Archivio | maggio, 2012

L’impossibilità italiana di essere un Paese normale

27 Mag

L’ultima puntata della trasmissione televisiva “Servizio Pubblico” ha messo in evidenza ancora una volta una delle più radicate abitudini di questo Paese, quella di tendere sempre a buttare tutto “in caciara” (come si dice a Roma), mescolando tra loro, volutamente, elementi (fatti, cose, dati) privi di alcuna attinenza, mettendo sullo stesso piano elementi tra loro assolutamente disomogenei.

Per di più, molto spesso (come nel caso della richiamata trasmissione) si assiste al devastante spettacolo di vedere inseriti nel discorso, da parte di soggetti che non si capisce a quale titolo vengano invitati a parlare, elementi non solo privi di attinenza col tema trattato, ma anche inesatti, in certi casi falsi, e tutto senza che né il conduttore della trasmissione né alcuno tra i partecipanti evidenzi le imprecisioni, le inesattezze, le falsità, lasciando così che entri tutto nel frullatore mediatico.

Il principale risultato di questa vera e propria perversione è quello di far perdere il filo del discorso.

Uno degli espedienti più ricorrenti di questa radicata abitudine, espedienti dei quali l’ultima puntata di “Servizio Pubblico” ci ha fornito un classico esempio, è quello di confondere il piano giudiziario con quello politico, di confondere cioè la responsabilità penale con quella politica.

L’obiettivo di questa collaudata tecnica è quello di far passare la tesi secondo la quale gli unici comportamenti che un politico non può tenere sarebbero soltanto quelli connessi alla commissione di fatti classificati dal codice penale come reati.

Alla fine, questo modo di affrontare i problemi, questo mettere tutto nello stesso calderone, ha impedito che l’ultima puntata di “Servizio Pubblico” desse il giusto risalto, facendola passare, nel marasma generale, come una tra le tante opinioni espresse nel corso della puntata, alla considerazione-chiave fatta da Antonio Ingroia, quella espressa con le seguenti parole: “La nostra classe dirigente, nella sua stragrande maggioranza, non è disposta ad innescare nessun criterio di responsabilità, di nessun tipo”.

Appare quindi evidente quanto sia difficile far passare, in questo Paese, l’elementare principio in base al quale la responsabilità politica prescinde da quella penale.

A proposito delle ultime elezioni

23 Mag

Tra i diversi indicatori che le recenti elezioni amministrative forniscono, ve ne sono alcuni che emergono più chiaramente su tutti gli altri:

1) la candidatura di Marco Doria a Genova, pur trattandosi di un “non professionista” della politica, non è stata in grado di motivare un significativo numero di quei cittadini che non si sentono rappresentati dagli attuali partiti; anzi, al ballottaggio il numero dei voti per il nuovo sindaco è risultato inferiore a quello registrato al primo turno.

2) il numero di cittadini palermitani che hanno votato Leoluca Orlando è risultato di gran lunga superiore a quello dei voti in dotazione all’Italia dei Valori, il partito del nuovo sindaco di Palermo.

Come appare sempre più chiaro, un numero sempre più grande di italiani sono di fatto privi di alcuna rappresentanza politica, e questo accade in un sistema politico che si chiama “democrazia rappresentativa”: i partiti sono ormai ridotti ad associazioni private che rappresentano soltanto una piccola (sempre più piccola) parte dei cittadini, formata in gran parte da persone che vivono di e grazie alla politica, persone per nulla interessate al bene comune.

A proposito della schiacciante vittoria di Leoluca Orlando, vorrei far notare (in particolar modo a quei palermitani che lo hanno eletto loro sindaco in modo così eclatante e che oggi stanno ricordando la morte di Giovanni Falcone) che si tratta proprio dello stesso uomo politico che nel 1990 accusò pubblicamente Giovanni Falcone di tenere chiusi nei cassetti dei documenti su alcuni delitti “eccellenti”.

Evidentemente molti italiani hanno la memoria corta.

E comunque non mi sembra che il nuovo sindaco di Palermo abbia finora sentito il dovere morale di scusarsi, altrettanto pubblicamente, per quell’accusa falsa e infamante, che certamente contribuì non poco ad isolare Giovanni Falcone.

A proposito della sicurezza delle scuole italiane

21 Mag

In occasione del recente attentato di Brindisi ci si è scandalizzati del fatto che, alla luce di quello che è successo davanti alla scuola intitolata alla moglie di Giovanni Falcone, le scuole italiane potrebbero non essere considerate luoghi sicuri.

In molti italiani si è fatta strada una nuova paura, quella di mandare i propri figli a scuola.

Ma i cittadini italiani sono a conoscenza del fatto che, secondo il nono rapporto su “Sicurezza, qualità e comfort degli edifici scolastici”, circa un terzo degli edifici scolastici è “del tutto fuorilegge perché privo delle certificazioni e dei requisiti di base previsti dalla legge sulla sicurezza”?

Lo sanno, i cittadini italiani, che quasi il 60% delle scuole monitorate è risultato privo del certificato di collaudo statico, vale a dire di quel certificato in mancanza del quale un edificio non è agibile?

E che il 42% delle scuole monitorate si trova in zona sismica?

Lo sanno, gli italiani, che nel rapporto è scritto che “Se c’è un luogo in cui sarebbe meglio che i nostri figli non entrassero sono le aule”?  Che le aule risultano “malmesse, degradate, e negli anni sempre più sovraffollate” e in conclusione “da bocciare senza appello”?

Lo sanno, i cittadini italiani, che nel nostro Paese, secondo fonti ufficiali, le scuole a rischio crollo sono circa 13.500?

Ora mi chiedo: qual è in definitiva la differenza tra chi fa esplodere un ordigno davanti ad una scuola pubblica con la volontà di fare una strage e chi, consentendo l’uso di edifici pubblici costruiti non rispettando le norme  sull’edilizia civile (cosa ancora più grave quando questi edifici pubblici si trovano in zone sismiche), crea i presupposti perché, in occasione di un terremoto, una strage avvenga?

Ricordando Giovanni Falcone

18 Mag

Il 23 maggio di vent’anni fa veniva assassinato Giovanni Falcone, e dopo quasi due mesi la stessa sorte sarebbe toccata al suo fraterno amico Paolo Borsellino.

Si è trattato, in entrambi i casi, di azioni di vera e propria guerra militare, condotte con modalità che la mafia aveva già usato a Palermo nove anni prima (il 29 luglio 1983), quando, per eliminare il Consigliere Istruttore Rocco Chinnici (il magistrato al quale si deve l’idea del pool antimafia), non esitò a trasformare la città del Monte Pellegrino in Beirut.

Troppo grandi sono il dolore, la rabbia, la tristezza, il senso di vuoto, d’incredulità, di smarrimento che ho provato allora e che continuo a provare per queste morti e ancora oggi, nonostante il tempo trascorso, ho un grande pudore a parlarne.

Quello che qui voglio dire è che poche storie come quella del pool antimafia di Palermo testimoniano il fatto che è sempre stato un numero limitato di persone a fare le cose che hanno dato dignità a questo Paese.

Chi la storia italiana la conosce per davvero sa infatti che quello che di veramente importante è stato fatto dalla Magistratura di questo Paese in 150 anni per cercare di contrastare i grandi poteri criminali è sempre stato il risultato dell’impegno di singoli magistrati, più che della Magistratura nel suo insieme.

Sa anche che l’errore capitale che le istituzioni italiane hanno sempre commesso (e che ancora oggi continuano a commettere) è quello di ritenere il fenomeno mafioso un fenomeno che possa essere affrontato esclusivamente per via giudiziaria.

Il dato che bisognerebbe sempre tenere bene a mente è che quei magistrati che, animati da un alto senso dello Stato, hanno cercato di affermare la giustizia, non solo non hanno mai trovato dalla loro parte, a loro convinto supporto, compatte, le altre istituzioni, ma che anzi proprio da queste hanno visto arrivare le più amare delusioni.

D’altra parte, com’è noto, l’affermazione della giustizia non è mai stata un vero obiettivo dei governi italiani.

Una delle più recenti conferme in proposito viene dalla mancata ratifica da parte del nostro Paese (dopo ben 13 anni dalla sua sottoscrizione!) della Convenzione penale del Consiglio d’Europa sulla corruzione, recante disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione.

La vuota retorica con la quale questo Paese ricorda uomini come Falcone diventa ancora più insopportabile quando fa ricorso a termini quali il “sacrificio”.

Quello che hanno fatto uomini come Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino non lo hanno fatto per un malinteso senso del “sacrificio”.

Quello che questi uomini hanno fatto lo hanno fatto perché sentivano di doverlo fare, perché avevano un alto senso morale, perché avevano un’alta idea dello Stato (lavoravano per un’idea, per quello che ritenevano dovesse essere un vero Stato, per qualcosa cioè che in realtà manca agli italiani, che forse formano un popolo, ma certo non uno Stato), perché avevano un alto senso della giustizia, proprio quella giustizia di cui soprattutto i siciliani hanno da sempre una gran fame, quella giustizia che, in 150 anni, non hanno mai visto affermata dallo Stato italiano.

A proposito della fame di giustizia dei siciliani, assolutamente emblematico è quello che disse Gaetano Badalamenti, uno degli ultimi classici padrini mafiosi, nel corso della sua intervista televisiva a Ennio Remondino.

Alla domanda sul perché del potere della mafia, sul perché tante persone si rivolgevano a lui, il boss di Cinisi rispose dicendo che gran parte delle richieste che riceveva provenivano da persone che si rivolgevano a lui per avere giustizia.

Nella sua ultima intervista, rilasciata pochi giorni prima di essere assassinato dalla mafia, Carlo Alberto Dalla Chiesa disse a Giorgio Bocca: “Ho capito una cosa, molto semplice ma forse decisiva: gran parte delle protezioni mafiose, dei privilegi mafiosi certamente pagati dai cittadini, non sono altro che i loro elementari diritti”.

A proposito poi dell’isolamento in cui fu lasciato (nell’indifferenza generale), Falcone disse: “si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande”.

Per lui giocarono entrambi i fattori.

Il dato però sul quale si tende spesso a sorvolare con una certa disinvoltura, in questo Paese dominato dalla retorica, dalle chiacchiere, dalle manifestazioni esteriori, è che ad isolare Falcone, prima ancora della cosiddetta “società civile”, sono state le istituzioni dello Stato italiano, e più di tutte la Magistratura, vale a dire proprio l’organismo dello Stato nel quale Falcone lavorava.

I suoi principali nemici Falcone li ha avuti tra i suoi colleghi, anche tra quelli presenti al suo funerale.

Sono stati dei magistrati che lo hanno isolato, sono stati ancora dei magistrati che gli hanno impedito di guidare l’Ufficio Istruzione di Palermo dopo Antonino Caponnetto, sono stati sempre dei magistrati che lo hanno insultato, anche da morto.

Ma quali sono stati i veri motivi di questa “messa all’angolo” da parte dei suoi “colleghi”?

Sono convinto che il motivo principale, quello più profondo, più vero, quello che nessuno ammetterà mai, vada individuato in un sentimento fra i più forti che esistano nell’animo umano: l’invidia.

In questo Paese quello che proprio non si perdona è di avere successo, di vedere qualcun altro ottenere risultati che nessuno è mai riuscito ad ottenere; credo ci sia questo alla base del mancato riconoscimento del merito alle persone che se lo meritano.

Falcone diceva anche che “in Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”.

Ma quel termine “riuscito” proprio non mi convince, soprattutto se penso a come è stato assassinato Paolo Borsellino: come si fa infatti ad accettare il fatto che nessun organo dello Stato abbia pensato di “bonificare” la via D’Amelio, soprattutto il tratto di strada davanti all’ingresso del palazzo dove abitava la mamma del magistrato?

Falcone avrebbe dovuto dire “che lo Stato non ha protetto”, se non proprio “non ha voluto proteggere”.

A proposito del sedicente governo dei tecnici

5 Mag

Allo scopo d’individuare, nel mare magnum degli sprechi italiani, le spese da tagliare, il governo dei cosiddetti tecnici ha dovuto far ricorso ad un tecnico.

Ma come, Napolitano affida a dei non politici l’incarico di portare il Paese fuori dai guai nei quali i politici l’hanno cacciato e cosa fa il capo di questa singolare compagnia?

Si affida ad un altro tecnico!

Sembra quasi che se da un lato Napolitano non si sia fidato dei politici Monti non si fidi dei tecnici.

E che cosa accadrà se questo tecnico “al quadrato” dovesse fallire? Si farà ricorso ad un tecnico “al cubo” oppure, continuando con questa ridicola progressione, ci si affiderà ad un extra-terrestre?

A quando un incarico a Batman?

La verità, come sempre semplice e molto spesso amara, è che un conto è imporre sacrifici a milioni di semplici, inermi cittadini, trattati come fossero dei numeri, ben altro discorso è incidere sui tanti privilegi che bloccano, in un gioco perverso di veti incrociati, qualsiasi tentativo di attuare un cambiamento.

Quello che risulta evidente in questo Paese non è tanto l’incapacità d’individuare cosa fare ma l’impossibilità di fare.

Prendiamo ad esempio proprio l’argomento del giorno, questa “spending review”, ridicola espressione usata per indicare quella che in un mondo normale è una semplice analisi della spesa.

Evidentemente Monti ha ritenuto necessario ricorrere ad una persona esterna al sistema (che, si badi bene, non è soltanto quello della politica ma, ancora di più, quello dei tanti mondi parassiti che dalla politica traggono il loro sostentamento) per rendere più efficiente la macchina pubblica italiana.

Ma è proprio l’essere esterno al sistema che non consente (come ho più volte avuto modo di sperimentare direttamente) di apportare quei cambiamenti necessari a migliorare l’efficienza di un’organizzazione.

Come si fa a tagliare le unghie a chi si conosce di persona, a chi s’incontra alle feste, a chi si frequenta abitualmente, a chi appartiene allo stesso clan?

Il problema, per il quale non vedo soluzioni, sta nel fatto che un conto è sapere cosa si dovrebbe fare, un conto è farlo!

Come aveva ben detto Ovidio,Video meliora proboque sed deteriora sequor.

Quando il contenuto assume il significato del contenitore

2 Mag

La parola “box” (presa in prestito dalla lingua inglese) viene comunemente usata per indicare un posto dove parcheggiare un’auto.

In realtà, il significato principale di questa parola inglese è “scatola” (la loro auto, infatti, i sudditi di Elisabetta II trovano più comodo parcheggiarla in un “garage”).

Al di là però del modo “disinvolto” col quale molti italiani usano le parole straniere, quello che trovo interessante è il collegamento tra il termine inglese “box” e quello latino “buxus”, che nella lingua di Cicerone indicava un legno molto duro, il bosso.

Ed è proprio da “bosso” che trae la sua origine la parola “bussola” (le prime bussole erano infatti contenute all’interno di piccole scatole di legno di bosso, oggetti che gli antichi greci indicavano col termine πuχίς).

Ed a proposito del fatto che in alcuni casi il contenitore ha trasferito il suo significato al contenuto, ecco altri due esempi: marzapane e cassata.

Il nome col quale oggi viene comunemente indicata la pasta di mandorle trae origine da “martaban”, termine che gli arabi usavano per indicare la scatola che conteneva il marzapane.

A sua volta, è interessante il collegamento tra il termine “martaban” e la città di Martaban (nel Myanmar), che sembra proprio essere il punto di partenza della parola “marzapane”.

Quella città era infatti famosa per i vasi smaltati che esportava in Occidente, vasi che spesso contenevano conserve e dolci.

Per quanto riguarda invece il numero uno dei dolci, il suo nome è collegato al termine arabo “qas’at”, che significa “scodella rotonda” (non a caso ancora oggi il recipiente utilizzato per contenere la cassata è una teglia rotonda).

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