Archivio | ottobre, 2011

A proposito di appalti

31 Ott

Secondo la definizione che ne dà il nostro codice civile, l’appalto è il contratto col quale una parte assume, con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio, il compimento di un’opera o di un servizio verso un corrispettivo in danaro.

Se pensiamo agli appalti pubblici (di cui tanto si parla nei mezzi di comunicazione) e facciamo ricorso ad un linguaggio più concreto, meno burocratico, possiamo definire l’appalto come lo strumento attraverso il quale ingenti somme di denaro pubblico passano dalle casse della collettività a quelle di determinati soggetti privati (i vincitori delle gare di appalto).

Questo modo di definire l’appalto pubblico consente di vedere come in tanti casi (la cronaca, recente e non, del nostro Paese ne è piena) il vero scopo di questi contratti sia non tanto la realizzazione di un’opera pubblica quanto il trasferimento di denaro pubblico in mani private.

Non solo, ma c’è di più: in parecchi casi le gare d’appalto si riducono ad una mera finzione, all’espletamento di una pura formalità, esattamente come avviene nei concorsi pubblici, dove spesso i nomi dei vincitori sono noti già prima del concorso, la cui funzione si riduce a quella di dare una patina di legalità a scelte fatte assolutamente al di fuori delle leggi.

Il sistema che negli anni si è venuto a consolidare nel nostro Paese è un sistema completamente marcio, in cui gli interessi di alcuni soggetti privati prevalgono sempre più su quelli della collettività.

La cosa che rende il quadro ancora più desolante è il fatto che non esiste alcuna possibilità di cambiamento del sistema dal suo interno, dal momento che il criterio adottato nel nostro Paese per la selezione della sua classe dirigente è quello della cooptazione, non certo quello della competenza.

Quel che poi è davvero incredibile è che il fatto che attraverso questo meccanismo di selezione sia stato consentito a degli emeriti mascalzoni (in qualche caso anche imbecilli, il che ha aggravato ancora di più la situazione) di incidere sulla vita collettiva sembra non preoccupare più di tanto.

Le persone serie, che pure esistono, non devono però rassegnarsi a questo stato di cose.

Devono (e qui sta la condanna alla quale sono destinati) rialzarsi sempre dopo ogni caduta e riprendere a combattere, pur nella lucida consapevolezza di non avere alcuna possibilità di raggiungere l’obiettivo, quello di vivere in un mondo più giusto.

Il senso della vita sta nella lotta,  così come il senso del viaggio sta nel viaggio stesso, e non nella meta che si vuole raggiungere.

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A proposito di eroi

28 Ott

Chi è che va considerato eroe?

Più che pensare a chi, incurante del pericolo, compie azioni che testimoniano un coraggio fuori del normale, quando penso ad un eroe penso a chi, avvertendo un’invincibile spinta ad agire per onorare la propria dignità, per non tradire le proprie idee, pur essendo perfettamente consapevole che il suo comportamento lo porterà sicuramente alla sconfitta, alla perdita di tutto ciò che possiede (anche la vita), non esita per questo a compiere quello che sente essere suo dovere.

Chi va considerato eroe è chi antepone il “giusto” al “buono”, chi ubbidisce all’imperativo categorico kantiano che impone di fare quel che è doveroso fare, e questo, si badi bene, indipendentemente dalle conseguenze che ne possono derivare.

Ecco perché quando penso ad un eroe è Ettore il primo personaggio che mi viene in mente.

Ettore, e non Achille (il più valoroso), né Ulisse (il più intelligente), è il vero eroe, il vero uomo d’onore.

Mi sono sempre accanto gli immortali versi di Omero, quelli che descrivono l’incontro fra Ettore e Andromaca alle porte Scee, in una delle più belle pagine della poesia umana.

Ed è proprio ad Ettore che penso ogni volta che penso a Paolo Borsellino.

Pur perfettamente consapevole che prendere in mano il testimone lasciato dal suo amico fraterno Giovanni Falcone (il magistrato più valoroso, per competenza, intelligenza, capacità, nell’occuparsi di mafia) avrebbe comportato la perdita della vita, pur consapevole di essere ormai un morto che camminava, Borsellino non ha per questo rinunciato a fare quel che sentiva di dover fare, a comportarsi da vero uomo, da eroe.

A proposito delle piogge degli ultimi giorni

27 Ott

Che in autunno piova è (dovrebbe essere) un dato assodato, che non dovrebbe far notizia.

Che da qualche anno a questa parte l’intensità delle piogge sia aumentata è (dovrebbe essere) un altro dato di fatto, e questo a prescindere dalle cause all’origine di questo fenomeno.

Che in Italia non vi sia la cultura della prevenzione – e questo non solo in materia ambientale – è certamente un terzo dato di fatto.

Che infine nel nostro Paese ci sia l’abitudine di affrontare gli argomenti senza tener conto dei dati di fatto è ancora un dato di fatto (usare il territorio senza tener conto dello stato in cui è stato ridotto e di come siano aumentati, in queste condizioni, i rischi collegati all’aumento dell’intensità delle piogge è, per esempio, la causa principale all’origine di conseguenze drammatiche quali quelle di questi ultimi giorni).

Ai dati sopra ricordati vorrei però aggiungere quello che ritengo sia un grosso problema, ancora più grave perché di esso non c’è traccia, né sui giornali né in televisione: la reale capacità delle amministrazioni locali, alle quali è affidata la gestione del territorio, di far fronte al loro compito.

E non mi riferisco al problema della mancanza di fondi (a questo proposito, sarebbe interessante vedere come, per che cosa, le amministrazioni spendono i fondi a loro disposizione).

Il problema al quale mi riferisco è invece quello delle competenze tecniche degli uffici comunali, soprattutto alla luce del fatto che la stragrande maggioranza (il 72%) gli 8.100 comuni italiani è costituita da comuni con meno di 5.000 abitanti.

In queste piccole realtà esistono le competenze tecniche adeguate ad assicurare un’efficace gestione dei territori amministrati?

Con quali modalità viene selezionato il personale tecnico dei comuni? Dove sono le scuole di formazione dei funzionari comunali?

Ma com’è pensabile che gli uffici tecnici di piccoli comuni siano in grado di gestire lavori complessi, di svariati milioni di euro?

Quello di cui ci si dovrebbe render conto (ma chi dovrebbe rendersene conto?) è che non avere competenza è negativo non solo perché non si sa bene cosa fare ma, ancor di più, perché non si è in grado di controllare quello che altri (per esempio le imprese appaltatrici alle quali viene assegnato il compito di eseguire lavori) sono chiamati a fare.

Per controllare che un lavoro venga eseguito bene bisogna infatti conoscerne meglio di chi lo esegue le corrette modalità esecutive.

Non va infine dimenticato che l’incompetenza (con la mancanza di capacità di controllo che da questa deriva) rappresenta un terreno fertile per l’innesco e lo sviluppo della corruzione (che non a caso si basa sulla mancanza di un effettivo controllo).

Ma la Rai non è un’azienda normale

25 Ott

Leggevo l’altro giorno sui giornali che la Rai, a causa dei debiti accumulati negli ultimi anni, rischia addirittura di non essere in grado di pagare le prossime tredicesime.

Come al solito in Italia ci si accorge dei problemi quando la situazione si è deteriorata a tal punto che qualsiasi intervento ordinario risulta perfettamente inutile per porre rimedio ai danni.

Mai che s’intervenga ai primi segnali di deterioramento!

Il nostro è il Paese in cui si invocano interventi straordinari, in cui si chiede di agire quando ormai la frittata è fatta e il bello è che ad invocare interventi straordinari sono proprio quegli stessi soggetti che, non avendo colpevolmente realizzato gli interventi ordinari loro spettanti, hanno determinato il deterioramento della situazione.

In questi giorni i giornali parlano anche della nuova trasmissione di Michele Santoro, dal titolo “Servizio Pubblico”, la cui prima puntata andrà in onda giovedì 3 novembre.

Fa un certo effetto leggere negli stessi giorni la notizia sulla Rai, vale a dire di un’azienda, per definizione, di servizio pubblico e quella sul titolo del nuovo programma di Santoro, che non a caso richiama proprio quello che l’azienda Rai ormai da anni non fa più.

La conclusione della vicenda Santoro dimostra infatti in maniera esemplare quanto sia completamente estraneo alla Rai degli ultimi anni il concetto di “servizio pubblico” e, ancor di più, quanto sia sbagliato considerare la Rai un’azienda normale, esattamente com’è sbagliato ritenere che l’Italia sia un Paese normale.

Come si fa infatti a considerare normale un’azienda che, consapevolmente, combatte, anziché valorizzarli, i suoi uomini migliori, quelli che per di più le consentono di vincere le sfide con la concorrenza ma che vengono considerati inutilizzabili perché non funzionali al potere politico in carica?

Come si fa a considerare normale un’azienda che dilapida il proprio patrimonio, che non fa che appaltare a società esterne la produzione dei programmi, che promuove degli incapaci, che in qualsiasi azienda realmente normale non potrebbero mai ricoprire posti di responsabilità?

Analogamente, che dire di uno Stato che non riesce ad evitare la fuga dei suoi migliori cervelli (valga per tutti il caso di Carlo Rubbia)?

Il vero problema non è che Berlusconi abbia detto che sarebbe intervenuto per risolvere il problema Santoro (così come fece col famoso editto bulgaro), il vero problema è che i dirigenti dell’azienda Rai abbiano consentito (oggi come allora) che ciò accadesse, dimostrando di non tener in alcun conto l’interesse della propria azienda, ma solo il proprio.

Ma d’altra parte cosa ci si può aspettare da persone che sono piazzate ai vertici delle aziende non in base alle proprie competenze professionali ma unicamente in base alla propria capacità di servire il padrone di turno?

Rispettiamo il significato delle parole

24 Ott

Com’è noto, la lingua che parliamo è una cosa viva, è come un processo in continuo movimento ed è pertanto naturale che ad ogni istante vi siano delle parole che muoiono e altre che nascono, che nuove parole si aggiungano a quelle esistenti.

Succede alla lingua quello che succede ad un organismo vivente che muta in continuazione, in cui vi sono delle cellule che muoiono e altre che nascono.

Se però è naturale accettare che la lingua si arricchisca di nuove parole, di nuovi modi di dire e nello stesso tempo si liberi di parole non più utilizzate, quello che non è naturale è accettare che le parole vengano svuotate del loro significato e usate come se fossero dei semplici gusci, banali contenitori che è possibile riempire di senso a piacere, senza curarsi dell’errore di far assumere loro significati diversi da quelli propri, a volte addirittura opposti.

Succede purtroppo, per di più nel disinteresse più totale da parte dell’opinione pubblica, che sempre più spesso ci si trovi di fronte a parole, ad espressioni, che, private del loro significato, vengono a trovarsi associate a concetti che nulla hanno a che vedere col loro senso originale.

In alcuni casi questa espropriazione di significato porta a degli esiti davvero incredibili, come nel caso dell’espressione “uomo d’onore”, in cui la parola “onore” viene ormai associata ad individui che in realtà nulla hanno a che vedere col reale significato di questa parola.

L’espressione “uomo d’onore” sta infatti ad indicare un uomo di prestigio, un uomo che gode del rispetto altrui per meriti, per capacità di cui ha dato prova.

Da tanti anni si è invece consentito il diffondersi di un uso assolutamente fuorviante di questa espressione, si è finiti addirittura con l’indicare come “uomini d’onore” i componenti di Cosa Nostra, giungendo così al paradosso di utilizzare una parola nobile come “onore” per indicare dei criminali, dei feroci assassini.

Ho visto e quindi so

22 Ott

Una cosa che mi ha sempre affascinato, fin dai tempi del ginnasio, è che in greco per dire “io so” si usi lo stesso verbo (οἶδα) che si usa per dire “io ho visto”.

Οἶδα (pron. oida=io so) è infatti l’aoristo (tempo equivalente al perfetto latino) di ὁράω (pron. orào=io vedo).

Nella lingua greca “sapere” equivale quindi ad “aver visto” (“so” in conseguenza del fatto che “ho visto”).

Più avanti negli anni ho capito il profondo significato di quello che avevo imparato al ginnasio, il senso di quella equivalenza, del fatto che la forma οἶδα volesse dire sia “io ho visto” che “io so”.

Osservare un’azione attiva un meccanismo cognitivo che ci porta dapprima ad imparare a ripetere l’azione vista (i bambini imparano per imitazione) e, per alcuni di noi, a domandarci perché accade quel che vediamo, e porsi questa domanda rappresenta il primo passo per capire il perché delle cose.

Osservando il volo degli uccelli Leonardo sviluppò il disegno delle macchine volanti, osservando la caduta di oggetti dalla torre di Pisa Galileo studiò il moto di caduta dei corpi e intuì la legge sulla caduta dei gravi.

Se vuoi far capire a qualcuno una cosa, non limitarti a spiegargliela a voce, fagliela vedere.

Avere esperienza visiva diretta di qualcosa che accade davanti ai nostri occhi non vuol dire soltanto imparare, conoscere, capire, vuol dire soprattutto acquisire consapevolezza ed essere consapevoli di sapere è un punto di forza, oltre che il miglior antidoto contro i tentativi di manipolazione del pensiero.

Lo studio del mondo classico, del greco e del latino, non serve a sfoggiare dotte citazioni, a impressionare chi ci ascolta, ma ad acquisire una capacità di vedere le cose da un punto di osservazione più alto; è come guardare il mondo dal tetto di un grattacielo, anziché dal primo piano.

A proposito del potere della pubblicità

20 Ott

La causa principale della disastrosa situazione culturale nella quale ci troviamo va individuata nel modello di società adottato dal nostro Paese e ancor di più nell’impennata che questo modello ha subito a partire dagli anni ottanta del secolo scorso.

In quegli anni (gli anni della “Milano da bere”) ha avuto infatti inizio, grazie soprattutto alla diffusione della televisione commerciale – e quindi della pubblicità – l’introduzione di modelli di vita, di valori, assolutamente estranei alla cultura del nostro Paese.

Già nei primi anni sessanta Pasolini aveva evidenziato i rischi connessi alla televisione, figuriamoci quindi cosa succede se questo mezzo viene usato da individui che sanno bene come maneggiarlo per farne un mezzo di controllo del pensiero, di distruzione delle coscienze.

Con l’avvento della televisione commerciale ha avuto inizio il lento sgretolamento delle fondamenta sulle quali, a partire dagli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale, era stata faticosamente avviata la ricostruzione del nostro Paese.

Gli interessi della pubblicità hanno incominciato a prevalere su tutti gli altri: i cartelloni pubblicitari deturpano da anni il paesaggio delle nostre città, i programmi televisivi sono stati trasformati in strumenti finalizzati alla vendita di prodotti, i cittadini sono stati trasformati in consumatori.

A proposito di come la pubblicità in televisione sia finita per prevalere, in maniera a volte anche violenta, sugli interessi dei cittadini, ricordo due eloquenti episodi risalenti ad alcuni anni fa. Il primo: stavo guardando una partita di calcio su Telemontecarlo quando, in occasione di un calcio d’angolo, la trasmissione fu interrotta per consentire l’inserimento di uno spot pubblicitario. Questo fatto impedì di vedere in diretta il gol che scaturì da quel calcio d’angolo. Il secondo episodio è senz’altro più grave: una partita di calcio fu addirittura rinviata perché la leggera nebbia che c’era sul campo di gioco, pur non impedendo agli spettatori presenti allo stadio di assistere alla partita, non consentiva a chi la partita la guardava in televisione di vedere i cartelloni pubblicitari posti a bordo campo.

Questo sistema di vita, basato su un consumismo sfrenato, sulla predominanza dell’avere sull’essere, della velocità sulla lentezza, della superficialità sull’approfondimento, del pressappochismo sulla precisione, della precarietà sulla durata, è il principale responsabile della perdita d’identità del nostro Paese e un Paese privo d’identità ha poche speranze di sopravvivenza.

A proposito dell’ormai dilagante tendenza all’omologazione, val la pena di ricordare le parole di Tagore: “una mente non ottiene autentica libertà mutuando conoscenze e ideali di altre persone, bensì formando i propri standard di giudizio e producendo i propri ragionamenti”.

A proposito di crescita

19 Ott

In questi giorni non si fa altro che parlare di crescita, di sviluppo, di come non sia possibile uscire dalla crisi nella quale ci troviamo senza la crescita.

Ma che cosa s’intenda per crescita nessuno lo dice chiaramente, o meglio (che poi è ancora peggio) il significato che viene dato alla parola “crescita” varia a seconda di chi la usa.

Il punto che andrebbe inizialmente chiarito è che di crescita è corretto parlare solo con riferimento a certi settori di attività e non in senso generico.

Mentre infatti vi sono attività – quali la ricerca scientifica, la messa in sicurezza del territorio, la qualificazione dei mezzi di trasporto pubblico, la raccolta differenziata dei rifiuti, il recupero degli edifici dei centri storici, l’uso dell’energia solare, la riconversione delle fabbriche dismesse – nelle quali ha senso parlare di crescita, ve ne sono altre – quali, per esempio, la costruzione di automobili – nelle quali ha poco senso continuare a crescere e altre ancora – come per esempio la costruzione di edifici in cemento armato a poche centinaia di metri dal mare – che, da subito, andrebbero bloccate.

La domanda di fondo che ci si dovrebbe porre è la seguente: come si può pensare che si possa crescere all’infinito in un sistema finito?

Se consideriamo per esempio la cosiddetta “curva logistica” o “curva ad S” – curva che rappresenta graficamente l’evoluzione delle specie viventi – vediamo che la fase di crescita è sempre seguita da una fase di arresto.

L’errore che si commette ignorando quel che la “curva ad S” mostra chiaramente consiste nel ritenere che la popolazione possa crescere senza limiti nel tempo; non si tiene cioè conto delle resistenze (per esempio, nel caso della popolazione umana, della limitazione dei mezzi di sostentamento) che si oppongono ad una crescita senza limiti, resistenze che aumentano con l’aumentare della popolazione stessa.

Che senso ha poi continuare a basarsi sul PIL per misurare la ricchezza di un Paese?

È come basarsi sull’auditel per misurare la qualità dei programmi televisivi.

La vera ricchezza è data dalla qualità e la qualità non la misura di certo il banale PIL!

L’esperienza dell’illuminismo è quel che manca agli italiani

18 Ott

Ciò che caratterizza (o meglio, che dovrebbe caratterizzare) l’uomo, distinguendolo in questo dagli altri animali, è la curiosità, la sete di conoscenza, la voglia di capire, di scoprire perché accade quello che accade.

Considerate la vostra semenza, fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza“, sono i versi coi quali Dante ci ricorda quanto sia importante la curiosità, la voglia di conoscere, di andare oltre le colonne d’Ercole.

La ricerca che mira a scoprire cosa c’è dietro i fenomeni che avvengono in natura è tipica dell’indagine scientifica, esattamente come l’indagine della polizia che parte dalla scena di un delitto.

Tanto nella ricerca scientifica quanto in un’indagine per un omicidio si parte da un fatto e si cerca, ragionando, di risalire alla causa che sta all’origine.

Il punto essenziale è che chi indaga sia libero, privo di vincoli, con la mente aperta, sia cioè mosso unicamente dalla volontà di risalire alla causa, qualunque essa sia, all’origine del fatto che ha davanti a sé.

Guai se chi deve individuare la causa è privo della necessaria libertà o, peggio ancora, se tende a far passare come verità la versione dei fatti che gli interessa (una “verità” che gli fa comodo, una sua opinione, un suo convincimento); nel primo caso eviterebbe di percorrere determinate strade, limitando in tal modo il suo campo di ricerca, nel secondo tenderebbe a piegare i fatti a suo piacimento, pur di giustificare la sua “verità”.

Nel nostro Paese sono molti quelli che, nell’affrontare un argomento, non si muovono secondo il senso logico (dai fatti alle cause), vale a dire secondo il percorso indicato dal metodo scientifico, che pure è nato nel nostro Paese; alcuni, poi, credendosi depositari della verità, ritengono di avere il compito di convincere gli altri, di cui non riescono a comprendere il modo di porsi di fronte a ciò che accade e di cui tendono a combattere il desiderio di conoscenza.

Molto di ciò che è accaduto ed accade nel nostro Paese è accaduto ed accade perché il nostro è un Paese non solo a-scientifico ma addirittura pre-moderno.

Se Cristo si è fermato a Eboli, Voltaire non ha nemmeno superato le Alpi!

Gli italiani se lo meritano Alberto Sordi

17 Ott

L’aspetto più drammatico della difficile situazione nella quale ci troviamo – caratterizzata in primo luogo dalla subordinazione della politica alla finanza – è rappresentato dall’enorme sproporzione che c’è fra la complessità dei problemi coi quali abbiamo a che fare e l’evidente pochezza dei soggetti chiamati ad affrontarli.

Ma come si può ragionevolmente pensare che a governare la situazione, a tirarci fuori dai guai siano personaggi quali quelli che siedono in Parlamento?

A tal proposito bisognerebbe tener presente che quelli di cui i giornali e la televisione si occupano quotidianamente rappresentano solo una minima parte dei circa 1.000 parlamentari; una fetta ben più consistente della cosiddetta “classe politica” è formata da persone “senza arte né parte”, assolutamente sconosciute all’opinione pubblica nazionale, persone che si sono messe  in politica semplicemente perché questo è un modo, tanto semplice quanto efficace, che consente a dei mediocri, a degli incapaci, a degli inetti di guadagnare tanti soldi e di condurre una vita che altrimenti nemmeno si sognerebbero.

C’è poi un secondo aspetto da considerare, del quale non si tiene conto ma che forse fa capire ancora meglio quanto sia difficile uscire dal baratro nel quale siamo precipitati: molte delle persone che si lamentano della situazione non si rendono conto di essere loro stesse parte del problema, di costituire loro stesse un problema.

Sempre più spesso infatti molte persone, oltre a considerare le regole come un qualcosa destinato a valere per gli altri ma non per sé, tendono a ricercare al loro esterno le cause dei problemi (anche dei loro), non rendendosi conto (o meglio, non volendo rendersi conto) che in molti casi le vere cause vanno ricercate al loro interno.

Si tratta di un aspetto ben radicato nella psicologia umana, e proprio per questo molto difficile da affrontare; ricorda molto l’antica figura del “capro espiatorio”.

Il quadro, già di per sé assai deprimente, è reso ancora più nero dal disinteresse mostrato da gran parte del popolo italiano verso un reale cambiamento, nonché dall’evidente incapacità dell’attuale opposizione parlamentare di esprimere una vera alternativa.

L’unico tentativo di percorrere una strada politica nuova, veramente diversa, rappresentato a metà degli anni Novanta dall’Ulivo, non è stato forse fatto fallire proprio da alcuni rappresentanti dell’attuale opposizione?

Ricordo poi le discussioni, davvero surreali, apparse sui giornali a proposito del mettere o non mettere il trattino tra le parole “centro” e “sinistra” (è meglio centro-sinistra o centrosinistra?, un po’ come le famose parole del personaggio di Nanni Moretti: “mi si nota di più se ci vado o se non ci vado”?).

Quello di cui ci si dovrebbe render conto, una volta per tutte, è che un Paese che esprime una classe politica quale quella attuale non merita di meglio rispetto allo squallore che ogni giorno si presenta davanti ai nostri occhi.

Come diceva Nanni Moretti in un suo vecchio film, “vi meritate Alberto Sordi”.

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