Archivio | maggio, 2015

A proposito delle celebrazioni della grande guerra. E dell’importanza dei libri.

31 Mag

Nei giorni scorsi si è celebrato il primo centenario dell’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale.

A parte la singolarità di aver celebrato l’inizio di una guerra in un Paese dove non si fa altro che parlare di ripudio della guerra (in un Paese simile ci si dovrebbe aspettare la celebrazione della fine della guerra, non dell’inizio), ho notato che in tutto questo gran parlare di prima guerra mondiale non si è parlato del libro “Un anno sull’Altipiano”, di Emilio Lussu (libro scritto nel 1936), né del film “Uomini contro”, di Francesco Rosi (film del 1970), che a quel libro si ispirò.

Eppure si tratta di due opere che avrebbero dovuto suscitare l’interesse di chi in questo Paese parla d’informazione.

Ma, si sa, un conto è “parlare” d’informazione, un altro è “fare” informazione.

Soprattutto non ne ha parlato la Rai, vale a dire la principale fonte d’informazione pubblica di questo Paese.

Di trasmissioni televisive dedicate alla grande guerra ce ne sono state tante, ma nessuna (per quanto ne sappia) ha parlato di quello che Mario Rigoni Stern definì “il più bello dei libri sulla prima guerra mondiale“.

Strano, per chi pretende di essere considerato produttore di cultura, non cogliere la portata di libri come quello di Emilio Lussu, libri capaci di far comprendere il perché di tante cose del proprio Paese, di far riflettere su questioni importanti della vita, libri nei quali è possibile imparare quello che la scuola non insegna (come nel caso dei fatti di Bronte), libri capaci di “fare” per davvero cultura, di produrla realmente.

Come non capire, per esempio, che è proprio leggendo libri come “Un anno sull’Altipiano” che è possibile trovare risposte a tanti interrogativi sul perché di tanti comportamenti degli italiani?

Come non vedere, leggendo e riflettendo sulle parole di Emilio Lussu, che in quel che accadde nella prima guerra mondiale è possibile trovare alcune risposte al perché della distanza che gli italiani vedono tra loro e lo Stato, della profonda estraneità che molti cittadini di questo Paese sentono nei confronti delle istituzioni?

Quali sentimenti può infatti suscitare uno Stato che, consapevolmente, manda allo sbaraglio i propri soldati, che affida le loro vite a gente assolutamente incapace, impreparata, in alcuni casi da chiudere in manicomio?

Come non vedere che è in certi fatti della celebrata grande guerra che affonda le sue radici la convinzione che porta tanti italiani non solo a non sentirsi rappresentati dallo Stato (uno Stato che non sentono “loro”), ma a credere che i loro veri nemici stiano nel cuore di questo Stato, “a Roma”?

Perché questa “dimenticanza”?

Perché nascondere la propria storia?

Forse perché “Un anno sull’Altipiano” smonta la visione retorica sulla grande guerra?

Forse perché la verità spazza via, in un attimo, la retorica di cui questo Paese sembra non riuscire a fare a meno?

Come non vedere che proprio l’ostinato rifiuto della verità, la sua continua negazione, sono i principali responsabili del perché per tanto tempo in questo Paese l’idea di patria è stata messa al bando?

Come non capire che la principale funzione dei libri è quella di far circolare le idee, di veicolare la conoscenza, di consentire di approfondire le questioni, di arrivare alla verità?

Altro che la superficialità con la quale oggi si parla della lettura, altro che l’uso che oggi si fa dei libri, ridotti a banale merce da vendere (anche a peso!).

Ma quale amore per la conoscenza!

Solo un cinico interesse, ben mascherato, a vendere, a far comprare, a far consumare.

Solo conoscendo il passato si può capire il presente (a proposito di mafia).

24 Mag

Se, com’è evidente, non è vero che la mafia uccide solo d’estate (come dice il titolo del film di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, trasmesso ieri sera dalla Rai) è però vero che di mafia si parla solo occasionalmente, stagionalmente, e sempre in maniera parziale e approssimativa.

In particolare, se ne parla con una superficialità, con un retorica, con un’ipocrisia che, ogni anno che passa, diventano sempre più fastidiose, sempre più insopportabili.

Soprattutto in occasione di alcune date-simbolo, com’è diventata, dopo il 1992, quella del 23 maggio.

In queste funzioni liturgiche si celebrano date che molti di quelli che vi partecipano (in mezzo ad alcune autentiche macchiette e a tanti opportunisti) ricordano “a comando”, solo per apparire, solo per partecipare ad un evento, solo per sentirsi “parte” di qualcosa più grande di loro.

Per non parlare di tutti quelli che nemmeno sanno a cosa quelle date si riferiscano, ignari dei sentimenti che alcune date suscitano, delle ferite che riaprono, nel cuore, nella mente, di chi non appartiene al mondo finto dell’immagine, un mondo superficiale, assolutamente non adatto a trattare temi seri, complessi, come il fenomeno mafioso.

In questi giorni, il ricordo “stagionale” è stato dedicato ad una delle date che più hanno segnato la storia recente di questo Paese.

Lo Stato italiano, attraverso le sue istituzioni (centrali e periferiche), lo ha fatto, come al solito, con quella retorica e con quell’ipocrisia delle quali è intriso, retorica e ipocrisia che fanno chiamare “accoglienza” il modo vergognoso col quale, da anni, vengono trattate le persone che, dopo aver attraversato il Mediterraneo, sbarcano in Italia, retorica e ipocrisia che fanno celebrare l’entrata italiana nella prima guerra mondiale, senza minimamente curarsi del fatto che ogni cinque minuti ci si dichiari contrari alle guerre (da chi si dichiara pacifista ci si aspetterebbe che celebrasse la fine di una guerra, non l’inizio).

Capisco che alcuni vogliano mantenere vivo il ricordo di certe date, consapevoli che una comunità priva di ricordi è una comunità priva di futuro, morta.

Ma che a farlo sia lo Stato italiano, che a farlo siano istituzioni rappresentate da certi personaggi, questo proprio no.

Lo Stato italiano, inteso non come alcuni singoli individui, fuori dalla norma, che ne hanno fatto/che ne fanno parte, ma come insieme delle istituzioni che lo compongono, non ha i titoli necessari per officiare questo tipo di cerimonie.

Soprattutto, non ha quello che è il requisito più importante per farlo seriamente: la credibilità.

La Storia, quella che sempre meno italiani conoscono, dimostra che lo Stato italiano, al di là della retorica, al di là delle chiacchiere, non ha mai fatto nulla, fin da quando è nato, per contrastare efficacemente il potere mafioso, soprattutto non ha fatto nulla per rimuovere le cause dalle quali quel potere trae la sua forza.

Non solo, ma anziché combatterla apertamente, anche ricorrendo all’uso della violenza, legittimato in questo proprio dal suo essere Stato (gli Stati, come diceva Max Weber, sono i detentori del monopolio della forza fisica legittima), la mafia lo Stato italiano l’ha sempre usata, se ne è sempre servito, incurante delle conseguenze derivanti dall’aver rinunciato ad essere “Stato” (proprio come fece in occasione dell’avvento del fascismo).

Lo Stato italiano si è servito della mafia ogni volta che ne ha avuto bisogno e lo ha fatto, cinicamente, per perseguire i propri interessi, trovandosi per questo alleato di chi aveva come obiettivo quello di mantenere quei privilegi che del fenomeno mafioso sono il brodo di coltura.

Ed è proprio su questa delega di funzioni, su questo mandato ad operare, che si fonda quel riconoscimento sociale di cui l’organizzazione mafiosa ha sempre goduto in larghi strati della popolazione.

Ridurre, come superficialmente fanno in tanti, il fenomeno “mafia” ad una questione di criminalità organizzata è una comoda banalizzazione, una limitazione che impedisce di capire la portata del fenomeno col quale si ha a che fare (portata che è proprio quella che si vuole tenere nascosta).

Se è certamente vero che la mafia è una potente organizzazione criminale è altrettanto vero che il potere di cui questa gode, potere che non potrebbe essere tale se non fosse fondato su un largo consenso sociale (ed è questo il punto-chiave della questione), non è spiegabile con la sola dimensione criminale del fenomeno, per quanto grande questa possa essere.

Le descrizioni dei fenomeni, anche se ben fatte, anche se ben documentate (come nel caso di alcune descrizioni del fenomeno mafioso), sono comunque soltanto una descrizione di ciò che avviene.

Molto più interessante è invece cercare di capire qual è l’essenza dei fenomeni, perché accadono i fatti descritti e, soprattutto, quali sono le loro origini, dove certi fenomeni affondano le loro radici.

E questo non perché, una volta note le basi sulle quali si fonda un fenomeno storico, si possa cambiare il corso delle cose, ma semplicemente per il piacere della verità.

La verità, però, come l’onestà (“Il piacere dell’onestà”, di Pirandello), è un’arma molto pericolosa per il potere, in quanto in grado di destabilizzarlo, di scuotere le fondamenta sulle quali è stato costruito.

Ed è proprio per questo motivo che chi detiene il potere fa di tutto per tenerla nascosta.

Occorre guardare il presente dal passato, da lontano, occorre evitare di ridurre la Storia ad una banale successione di date, occorre essere consapevoli che le diverse età della Storia non sono scatole tra di loro non comunicanti.

Solo la conoscenza del passato può permettere di capire il presente.

A conferma di quanto poco sia stato fatto dallo Stato italiano in centocinquant’anni (a questo proposito, più che di un evidente fallimento sarebbe forse più realistico parlare di complicità), basta leggere quella che ancora oggi rimane la più lucida analisi del fenomeno mafioso (quella condotta nel 1876 da Leopoldo Franchetti) e confrontare lo Stato di allora con quello di oggi.

In quella famosa inchiesta sulla Sicilia, Franchetti mise in evidenza il problema di una classe dirigente diretta erede del sistema feudale, della sua abitudine di considerare le istituzioni come strumento di sopraffazione, lontana anni luce dalla concezione della legge come qualcosa di impersonale, uguale per tutti.

Una questione sociale, quindi, prima ancora che di ordine pubblico.

Conseguenza di quella concezione feudale del potere fu il favoreggiamento di briganti e delinquenti, nonché il ricorso ai loro “servizi” per la custodia e la gestione delle proprietà.

Ed è proprio in questo comportamento di quelle “classi dirigenti” che va individuato il nocciolo del problema.

Elemento-chiave della società siciliana descritta da Franchetti è la funzione assunta in essa dall’uso della violenza: da strumento del quale, nel sistema feudale, la classe dominante teneva l’esclusiva, la violenza divenne lo strumento al quale far ricorso per l’affermazione dei propri diritti anche per altri soggetti.

La conclusione alla quale giunse Franchetti è che il comportamento mafioso (da notare l’uso dell’aggettivo mafioso al posto di quello del sostantivo mafia) rappresentava la maniera di essere della società siciliana, di tutta la società, in una miscela nella quale a prevalere erano gli elementi della tradizione.

Ed è per questo motivo, per il ruolo della tradizione, che, se si vuole conoscere la verità su un fenomeno che segna la società siciliana, tipicamente una società “tradizionale” (l’opposto di “innovativa”), è di fondamentale importanza conoscerne la storia, fin dalle origini.

Si può così capire, per esempio, l’uso strumentale del termine “mafioso”, non sempre associato ad un’effettiva appartenenza all’organizzazione criminale, oppure capire come il sistema feudale sia sopravvissuto all’abolizione del feudalesimo (avvenuta nel 1812).

Così come si può capire che è proprio della classe dirigente siciliana l’abitudine di farsi promotrice di “rivoluzioni”, mobilitando a tal fine le masse, ma rimanendo sempre ben attenta al mantenimento dell’ordine sociale, ad impedire che le “rivoluzioni” diventino realmente tali.

Ma, soprattutto, si può capire come il fenomeno mafioso affondi le proprie radici negli anni seguiti alla morte di Federico II, anni che videro, da una parte, un aumento del potere baronale e, dall’altra, una crescente emarginazione delle popolazioni cittadine.

Sono le vicende accadute in quegli anni che, a mio modo di vedere, hanno condizionato, e continuano a condizionare, la storia della Sicilia.

È in quell’epoca che sono stati piantati i semi di quel bisogno di giustizia che è alla base del successo del fenomeno mafioso.

Il fatto che, successivamente, questo fenomeno, da condizionato qual era, sia diventato condizionante, non sposta la questione.

È da quella necessità, da quell’esigenza di giustizia (da quasi ottocento anni in attesa, invano, di una risposta) che nasce il potere della mafia, organizzazione criminale diventata col tempo fonte essa stessa di bisogni, di quegli stessi bisogni per i quali fornisce, dopo averli creati, la soluzione.

Secondo le classiche regole del marketing.

E, in chiusura, voglio ricordare alcune parole di Rocco Chinnici, un siciliano che aveva ben chiari i termini della questione: “E allora, signori miei, il rimedio: la mobilitazione delle coscienze. Solo così, quando tutti noi saremo sensibilizzati, quando ci sentiremo solidali con chi è caduto, quando avvertiremo imperioso il bisogno di compiere il nostro dovere di cittadini: solo così si potrà dare un contributo per la lotta contro la mafia”.

Le varianti in corso d’opera sono solo il sintomo del male di cui sono affetti gli appalti italiani.

13 Mag

Recentemente molti cittadini italiani sono venuti a conoscenza, attraverso la televisione, delle cosiddette “varianti in corso d’opera”.

Hanno così scoperto un fenomeno che in realtà esiste da tanto tempo ma, si sa, finché non se ne parla in televisione, la realtà non esiste.

In un famoso carosello degli anni sessanta c’era un brandy (Vecchia Romagna etichetta nera) che creava un’atmosfera, nel mondo di oggi la televisione è arrivata al punto di essere considerata da un gran numero di persone creatrice di realtà (non solo di un’atmosfera).

Per “varianti in corso d’opera” s’intendono le modifiche che, nel corso della fase esecutiva di un appalto, vengono apportate ai lavori oggetto della gara alla quale quell’appalto è collegato.

Le principali conseguenze di queste modifiche sono un aumento dei tempi e dei costi di realizzazione dell’opera.

Le trasmissioni televisive che hanno parlato delle “varianti in corso d’opera” ne hanno parlato come dello strumento attraverso il quale la ditta aggiudicataria dell’appalto si rifà dello sconto col quale se l’era aggiudicato.

In realtà, di strumenti utilizzati a tale scopo ne esistono tanti altri, ma di questi non c’è traccia in quelli che passano per mezzi d’informazione.

Chi volesse affrontare seriamente il tema delle numerose anomalie presenti negli appalti italiani (caratterizzati da costi e tempi inconcepibili in un Paese normale) dovrebbe innanzitutto porsi una semplice domanda (alla quale cercare poi di dare delle risposte sensate): com’è pensabile che si possano eseguire lavori con uno sconto del 40% (e oltre) sul prezzo-base stabilito dal committente?

Come si fa a non rendersi conto che promettere di riuscire a realizzare i lavori indicati in un bando con ribassi del 40 per cento (e oltre) rispetto al prezzo indicato come base d’asta è semplicemente un’offesa all’intelligenza umana?

È del tutto evidente che si tratta di promesse scritte sulla sabbia, così come è altrettanto evidente che un simile stato di cose è reso possibile solo dall’ipocrisia italica (e dalle diffuse complicità all’interno dei committenti).

In realtà, se un soggetto che partecipa ad una gara per l’aggiudicazione di un appalto offre certi sconti lo fa perché sa bene che, dopo la fase di gara, si arriva a quella esecutiva e che lì le cose si metteranno “a posto”, tanti e tali sono gli strumenti di cui può disporre.

E tanta è la consapevolezza dell’inconsistenza e delle complicità del committente (per impreparazione, per mancanza di consapevolezza del ruolo che ricopre, per mancanza di senso delle istituzioni, per paura, per complicità, per vigliaccheria) sulle quali l’aggiudicatario può contare.

E di questi strumenti, le cosiddette “varianti in corso d’opera” di cui tanto si parla non sono che uno dei tanti.

Potrà infatti agire, per esempio, diminuendole rispetto a quelle previste, sulla quantità (e qualità) dei materiali, sulla qualità dell’esecuzione, sulla qualità (e sulla regolarità) del personale, tutti strumenti il cui uso è reso possibile dalla consapevolezza della mancanza di effettivi controlli da parte del committente.

Ed è proprio in questa mancanza di efficaci controlli che si può vedere quanto sia grande la distanza che separa il mondo delle “idee” (quello delle leggi, dei regolamenti, delle procedure, ecc.) dal mondo della realtà.

In alcuni casi i controlli sono assolutamente inesistenti, in altri puramente di facciata, formali, in altri ancora ridicoli (per la scarsa preparazione del personale del committente ad essi deputato).

In particolare, i controlli sulla cui mancanza si basano certi sconti scandalosi sono quelli spettanti al “direttore dei lavori”.

In molti casi, poi, il ricorso a varianti aggiuntive nasce dal fatto che, nella fase esecutiva di un appalto, ci si accorge che, per realizzare correttamente l’opera, risultano necessari lavori non previsti in fase di progettazione.

Un classico esempio, a questo proposito, è la mancanza di indagini preventive sulla natura del suolo.

Il fatto che i lavori necessari a realizzare l’opera oggetto di un appalto non corrispondano a quelli indicati nel progetto di gara è conseguenza di quello che è il principale difetto del sistema italiano degli appalti: la carenza qualitativa dei progetti, carenza nella quale si annida il virus di tante varianti in corso d’opera.

E d’altra parte, come meravigliarsi di una simile situazione, in un Paese che si caratterizza per l’approssimazione, per il pressappochismo, a tutti i livelli?

Le imprese italiane che hanno provato a comportarsi all’estero così come si comportano in Italia (aggiudicarsi un appalto con prezzi anormalmente bassi per poi puntare ad “aggiustare le cose” nella fase esecutiva, ricorrendo allo strumento delle varianti in corso d’opera) stanno ancora leccandosi le ferite.

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