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A proposito della morte di Totò Riina

17 Nov

Da questa mattina, una volta appresa la morte di Totò Riina, è tutto un susseguirsi di analisi, di commenti, per la gran parte ad opera dei tanti tuttologi ignoranti che popolano i media italiani.

Gli ultimi 24 anni della sua vita Totò Riina li ha trascorsi da carcerato, dopo averne trascorsi altrettanti da latitante.

Come sempre, anche nel caso del cosiddetto “capo dei capi” (per il quale sarebbe forse più corretto parlare di ”ultimo dei capi”), si è posto l’accento sull’aspetto più appariscente, quello criminale, più su Cosa Nostra che sulla Mafia.

Continua a mancare un’analisi vera, sincera, spietata, del brodo di coltura dell’organismo Mafia, delle complicità ambientali di cui gode, da sempre e a tutti i livelli, questa struttura vivente.

Un giornalismo serio, per esempio, avrebbe indagato a fondo sulle tante complicità che hanno permesso una latitanza incredibilmente lunga (24 anni!) di Totò Riina, su quella vasta e fitta rete di relazioni che lo ha protetto, nella sua terra.

Così come un giornalismo serio avrebbe denunciato all’opinione pubblica nazionale la variegata composizione di quelli che frequentavano a suo tempo la tenuta di caccia di Michele Greco, a Ciaculli.

E invece i media italiani si sono sempre limitati a parlare dell’aspetto militare, quello più appariscente, più spettacolare, senza mai scavare nel terreno fertile nel quale affondano le radici della Mafia, fatta sempre passare come fenomeno esclusivamente criminale.

Ad indignare, a scandalizzare, è il gran numero di morti, non le condizioni che hanno reso possibile il potere della Mafia.

Per l’ipocrisia italiana la Mafia è inaccettabile, fa paura, solo se uccide, non se corrompe, non se condiziona, non se svuota di senso la parola democrazia.

Non se (com’è accaduto negli anni ‘50 e ‘60) sfregia Palermo e uccide la Conca d’oro che un tempo la cingeva come una corona.

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In Italia si considera rilevante ciò che è irrilevante e irrilevante ciò che è rilevante

5 Nov

Nei giorni scorsi la variegata famiglia degli ipocriti italici è stata impegnata a condannare le parole di un ragazzo che, rivolgendosi ad un avversario politico, ha scritto in un tweet “ti bruceremo vivo”.

Queste parole, come tante altre, hanno avuto come effetto principale quello di far cadere dal pero quelli che passano la vita a guardare, senza intervenire, ciò che accade sotto i loro occhi.

Si tratta però solo di cadute momentanee, perché, dopo poco tempo, ecco che gli ipocriti italici sono risaliti sul loro pero, per ricominciare a fare quello che sanno fare meglio: gli spettatori.

La cosa che fa ridere, di questi spettatori, è lo stupore che manifestano di fronte a comportamenti assolutamente prevedibili, più che “normali” in ambienti che vivono di parole, usate quasi sempre senza che vi sia alcun legame reale, effettivo, con ciò che viene detto.

Parole delle quali molto spesso non si capisce nemmeno il reale significato.

Sono molti anni ormai che le parole sono state svuotate di senso, ridotte a gusci vuoti, semplice aria che fuoriesce dalla bocca di chi le pronuncia o semplici segni grafici prodotti da una banale tastiera di pc.

Parole usate più per vedere l’effetto che fanno che per comunicare qualcosa di concreto.

Che senso ha meravigliarsi per il comportamento di chi gioca a chi la spara più grossa, sfidando, prima ancora delle persone obiettivo, il senso del ridicolo, nella consapevolezza dell’assoluta impunità della quale si può godere in un Paese che lascia correre tutto, dove perdonare e giustificare prevalgono da sempre su punire, dove è Caino il simpatico e Abele l’antipatico?

La cosa che dovrebbe impressionare di quel “ti bruceremo vivo”, più che le tre parole usate in quel tweet, è la reazione che c’è stata.

Copione che, per altro, si ripete da sempre, anche in presenza di comportamenti ben più gravi, considerati gli autori.

Cosa è successo, per esempio, dopo che Bossi invitò una signora veneziana che alla finestra della sua casa aveva esposto il tricolore, ad usare la bandiera italiana, il simbolo del Paese, per pulirsi il culo?

Nulla, assolutamente nulla, se non il ricorso a parole di sdegno.

Questo è il Paese dove si considerano rilevanti cose assolutamente irrilevanti e dove, allo stesso tempo, si considerano irrilevanti cose che in un Paese serio sarebbero rilevantissime!

Nel 2012 la Corte di Cassazione, il massimo vertice della giurisdizione ordinaria italiana, ha confermato l’esistenza di un incontro, avvenuto nel 1974, a Milano, tra Silvio Berlusconi e alcuni boss mafiosi.

Cosa è successo in Italia dopo che l’opinione pubblica è venuta a conoscenza di quel fatto?

Forse che quell’incontro ha impedito a Berlusconi di arrivare ad essere il capo del Governo italiano?

Sempre la Suprema Corte ha riconosciuto Giulio Andreotti colpevole di aver “commesso sino alla primavera del 1980” il reato contestatogli nel 1993 dai magistrati di Palermo: partecipazione all’associazione per delinquere denominata Cosa Nostra (il reato che la Cassazione ha riconosciuto essere stato commesso da Giulio Andreotti fino alla primavera del 1980 risulta quello di “associazione per delinquere”, e non di “associazione mafiosa”, semplicemente perché nell’ordinamento giuridico italiano il reato di “associazione mafiosa” è stato introdotto soltanto nel 1982, dalla legge n. 646 del 13 settembre di quell’anno).

Cosa è successo in Italia dopo che l’opinione pubblica è venuta a conoscenza di quel fatto?

Forse che i comportamenti tenuti da un leader politico (due sono arrivati ad essere capi di governo) non sono più rilevanti delle parole scritte in un tweet da un ragazzo?

A proposito dell’importanza di buoni insegnanti nella vita di un individuo.

24 Ott

Sono anni che non si fa che ripetere che in Italia si legge poco.

Si mostrano grafici, statistiche, indagini, che mostrano un vuoto le cui conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

E però, al di là della singolarità del fatto che i primi a lamentarsi di questo dato siano le case editrici (elemento che dovrebbe far capire che, forse, dietro questa “nobile” preoccupazione si nascondono concreti  interessi economici), quello che dovrebbe preoccupare maggiormente, quello che, secondo me, è il dato più negativo, è il gran numero di quelli che non capiscono ciò che leggono.

A preoccupare davvero dovrebbe essere la mancanza di capacità di comprendere e interpretare in modo corretto il significato di un testo, la mancanza di capacità di valutare e utilizzare in maniera utile le informazioni a disposizione.

Ci si limita a dire che leggere libri è un elemento fondamentale di crescita culturale di una persona, ma non si considera che se questa è (come certamente è) una condizione necessaria, altrettanto certamente non è una condizione sufficiente per raggiungere l’obiettivo.

Una lettura che non modifica il lettore è come acqua che scorre su una lastra di vetro: la bagna ma dopo un po’ quella lastra ritorna com’era prima.

Vedo, in questa mancata percezione della gravità del fatto che la gran parte dei pochi lettori non capisce quel che legge, il manifestarsi di un’abitudine molto diffusa tra gli italiani: quella di non rendere conto di ciò che si fa, del proprio comportamento.

E se non lo si fa con se stessi (che senso ha leggere se non si capisce quello che sta scritto, si tratti di un libro o di un contratto), figurarsi con gli altri.

E non è certamente un caso che la materia in cima alle classifiche di vendita di libri è la narrativa: racconti, storie, fiumi di parole, meglio ancora (per le case editrici) se evocano mondi fantastici, se fanno sognare.

Di capire la realtà che ci circonda neanche se ne parla.

L’altro giorno mi trovavo ad una conferenza nella quale si parlava dell’importanza della lettura, soprattutto nell’età della scuola primaria.

L’uditorio era formato, per la maggioranza, da insegnanti.

Nell’invitare a considerare l’importanza di capire ciò che si legge, di afferrarne il senso, ho invitato a considerare l’importanza d’inserire nei programmi scolastici l’insegnamento della logica, al fine di abituare, fin dalla scuola primaria, a riflettere, a far funzionare il cervello.

Sono rimasto colpito (ma non meravigliato) dalla reazione, soprattutto di quella degli insegnanti.

L’insegnamento della logica è considerato fuori dall’ambito del loro mandato, non fa parte della loro missione, è un concetto che il loro modo di vedere la scuola nemmeno considera (proprio come il “mare d’inverno” di Enrico Ruggeri).

Una scuola che non si rende conto dell’importanza d’insegnare a ragionare è una scuola che non risponde al suo compito primario, quello di formare coscienze critiche.

Non utilizzare il cervello umano nell’età in cui la sua plasticità, la sua predisposizione a ricevere stimoli provenienti dall’ambiente esterno, è massima, lo considero un vero e proprio delitto, fra i più gravi che si possano compiere.

L’infanzia è il momento ideale in cui sviluppare le capacità intuitive e deduttive, in cui insegnare a trovare regole e a saper dedurre da queste conclusioni corrette.

Ma come si può formare se non si è stati formati a questo scopo?

Come ci si può vedere come formatori di persone ragionanti se ci si vede come semplici, banali, impiegati statali?

A proposito del discorso di Puigdemont del 10 ottobre 2017

17 Ott

La vicenda catalana va assumendo, di ora in ora, toni surreali.

Sembra sempre di più la sceneggiatura di un film di Luis Buñuel.

La confusione regna sovrana, soprattutto dopo il discorso del 10 ottobre del presidente catalano.

A questo proposito, vale la pena di evidenziare che martedì scorso Puigdemont non ha né proclamato, né dichiarato, ha semplicemente assunto, fatto sua, la volontà espressa dal Parlamento catalano di trasformare la Catalogna in uno Stato indipendente, in forma di repubblica.

Quello che in tanti non capiscono (o fanno finta di non capire) è che nel mondo delle parole ve ne sono di quelle che, per l’ambito nel quale vengono dette e per chi le dice, non producono quello che dicono.

Ed è su questo aspetto che voglio soffermarmi (nel merito, constato che anche la questione catalana viene affrontata senza la necessaria conoscenza della materia e, soprattutto, con l’insopportabile zavorra dell’ideologia).

Perché le parole producano quello che dicono, perché lo facciano vivere, è necessario che ci sia un collegamento temporale tra la pronuncia di quelle parole e il fatto che quelle parole dicono.

Molto spesso esistono le parole ma non esiste il fatto che quelle parole dicono.

E un fatto non esiste per il semplice fatto che venga detto.

Non si tratta di vedere se quello che le parole dicono sia vero, ma se esista, nel momento in cui quelle parole vengono dette.

E perché ciò accada occorre che le parole siano pronunciate nell’ambito di determinate circostanze e da persone dotate della necessaria autorità.

E Puigdemont, anche se il 10 ottobre avesse detto “dichiaro la Catalogna Stato indipendente, in forma di repubblica (parole che non ha detto), avrebbe semplicemente pronunciato quelle parole, ma non avrebbe determinato, dicendole, il concretizzarsi del fatto che quelle parole dicono: Puigdemont, infatti, non può dichiarare l’indipendenza della Catalogna, dal momento che non ha l’autorità per farlo (questa autorità risiede nel Parlamento catalano).

Martedì scorso il presidente catalano ha invece proposto al Parlamento catalano di sospendere gli effetti della dichiarazione d’indipendenza.

E qui si è entrati nel regno dell’assurdo, dal momento che ha proposto di sospendere una cosa che non era stata dichiarata.

E nel mondo dell’assurdo, ragionare è semplicemente impossibile.

A proposito del cosiddetto referendum del primo ottobre 2017 in Catalogna

3 Ott

Il primo ottobre 2017 è stato, e resterà per sempre, un giorno molto triste per la Spagna, forse il più triste della sua storia democratica.

La cosa che mette più tristezza è vedere come l’ideologia del nazionalismo (una parola più negativa dell’altra) abbia messo radici così profonde in Catalogna.

La mobilitazione che c’è in Catalogna è certamente una cosa da non sottovalutare, è una faccenda molto seria.

Ma come si fa, proprio per la serietà dell’argomento (da tanti colpevolmente sottovalutato per troppo tempo), a prendere sul serio il cosiddetto referendum di domenica scorsa (identificato con la sigla 1-o, dove o è la lettera iniziale della parola “octubre” e non la cifra “zero”)?

Domenica scorsa, col modo col quale ha gestito la situazione, Mariano Rajoy è riuscito in un’impresa davvero notevole, che rende bene l’idea della sua inadeguatezza: ha trasformato gli autori di una vera e propria insurrezione contro le leggi dello Stato spagnolo in vittime innocenti del sistema.

Grazie al comportamento di Mariano Rajoy, domenica 1 ottobre 2017 dei fuorilegge sono diventati vittime innocenti del sistema legale che vige in Spagna!

È fuor di dubbio che il comportamento della polizia nazionale spagnola è stato violento (inutilmente violento).

Ma l’aspetto più grave, per la Spagna, è che il governo nazionale non è stato capace di mantenere la sua parola (no habrá consulta, è quanto aveva detto, mostrando sicurezza, o meglio, volendola mostrare, fino a sabato 30 settembre).

Mariano Rajoy ha perso credibilità davanti al mondo, e la cosa incredibile è che l’ha persa pur avendo la legge dalla sua parte, incapace di capire che la legge non è tutto (la ley, pero no solo la ley, ha scritto El País del 2 ottobre).

Il comportamento della polizia nazionale non solo è stato violento, da condannare con risolutezza, ma è stato anche inefficace (non è riuscita ad impedire a tanti catalani di votare).

E questo fatto è ancora più grave (ovviamente, dal punto di vista del governo spagnolo).

E però la violenza non è solo quella fisica.

Violenza è anche voler imporre la volontà di una minoranza, andando per di più contro la legge.

Chi governa Barcellona non rappresenta la maggioranza della società barcellonese, pur avendo, grazie ad un complicato sistema elettorale, la maggioranza dei seggi.

Si parla tanto di democrazia (parola magica come poche), ma il comportamento dei promotori del cosiddetto referendum 1-o (di fatto, una minoranza) è la negazione della democrazia (che tanti, ignoranti, riducono, banalizzandone il significato, all’atto di andare a votare!).

La responsabilità più grave dei promotori del cosiddetto referendum 1-o va però oltre il fatto di aver violato le leggi e sta nell’aver messo in moto un meccanismo che non riusciranno a fermare.

Hanno illuso tanta gente (com’è proprio dei demagoghi, altro che democratici!), facendole credere che l’indipendenza della Catalogna dalla Spagna sia qualcosa dietro l’angolo, solo per quello che è successo il primo ottobre 2017!

Che Mariano Rajoy non sia stato capace di gestire come avrebbe dovuto la questione catalana è un conto, che però avrebbe dovuto accettare le condizioni poste da Puigdemont è un altro.

Ora, dopo che la frittata è stata fatta, tutti parlano di dialogo.

Che si avvii un dialogo serio tra le parti non è affatto sicuro, ma quello che lo è, è che tanto Rajoy quanto Puigdemont non sono assolutamente adatti a dialogare in nome delle due parti.

Rajoy deve fare una sola cosa: dimettersi, per manifesta incapacità.

 

Una nota infine per quelli che si fanno belli parlando di legalità, di Costituzione.

Quando si compie un atto eversivo si deve essere consapevoli che la risposta di uno Stato non può che essere il compimento delle azioni previste in questo caso dalla legge, in applicazione della legge.

Nessuno sta sopra la legge. Nemmeno il Parlamento catalano, nemmeno i partiti separatisti, nemmeno i cittadini che manifestano sventolando bandiere e gridando slogan. Nessuno.

Le leggi, a partire da quella che le contiene tutte (la Costituzione), non basta scriverle, vanno rispettate e fatte rispettare.

Se no, solo solo carta con la quale avvolgere le uova.

Uno Stato esiste nella misura in cui applica le leggi che si è dato liberamente e le fa rispettare.

A tutti, senza sconti per nessuno e senza paura di nessuno.

 

A proposito del “pasticciaccio brutto” di Firenze

14 Set

Ha suscitato enorme sdegno il fatto accaduto la scorsa settimana a Firenze, dove due carabinieri sono stati accusati di aver violentato, mentre erano in servizio, due ragazze americane.

Il dato che trovo più sconvolgente, prima ancora dell’eventuale violenza commessa sulle due ragazze (ancora più grave se erano in condizioni tali da non intendere quel che facevano), è il comportamento tenuto dai due rappresentanti dell’Arma dei Carabinieri.

Che erano, mentre accadeva quello che è accaduto, in servizio!

L’inqualificabilità di quel comportamento è infatti indipendente dall’eventuale presenza di violenza.

Nasce già dal fatto che i due carabinieri abbiano dato un passaggio con l’auto di servizio alle due ragazze.

Già questo è un comportamento inammissibile in un carabiniere in servizio, figurarsi il resto!

Nel corso del loro interrogatorio, entrambi i carabinieri hanno ammesso di aver avuto un rapporto sessuale con le due ragazze americane, ma hanno negato lo stupro (abbiamo sbagliato, hanno detto).

La ricerca di attenuanti (i due carabinieri hanno sostenuto di aver risposto ad un invito delle due ragazze) non fa però che aggravare il quadro.

Dimostra infatti che i due carabinieri non solo hanno tenuto un comportamento inqualificabile, ma non sono nemmeno consapevoli del fatto che la gravità delle loro azioni prescinde dall’eventuale violenza.

Quel comportamento è grave, inammissibile, inqualificabile, in sé: lo hanno commesso mentre erano in servizio, con indosso la divisa!

Oppure ritengono che, per un carabiniere in servizio, dare un passaggio nell’auto di servizio ad una ragazza “caricata” all’uscita da una discoteca e poi avere con questa, con indosso la divisa da carabiniere, un rapporto sessuale, sia una cosa normale, congruente con la funzione, col ruolo istituzionale di un carabiniere?

Fa poi sorridere la meraviglia di tanti di fronte a quel comportamento: come se fosse la prima volta che rappresentanti delle istituzioni italiane (carabinieri compresi) compiono atti contrari a quelli che ci si aspetta da loro!

Ma, come si sa, gli italiani non solo non conoscono la storia del loro Paese, ma sono privi del concetto di passato e futuro: vivono schiacciati nel presente, nell’immediato, credono che tutto abbia inizio e fine oggi, nel momento stesso in cui accadono i fatti.

 

 

 

N.B.:

L’Arma dei Carabinieri non esiste, se non come istituzione. Nella realtà esistono i carabinieri, così come non esiste “la” scuola, ma esistono gli insegnanti, così come non esiste “il” giornalismo, ma esistono i giornalisti, così come non esiste “la” Magistratura, ma esistono i magistrati.

L’uso razionale delle risorse è una questione decisiva. E lo è a maggior ragione quando le risorse sono limitate.

15 Ago

In occasione della recente siccità si è tornati a parlare di un argomento che viene alla ribalta solo occasionalmente: la gestione delle risorse idriche in Italia.

E come sempre accade quando si affronta il tema dell’uso delle risorse (non solo di quelle idriche), se ne parla senza mai considerare l’aspetto-chiave della questione: il collegamento che deve esserci tra il livello qualitativo dell’uso finale (ciò che questo effettivamente richiede) e quello della risorsa (in questo caso, l’acqua) che a quello viene destinata (i requisiti minimi che la risorsa deve possedere per raggiungere l’obiettivo).

L’importanza di questo collegamento, come l’esperienza (ma soprattutto il buon senso) mette in luce, è inversamente proporzionale alla quantità di risorse a disposizione: più diminuisce questa e più aumenta quella (le risorse diventano sempre più preziose mano a mano che diminuiscono di numero, come si può constatare anche al mercato).

Si tratta però di un aspetto del problema che passa sempre in secondo piano: l’attenzione si concentra sullo spreco d’acqua e sul disastroso stato in cui si trovano le tubazioni nelle quali scorre.

Per ridurre il primo si invita la popolazione a non lasciare aperti i rubinetti mentre ci si lava i denti, a usare la doccia e non la vasca da bagno per lavarsi, a far ricorso all’irrigazione a goccia, ecc.

Per ridurre il secondo si invita ad investire sulla rete idrica colabrodo.

Entrambi questi aspetti sono ovviamente da prendere in considerazione (soprattutto il secondo), e questo indipendentemente dalla situazione nella quale ci si trova in questo periodo.

Resta però in ombra l’aspetto-chiave della questione, il collegamento risorsa-uso finale: è qui che si nasconde il diavolo!

Il dato del quale si dovrebbe sempre tener conto quando si affronta il tema generale dell’uso delle risorse (non solo della risorsa “acqua”) è che in natura esistono precise gerarchie di valori: non tutte le risorse sono di uguale livello qualitativo, ciascuna occupa un livello diverso rispetto a tutte le altre nella relativa scala dei valori.

Lo stesso vale per gli usi finali.

L’obiettivo da raggiungere è quello di ridurre al minimo il divario tra il livello della risorsa e quello dell’uso finale: più elevato è questo divario più irrazionale è l’accoppiata “risorsa-uso finale”.

Quanto più contenuto è il maggior livello della risorsa rispetto a quello dell’uso finale tanto più razionale è la scelta di quella risorsa per quell‘uso finale.

Se ora si considera il modo col quale viene utilizzata la risorsa “acqua” risulta evidente l’irrazionalità che lo caratterizza.

Limitando il discorso agli usi domestici (bere, cucina, igiene personale, lavatrice, lavastoviglie, servizi igienici), quello che colpisce è il fatto che per questi usi finali, così diversi tra di loro, si ricorra all’uso di acqua potabile, si ricorra cioè allo stesso tipo di risorsa indipendentemente dall’uso finale.

Quando invece sarebbe logico usare una risorsa meno nobile (l’acqua piovana) in tanti casi in cui si ricorre alla più nobile acqua potabile: irrigazione dei giardini, lavaggio delle terrazze, lavatrice, lavastoviglie, servizi igienici.

Un approccio razionale nell’uso della risorsa acqua porterebbe, inoltre, a prevedere, per gli sciacquoni dei wc, l’uso dell’acqua proveniente dagli scarichi dei lavandini, delle docce, delle vasche da bagno.

Usare acqua potabile (risorsa di elevato livello) per lo sciacquone del wc (uso finale di infimo livello) non è uno spreco, è una bestialità! (come usare il boiler elettrico per produrre l’acqua calda con la quale farsi la doccia).

Non dovrebbe essere necessario, ma vale la pena di dire che le risorse vanno impiegate secondo il loro livello decrescente: da quella a livello più alto a quella a livello più basso, secondo la posizione che ciascuna di esse occupa nella scala gerarchica dei valori.

Questo vuol dire usare l’acqua che proviene dagli scarichi delle docce e delle vasche da bagno per lo sciacquone del wc, e non viceversa (a nessuno sano di mente verrebbe in mente di farsi la doccia o il bagno con l’acqua proveniente dallo scarico di uno sciacquone!).

Allo stesso modo a nessuno verrebbe in mente di radersi con una lametta che sia servita precedentemente a grattare l’inchiostro di china: una lametta prima si usa per radersi e dopo per grattare l’inchiostro, prima per l’uso più nobile e dopo per quello meno nobile (al tempo dell’uso del pennino con l’inchiostro di china per i disegni, per cancellare tratti di disegno si usava grattare la parte interessata con una lametta da barba usata).

P.S.:

Studiando come affrontare in modo razionale il tema dell’uso delle risorse diventa evidente un aspetto ancora più importante, decisivo: la competenza, la capacità di gestire in modo razionale, efficiente, le risorse di cui si dispone.

E questo aspetto risulta ancora più importante in questi anni, in cui si sta pericolosamente diffondendo una pericolosa confusione: quella tra l’essere competenti e l’essere eletti.

Confondendo in tal modo il campo in cui applicare il criterio della competenza con quello in cui applicare quello della rappresentanza.

Le parole sono importanti. Vanno usate rispettandone il significato (a proposito della sentenza sul processo mafia capitale)

24 Lug

Dopo i commenti alla recente sentenza su “mafia capitale”, la scritta che compare sul Palazzo della Civiltà italiana dell’Eur di Roma si arricchisce di una nuova categoria di italiani: non solo infatti un popolo di poeti, di artisti, di eroi... (elenco che già da tempo comprende allenatori della nazionale di calcio e sismologi) ma, da ieri, anche mafiologi.

Ovviamente, come in altri casi, tutti esperti di una materia della quale sono assolutamente ignoranti.

Ma veniamo alla sentenza.

La prima reazione di questi nuovi mafiologi è stata quella di far dire alla sentenza un cosa che la sentenza non dice: che cioè a Roma la mafia non c’è.

In tanti commenti non c’è però soltanto la consueta strumentalizzazione (sia da parte dei politici che da parte dei cosiddetti organi d’informazione) delle parole (in questo caso, voler far dire ad una sentenza una cosa che quella non dice, manomettendola al fine di farne uno strumento utile per far considerare poco credibili certe accuse e ingiuste certe condanne).

In molti commenti si vede infatti confermato anche (e forse, direi, soprattutto) il fatto che in Italia è molto alto il numero di quelli che leggono senza capire quello che leggono, di quelli che vedono quello che non c’è e non vedono quello che c’è.

Cos’è che si dovrebbe capire dalla lettura della sentenza?

Si dovrebbe capire una cosa molto semplice: e cioè che la sentenza non dice affatto che a Roma la mafia non c’è, dice invece che l’associazione criminale processata (di quella si parla, e solo di quella) non è di tipo mafioso.

C’è poi un altro elemento da sottolineare, a proposito di certi commenti, e questo è davvero surreale: il sollievo che in molti ha procurato il mancato accoglimento della tesi sostenuta dalla Procura (l’aggravante mafiosa).

E qui c’è da sottolineare il fatto che ad innescare tutto questo putiferio è stata l’espressione “mafia capitale”, usata per la prima volta (forse con una certa dose di leggerezza) dalla Procura di Roma, come elemento sul quale basare la richiesta dell’aggravante mafiosa.

Dire però che la Procura di Roma ha usato in maniera superficiale la parola mafia (parola che più abusata non si può), associandola alla banda criminale oggetto del processo, non significa affatto sminuire il lavoro di quella Procura, così come non giustifica il tentativo di volerla associare a chi, fino a poco tempo fa, negava l’evidenza, affermando “qui la mafia non esiste”; né, tanto meno, può in alcun modo giustificare l’aver messo la Procura di Roma sul banco degli imputati, come invece hanno fatto, in maniera miserabile, in tanti.

A proposito del ricorso alla parola mafia, va detto che agli italiani questa parola provoca un certo effetto: agli italiani piace considerare la mafia come il non plus ultra del male ma, soprattutto, piace considerarla qualcosa di invincibile (non sono pochi quelli che, proprio per questo, sotto sotto l’ammirano).

Va anche detto che la polemica innescata dal mancato riconoscimento dell’aggravante mafiosa è poi sfociata in commedia (com’è noto, tutto in Italia si trasforma in commedia): alla fazione di quelli che si sono dichiarati sollevati (sprezzanti del ridicolo) si è affiancata infatti quella di chi invece ha tenuto a ribadire che la mafia è presente anche a Roma (pur di evitare che si possa dire che la situazione in cui versa la capitale d’Italia è ancora peggiore di quella di una città in mano alla mafia, a certi personaggi fa comodo poter avere un nemico forte, invincibile, dal quale far dipendere il loro fallimento).

Quelli che si sono sentiti sollevati non tengono conto del fatto che l’associazione di tipo mafioso identifica un determinato tipo di reato (ve ne sono anche altri, di natura diversa ma non per questo meno gravi) e fanno finta d’ignorare che la sentenza non sminuisce la pericolosità di quell’associazione criminale (la sentenza ha detto che l’associazione criminale processata non è di tipo mafioso, come prospettato dalla Procura, ma questo non vuol dire che i danni che ha prodotto siano meno gravi, o che sia meno pericolosa: si può essere pericolosi anche senza essere mafiosi).

Solo in un Paese ridicolo come questo si può essere sollevati per il fatto che un’associazione criminale non venga considerata anche mafiosa (sarebbe come esultare per il fatto che gli esami hanno detto che il tumore che ci condanna senza scampo non è al cervello ma è solo ai polmoni).

Per quanto riguarda invece la fazione di quelli che invece, basandosi sulla denominazione di mafia capitale, hanno puntato a “gonfiare” l’accusa, va detto che in questo comportamento si trova una conferma del fatto che per certi mafia-dipendenti la mafia, se non ci fosse, bisognerebbe inventarla.

 

 

P.S.:

E come poteva mancare, nei commenti alla sentenza, un richiamo a Leonardo Sciascia, alla sua famosa “linea della palma”?

Quando si parla di mafia scatta subito, in maniera automatica, come un riflesso incondizionato, il richiamo all’autore di quello che va considerato un vero libro spartiacque nel campo della letteratura, “Il giorno della civetta”.

La cosa divertente, di questi superficiali, banali, richiami a Sciascia, è il tentativo di volerne fare un esperto di mafia.

A conferma della loro superficialità (Sciascia, famoso per la sua cura maniacale nell’uso delle parole, avrebbe invitato a non far diventare tutto mafia, e a sciogliere sempre qualche dubbio in quelle che si ritengono certezze aritmetiche), questi non sanno nemmeno che proprio Sciascia, in un articolo del 1982 sul Corriere della Sera (riportato, non a caso, nel suo “A futura memoria”) diceva di sé: non c’è nulla che mi infastidisca quanto l’essere considerato un esperto di mafia o, come oggi si usa dire, un “mafiologo”.

A conferma del fatto che non basta citare Sciascia per dare a intendere di conoscerlo.

Anche se se ne è letto qualche libro.

Un breve ricordo di Denis Mack Smith

15 Lug

Nei giorni scorsi è morto lo storico inglese Denis Mack Smith.

Anni fa, a Genova, ebbi modo di scambiare alcune considerazioni con lui, in occasione di un convegno su Mazzini.

Era un grande conoscitore della Storia d’Italia, e del Risorgimento in particolare.

A proposito di quel periodo, così tanto mitizzato dagli storici italiani, sosteneva (secondo me non senza ragione) che nell’Italia della seconda metà dell’800 fossero già presenti certi virus e che pertanto il ventennio andasse considerato come una conseguenza logica dell’Italia risorgimentale.

Denis Mack Smith parlava in sostanza di fascismo (che in tanti continuano a confondere col Fascismo, non cogliendo le differenze tra quello che è stato un determinato periodo storico e qualcosa che invece è connaturato negli italiani) anche quando parlava del Risorgimento.

Questa sua visione fu alla base di molte critiche, com’era facile aspettarsi in un Paese che si nutre di retorica e d’ipocrisia.

Gli si addebitava in generale una vena polemica verso i governanti italiani, non capendo che questa era invece segno del profondo amore che nutriva per l’Italia.

Ma non era questa la principale critica che gli si muoveva.

Lo stile giornalistico, il ricorso a numerosi aneddoti, caratteristiche del suo modo di scrivere, contribuivano a rendere gradevole la lettura dei suoi libri, procurandogli in tal modo il favore del pubblico.

Ed era proprio questo successo presso il grande pubblico il “peccato” che non gli veniva perdonato.

Non a caso gli accademici italiani, così privi delle caratteristiche del mondo anglosassone, così inclini a parlare solo a se stessi, solo alla ristretta cerchia degli “addetti ai lavori” (e non al pubblico), lo accusavano di “superficialità”, cercando in tal modo di sminuirne il valore.

Nulla di nuovo, nel Paese del latinorum, dove si confonde serietà con seriosità, autorità con autoritarismo, semplicità con superficialità, dove i relatori invitati a parlare in un convegno si limitano a leggere delle cartelle, dove le parole più criptiche sono più sono considerate di valore, dove “annoiare” prevale su “suscitare interesse”.

In definitiva, il principale “difetto” che gli accademici italiani rimproveravano a Denis Mac Smith era proprio un suo grande pregio: l’accessibilità.

La cosa tragica è che non se ne rendevano conto.

 

 

 

A proposito della vicenda di Bruno Contrada

11 Lug

Nei giorni scorsi ha destato grande sorpresa la sentenza con la quale la Corte di Cassazione ha revocato la condanna a 10 anni di reclusione che la Corte di Appello di Palermo aveva emesso il 25 febbraio 2006 a carico di Bruno Contrada, ex capo della Squadra Mobile di Palermo ed ex funzionario del Sisde, giudicandolo colpevole del reato di concorso esterno in associazione mafiosa (Contrada era stato arrestato il 24 dicembre 1992).

Nel revocarla, la Corte di Cassazione ha definito quella condanna (divenuta definitiva nel 2007) “ineseguibile e improduttiva di effetti penali”.

Alla base di questa revoca sta il fatto che, secondo i giudici della Cassazione, all’epoca dei fatti contestati a Contrada (gli anni che vanno dal 1979 al 1988) il reato di concorso esterno in associazione mafiosa “non era sufficientemente chiaro e prevedibile”.

Non vengono quindi messi in discussione quei fatti, ma la loro riconducibilità ad un reato.

Il punto sul quale si dovrebbe riflettere, con calma, a mente fredda, senza lasciarsi coinvolgere nella solita sfida tra tifoserie contrapposte, senza voler a tutti i costi strumentalizzare questa sentenza di revoca, sta nel modo col quale viene normalmente trattata la delicata materia dei rapporti tra il mondo mafioso vero e proprio e quello esterno ad esso.

Chi conosce la materia sa bene che la caratteristica-chiave dell’organizzazione mafiosa risiede nella fitta rete di relazioni che la lega al mondo esterno, rete senza la quale quella che è una vera e propria struttura di potere verrebbe ridotta ad un’organizzazione solo criminale.

Quello che colpisce della vicenda di Bruno Contrada, più che la condanna penale (peraltro basata su alcune dichiarazioni di quelli che, un termine che più ambiguo, ipocrita, falso, non si può, vengono chiamati “pentiti”), è la condanna morale (e chissà se questa non ebbe un ruolo su quella).

Ed è proprio di questa condanna morale che voglio parlare.

Su che cosa si basa?

Sul fatto che Contrada ebbe contatti con esponenti di Cosa Nostra (contatti la cui esistenza non è in discussione).

Questa condanna prescinde dalle finalità di quei contatti, dall’uso fattone.

I “moralisti” non considerano l’ipotesi che quei contatti possano essere stati instaurati per conoscere dal di dentro l’organizzazione criminale e in questo modo poterla combattere più efficacemente (il discorso cambia, ovviamente, se quei contatti sono in realtà serviti a procurare vantaggi ad alcuni esponenti di Cosa Nostra).

Questi “puristi” pretendono in sostanza che chi, per il mestiere che fa, non può non entrare in contatto con certi personaggi, riesca nell’impresa di restare indenne da qualsiasi contatto compromettente.

Sarebbe come chiedere ad un spazzacamino di pulire l’interno di un camino e poi condannarlo per essersi sporcato di fuliggine gli abiti che indossava.

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