Rivoluzione popolare? Impossibile, soprattutto se manca il popolo.

13 Feb
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Il 4 aprile 1860 è una delle date che i palermitani dovrebbero conoscere e tenere sempre a mente.
Si tratta della data che segnò l’inizio dell’ultima insurrezione contro i Borbone, insurrezione nota come “rivolta della Gancia”, dal nome del convento che fu al centro di quei fatti.
Quel 4 aprile il palermitano Francesco Riso, che capeggiò la rivolta, decise di agire, di passare all’azione comunque, anche contro il parere del comitato segreto cittadino.
Come al solito, i rivoltosi erano uniti solo dalla volontà d’insorgere, ma non dagli obiettivi da perseguire.
Alla base del parere contrario di quel comitato non c’erano però tanto le idee politiche di Francesco Riso (era un mazziniano) quanto la sua estrazione sociale (si trattava di un fontaniere).
Il timore del comitato, il motivo del sospetto col quale veniva guardato Riso non era infatti quell’iniziativa in sé, ma la possibilità che si concludesse con un successo (un’iniziativa vittoriosa guidata da un “semplice” fontaniere, era quello il rischio).
A fare paura, quel 4 aprile, era, allora come sempre, l’iniziativa popolare.
Paura però infondata, visto che anche in quell’occasione il popolo palermitano non diede segni di vita.
L’insuccesso di quella rivolta non dipese infatti soltanto dalla “soffiata” di in frate del convento della Gancia ma, soprattutto, dalla mancata sollevazione del popolo, che non si mosse, come Riso forse pensava, al suono delle campane del convento.
Quel giovane mazziniano, ignaro del contesto nel quale si muoveva, si ritrovò solo, una condizione nella quale si sono venuti a trovare altri palermitani.
Il fallimento di quell’insurrezione ricorda che in Sicilia l’iniziativa è sempre stata nelle mani dei nobili, di quei nobili che a volte amano atteggiarsi a liberali, a progressisti.
Ma, come al solito, si tratta di una semplice apparenza, di un “gioco”: questi sedicenti liberali amano più che altro “apparire” amanti del progresso,”mostrarsi” propensi alle rivoluzioni, purché queste siano governate da loro e, soprattutto, siano limitate al campo politico; temono le rivoluzioni che possano in qualche modo minacciare i loro privilegi, come quelle sociali.
Temono, in sostanza, le vere rivoluzioni.
Ma forse, alla base dei tanti fallimenti delle rivoluzioni “popolari”, a Palermo come in altre città meridionali, c’è un semplice dato, tanto semplice quanto sottovalutato, se non ignorato: la mancanza di un popolo, almeno nell’accezione corretta di tale termine (“popolo” non come generalità della popolazione ma come collettività omogenea, consapevole della propria identità, capace di organizzarsi per perseguire un fine sociale comune).
Forse tutto ciò dipende dal fatto che quello che viene comunemente chiamato “popolo” è in realtà semplice “plebe” (moltitudine sgangherata di individui, massa amorfa, facile preda dei populisti).
Non rimane che sperare che la plebe riesca ad essere popolo, a pensare come popolo.
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