”, di Thomas Mann, pubblicato a inizio del ‘900.

Anche nel romanzo dello scrittore tedesco, come in quello dello scrittore siciliano, si parla di una sostituzione: nei Buddenbrook una famiglia di parvenu scalza una vecchia famiglia della borghesia, di  forte tradizione e di grande prestigio, nel Gattopardo invece la sostituzione non è fra due famiglie appartenenti alla stessa classe, la borghesia, ma fra due classi: da una parte c’è l’aristocrazia siciliana, dall’altra il malaffare (“Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra”).

Anche dietro la vicenda raccontata nel romanzo di De Roberto c’è un affresco dell’aristocrazia siciliana a cavallo dell’annessione della Sicilia al regno di Sardegna, ma in questo caso lo scrittore non è parte di ciò che descrive.

E sta proprio in questo la più grande differenza tra i due romanzi, che pure raccontano lo stesso periodo storico.

De Roberto infatti, a differenza di Tomasi, non è coinvolto direttamente nei fatti che racconta, e può per questo essere distaccato, cinico, sprezzante, nella sua denuncia, nell’impietosa analisi che fa della società siciliana (analisi che ricorda tanto quella condotta da Alessandro Manzoni sulla società italiana nei Promessi Sposi).

Nelle pagine del Gattopardo traspare invece invece una certa nostalgia che l’autore prova per un mondo che sta per scomparire, il suo, quasi un sentimento di pietà per la società siciliana, la sua, che vi è descritta.

Va inoltre tenuto conto del fatto che “I Viceré”, a differenza del “Gattopardo”, è stato scritto in anni molto vicini a quelli descritti (il romanzo di De Roberto viene pubblicato nel 1894), anni in cui già appariva chiara la delusione dei siciliani nei confronti del nuovo sistema politico subentrato a quello dei Borbone, e con essa la fine della speranza nutrita nei confronti del nuovo Stato unitario.

Netta, fredda, è la denuncia di De Roberto, denuncia che non è indirizzata solo alla decadente aristocrazia siciliana ma allo Stato appena nato, non solo agli errori commessi dai nuovi governanti (il più grave è quello di aver pensato di governare la Sicilia con i metodi piemontesi, di esportare in mondi culturalmente assai diversi norme in uso in altre realtà, errore che si ripete sempre) ma anche alla permeabilità delle nuove istituzioni alla corruzione.

Inaccettabile, per chi aveva puntato sul grande inganno, rivelare che le nuove istituzioni si prestavano di più alla corruzione!

Per non parlare della denuncia dei tanti aspetti oscuri legati all’annessione della Sicilia!

Chiare, a questo proposito, le parole del principe Giacomo: “Libertà è una parola che non significa niente ma che accontenta tutti”.

Credo stia qui, in questa denuncia, spietata, nel giudizio cinico che De Roberto dà del Risorgimento nell’Italia meridionale (cosa che in un Paese ipocrita come l’Italia è, ieri come oggi, inaccettabile) uno dei motivi, se non il principale, della fredda accoglienza riservata ai “Viceré”, che considero invece uno dei più grandi romanzi dell’800 italiano.

In conclusione, credo che tanto “Il Gattopardo” quanto “I Viceré”, anche se non definibili romanzi “storici”, cionondimeno raccontino in maniera molto efficace, pur dai diversi punti di osservazione dei loro autori, ciò che avvenne in una fase cruciale della Storia d’Italia.

Sono le passioni a muovere i comportamenti umani, non la ragione.

4 Feb

Μῆνιν ἄειδε θεὰ Πηληϊάδεω Ἀχιλῆος οὐλομένην

Con queste parole si apre una delle storie più belle mai concepite dalla mente umana.

Si tratta dell’Iliade, un libro che ha influenzato la letteratura di tutti i tempi.

A proposito dei grandi classici della letteratura, credo sia un peccato che vengano letti (per di più solo parzialmente) soltanto a scuola.

La scuola ha il compito di farli conoscere, di creare le occasioni perché i ragazzi sappiano cos’è stato scritto, di cercare di accendere la loro curiosità.

Sta poi ai ragazzi, una volta cresciuti e diventati adulti, rileggere, con menti (si spera) più aperte, i libri che hanno incontrato per la prima volta sui banchi della scuola e scoprire quello che era contenuto in quelle pagine, quello che a quell’età non potevano vedere (forse intuire).

Ritornando all’Iliade, trovo sia limitativo dire che racconti solo la famosa guerra di Troia, avvenuta intorno al 1200 a.e.v.

Nell’Iliade, come nella successiva Odissea, c’è di più, molto di più.

In quei versi si parla infatti dell’essere umano, di che cos’è, di com’è fatto.

A cominciare da ciò che lo caratterizza più fortemente: le passioni.

Non c’è nulla infatti che determini i comportamenti umani più dei sentimenti.

E non è un caso che l’Iliade si apra e si chiuda con due passioni: l’ira e la pietà (l’ira è addirittura la prima parola).

L’ira di Achille, provocata dal rapimento di Briseide, e la pietà che lo stesso Achille prova nei confronti di Priamo, il re di Troia che arriva al punto di inginocchiarsi davanti all’uomo che aveva ucciso il suo Ettore e di baciarne le mani (proprio quella mano destra che aveva scagliato la lancia assassina).

Ma cos’è che fa scattare l’ira di Achille, cos’è che fa da innesco?

È l’onore, un altro dei sentimenti forti dell’essere umano (Briseide era infatti il dono d’onore che i Greci avevano assegnato ad Achille).

Com’è illusorio pensare che l’essere umano sia un essere razionale!

E che grande illusione è stata l’Illuminismo!

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